Artista, ha realizzato opere di grandi dimensioni a vetrate, dipinti, bassorilievi policromi, sculture e il più grande mosaico del mondo!

Sono rientrata da poco da Lido degli Estensi per la promozione del mio mosaico quando mi telefona l’amico Luigi Zampini e mi dice:

”Andreina Ho da passarti una persona, ascolta…” dopo qualche secondo di silenzio dall’altra parte sento una vocina affaticata…era Franci!

Mi sentivo così felice che mi aveva assalito un brivido che in breve aveva percorso tutto il mio corpo, finalmente dopo tanta preoccupazione risentivo la sua voce che mi diceva:

“Sono stato male, ho avuto il diabete a cinquecento. Un vero miracolo se sono vivo, quando vieni a trovarmi?”

“Martedì”, rispondo io senza riflettere!

 

L'arte contro il disagio familiare e la depressione

 L’arte contro il disagio familiare e l’emarginazione

L’arte unisce le persone e può aiutare ad affrontare problemi molto importanti, a costruire o a ricostruire il propri rapporti con il prossimo: è un impegno e una passione crea sempre dei legami profondi.

Ero in macchina e, nel silenzio del viaggio, ho ripercorso l’ultimo mese e mezzo di preoccupazioni per questo amico di “tessera del mosaico”.

Franci è arrivato da noi oltre un anno e mezzo fa, con gravi problemi di salute psicofisica.

Era reduce da un’adolescenza straziante, con una malattia psichiatrica che gli rendeva difficile prendere coscienza della sua realtà e gli alterava i fatti, con disagi familiari e un destino terribile.

Franci ama l’arte, dipingere e usare il computer:

quindi quale posto migliore per venire a raccontarsi e migliorarsi nei rapporti umani, che da noi?

L’arte unisce e può aiutare ad affrontare 

Il mosaico di Andreina è un luogo che accoglie tutti, dove non c’è ermaginazione e ognuno trova il suo posto, e dove io, da “buona e terribile schiavista”, come mi definivano lui e Luigi per ridere, riesco a far lavorare anche i sassi.

Franci ha la mia età ed è arrivato da noi nel 2015. Si è distinto da subito per delicatezza ed educazione. Ogni mattina veniva accompagnato dal fratello per le poche ore o per l’intera giornata.

Restava con noi a seconda: della sua resistenza al clima, di come si era alzato e quindi dall’umore oppure dalla sua situazione fisica, sempre cagionevole, dovuta al diabete, ai problemi respiratori, alla pressione alta e allo sbandamento dovuto agli psicofarmaci.

Tutti noi ci affezionammo subito a lui. Era sempre rispettoso, in particolare con Don Santi Chioccioli per il ruolo di sacerdote e nella figura di padre.

Luigi e Wolfango rappresentavano per lui gli amici di merende e giochi goliardici e io, che da prima ero la sua musa, poi mi sono trasformata nella mamma che sgrida, ma generosa nell’affetto e pronta a rimproverarlo ogni volta che di nascosto commetteva un atto contro la sua salute.

Franci era entrato nel cuore di tutti e dopo un mese era cambiato. Aveva imparato ad amarsi: si curava fisicamente, arrivava profumato e con abiti puliti, barba e capelli fatti cercando, a suo modo, sempre di aiutare il gruppo del mosaico nelle attività.

Vista la poca forza fisica dovuta ad anni di abbandono nel letto, con difficoltà riusciva a tagliare le tessere, ma quando c’era bisogno di aiutare qualcuno si prestava sempre perché era buono e con uno spiccato senso del dovere.

Dopo poco che avevo scoperto le sue patologie, allora sì, che ero diventata rigida e terribile.

Il senso di responsabilità cresceva di giorno in giorno soprattutto dopo che il dottore da me consultato mi aveva illuminata sul quadro clinico di Franci e mi aveva accennato alla non cura tra le mura domestiche e all’abbandono di questi due fratelli.

Ma ancora non avevo capito.

Con il tempo, e acquistando sempre più fiducia nei confronti di Franci, ero venuta a conoscenza di una realtà sconcertante di quelle da film dell’orrore che tutt’oggi mi lascia interdetta.

Mi ricordo di un pomeriggio come tanti altri ci eravamo trasferiti fuori dal tendone dove per tutta la mattina ci eravamo dedicati alla mosaicatura di una paratia.

Stavamo al fresco tagliando tessere e preparando il lavoro per il giorno dopo.

Ci mettiamo a chiaccherare al di fuori della compagnia e Franci mi confida di essere figlio di un padre suicida.

Inizia dicendo:

Avevo quindici anni quando un giorno, a tavola, sentiamo uno sparo. Scendo e vedo il cervello di mio padre spappolato ovunque. Mia madre è morta da due anni e fino alla fine ha continuato a dirci, a me e mio fratello, che eravamo due figli indegni e non riconoscenti”.

Ancora non riuscivo a capire bene, ma non insistetti nel chiedere, visto la fatica che il ragazzo aveva mostrato raccontando questi pochi particolari.

Io faccio finta di nulla e gli dico serenamente che ognuno di noi ha una storia, un dolore, qualcosa da risolvere e che sicuramente il futuro gli servirà a capire.

Lui rassicurato, e non giudicato, continua a venire giorno dopo giorno raccontando, a sprazzi, il suo passato, il suo dolore e il suo disagio vissuto per oltre trent’anni di nascosto da tutti.

A quanto riuscii a capire da quel giorno niente era cambiato in quella casa:

non erano sparite le impronte del suicidio, non erano sparite le posate sul tavolo, ma, soprattutto, non erano spariti i sensi di colpa che la loro mamma continuava ad alimentare descrivendo e raccontando l’evento mortale come una loro condanna a vita.

Ho pensato a tante cose: forse all’egoismo, forse al troppo amore, forse alla paura della solitudine. Quando il dolore per la perdita di un marito è così grande se ne temono altri e se pensiamo ai figli che crescono e che naturalmente tendono ad allontanarsi per costruire la propria vita…

Ma non era più questo il vero problema… e chi ero io per giudicare o immaginare cosa fosse accaduto dentro il cervello di questa madre spaesata e piena di dolore.

Cosa scatta è inimmaginabile e privo di senso logico: la reazione è sempre individuale e incomprensibile e in questo caso… o forse boh, non lo so più…

Quello che tutti noi sapevamo è che Franci andava aiutato, non a dimenticare, ma a trascorre le sue giornate insieme a noi nel migliore dei modi per capire che esiste una realtà fatta di amore incondizionato, dove “l’altro” in alcuni momenti è più importante di “te stesso”.

Franci era cambiato in tutto, riusciva a fare discorsi da uomini e a ridere delle proprie fragilità.

Si confrontava alla pari perché era così che era stato sempre trattato e a tavola ogni giorno era una battaglia all’ultimo spaghetto… che non toccava mai a lui!

Lo controllavo sull’alimentazione rimproverandolo e razionando la porzione tanto che lui a capo chino, come il più buono dei bambini, mostrava un piccolo broncetto.

Luigi gli confermava che ero terribile e che non sarei cambiata e Borja e Don continuavano a dirgli: ”Lo sai che è così, lo fa anche con noi”, e io tra il serio e il faceto gli dicevo quanto gli volevo bene ma che non sarei certo stata la sua carnefice o connivente della sua distruzione.

Lui sapeva che era così… mi guardava un po’ intimorito, ma con aria di affetto ricordandosi dell’intero torrone che si era trangugiato nascondendosi dietro un calo di zuccheri, oppure della mattina passata con noi in Casentino in era svenuto quattro volte. Di situazioni ce ne erano state tante “a suo sfavore” e quindi, davanti ai rimproveri affettuosi, non si ribellava, perlomeno con me.

Franci veramente ha preso parte a tutte le nostre attività, sia artistiche sia domestiche.

Ha conosciuto tantissime persone venute da noi in prestazione d’opera al Mosaico di Andreina, Indicatore, Arezzo, Italia, nella chiesa dello Spirito Santo (lo ribadisco per chi leggesse ora e per la prima volta). Ha fatto tante amicizie ma, soprattutto, si è fatto amare da tutti: oramai era diventato uno dei nostri.

Vi assicuro un amico e un fratello da proteggere e difendere che ha lasciato delle tracce profonde, non legate alla sua situazione passata o presente, non stiamo parlando di pena: stiamo parlando di amore!

Quando era stanco si buttava per terra e per farlo rialzare, vista la mole, mi toccava fargli il solletico tanto era abbandonato e privo della volontà di rialzarsi: quindi tra scherzi, lavoro, pranzi e tanto altro era passato oltre un anno.

Nella primavera del 2016 Franci iniziò a mostrare un po’ di insofferenza e di fatica e forse di nuovo, e non si sa perché, era ripiombato in uno stato di depressione acuta che il suo strizza cervelli, come lo definiva lui, trovava normale nel ragazzo motivandolo, in una conversazione di allora, del ripetersi di cicli alterni.

Quell’anno, ad Indicatore, i gruppi di artisti mosaicisti e di scolaresche si alternassero di continuo, senza lasciarci un momento di tregua, e Franci si rifiutava di stare con le persone sconosciute. Alle telefonate mi parlava di stati d’animo ansiosi, di problemi legati al fratello e alla sua salute, così ci perdemmo un po’ di vista.

Oggi mi sento in colpa perchè ho capito che avrei sicuramente potuto fare di più .

Dovete comunque sapere che in quell’anno non ci aveva mai permesso di entrare in casa, era impossibile fargli visita e ogni volta che lo accompagnavamo ci consentiva di arrivare solo all’imboccatura della strada.

Ci fermevamo di fronte ad un cancello chiuso e ad alberi dalle fronde giganti che coprivano l’ingresso.

Ci salutava con la mano come a dire qui c’è uno stop, non entrerete, e questo ci condizionò molto.

Di tanto in tanto lo chiamavo a volte rispondeva a volte no.

Lo scorso 11 Giugno 2017, vengo informata da un amico che Franci era stato ricoverato in ospedale, nel reparto psichiatrico. Il giorno dopo, io e Luigi Zampini, ci precipitammo e lo trovammo rannicchiato per terra steso su di un materasso, mezzo nudo, sudato e sporco, con i capelli e barba lunghi.

Era in preda a crisi continue, non ci riconosceva… era forse arrabbiato? Oppure incosciente?

L’unica cosa che ricordo è che io e Luigi eravamo disperati. Non sapevamo cosa fare e non credevamo ai nostri occhi nel vedere il nostro amico e fratello in quello stato.

Corremmo ad acquistare della biancheria e a chiamare Danilo Lisi, un altro amico anche lui donatore al mosaico. Gli chiesi ad andare a fare capelli e barba a Franci, ma non è riuscì ad avvicinarlo tanto era irrequieto.

Quella volta la disperazione ci ha assalito così dal profondo che ci sentivamo impazzire. Non sapevamo cosa fare, per fortuna nel pomeriggio fu trasferito in un altro ospedale a 30 km di distanza.

Dico oggi fortuna, perché quel giorno non la pensavo così: vedevamo il nostro amico allontanarsi da noi con il pensiero di non essergli vicino come avremmo voluto.

Franci fu ricoverato prima nel reparto psichiatrico, poi in medicina di urgenza ed infine in sala di rianimazione: tutto questo in due giorni.

Il suo organismo era collassato.

Io e Luigi continuavamo a litigare perché non ci sembrava giusto, ci sentivamo in colpa e ognuno di noi esprimeva all’altro cosa sarebbe stato meglio per Franci a livello medico. Era una semplice scusa per scaricare la nostra tensione.

Di giorno in giorno diventava tutto più critico perché allo stato di salute di Franci si erano aggiunte altre novità.

Il fratello, che avevamo conosciuto poco durante la permanenza di Franci da noi e che reputavamo il padrone di casa, non si era mai presentato in ospedale a trovare Franci.

Io e Luigi, in pensiero, raggiungegemmo la loro casa e, dopo varia insistenze nel chiamarlo, avendo paura (per i trascorsi familiari) di un gesto inconsulto e non ricevendo risposte: chiamai i carabinieri.

Per fortuna il ragazzo ci accolse al cancello dopo più di mezz’ora: so che sembra tutto molto confuso, ma questo era il nostro stato d’animo.

Richiai i carabinieri per il falso allarme e poi…

Io e Luigi dopo l’invito entriamo nella casa del mistero e varchiamo il cancello che dà l’accesso al parco esterno della villetta. Il fratello di Franci, nella sua inconsapevolezza, ci mostra la casa abbandonata da decenni in preda: alle erbacce, agli insetti, con lucchetti alle finestre e tanto altro…

Io e Luigi, sgomenti alla visione, non le abbiamo dato importanza davanti al ragazzo.

Per noi erano stati giorni di grande nervosismo accompagnati da notti insonni e il caldo dell’estate che era arrivata in anticipo ci aveva dato il colpo di grazia. La stanchezza si sommava alla responsabilità di accompagnare al letto di morte, così ci era stato detto, il nostro amico.

Nei giorni successivi abbiamo convinto il fratello a venire in chiesa, ospitandolo per il pranzo, e a trascorrere il suo tempo con noi.

Abbiamo passato ore in ospedale nelle sale di aspetto e tra attese e confessioni ci siamo resi conto di ciò che era accaduto in quegli anni di buio. Abbiamo capito le bugie che ci erano state raccontate per tenere nascosto un incubo che ha tormentato questi due ragazzi in preda di un genitore suicida per motivi lavorativi e a una mamma che, per nascondere il suo disagio familiare ha allontanato la realtà. I figli erano rinchiusi, in una casa che, oltre a nascondere il loro segreto, nascondeva seppelliti come in una tomba essere umani, animali e cose.

Io e Luigi ci guardavamo allibiti, l’incubo di ora in ora aumentava. Il ragazzo non ne era cosciente, ma noi non sapevamo come rapportarci anche per le informazioni che ci avevano comunicato i medici, attenti e discreti oltre che comprensivi.

Eravamo tutti preoccupati e attenti ad entrambi i fratelli, con il cuore in mano, ma con un senso di impotenza ci attanagliava e le preghiere per la loro salvezza erano diventato un unguento per lenire le ferite profonde.

Io avevo gente alla chiesa al lavoro, era l’ultima settimana del crowdfunding sulla piattaforma del progetto Mosaichiamoci e andavano organizzati i laboratori e il mio viaggio a Strasburgo da Pascal e Josette Patat.

Ero veramente disperata. La mattina mi alzavo con le palpitazioni e sotto stress a duemila, ma per fortuna… c’è stato il mio Luigino che mi ha sostituito stando vicino a Franci quando non c’ero e rassicurandomi sul suo stato che è andato migliorando di giorno in giorno.

Oggi lo racconto con gioia dopo questa telefonata e il ricordo dei momenti difficili sta sparendo.

Confidando nella provvidenza e sentendo Franci disposto a guarire perché consapevole dell’accaduto e del pericolo corso, spero di convincere chi di dovere che ancora c’è una speranza per questi due ragazzi.

Non riesco ad immaginare Franci in una comunità e il fratello solo, allontanato da chi odia e ama di più nella vita.

Posso assicurare che non so cosa saremo in grado di fare noi del mosaico, ma ce la metteremo tutta per salvarli da quella solitudine oppressiva figlia di di un disagio familiare traumatico e difficilissimo da superare.

Ora capite perché vorrei che la mia realtà fosse aiutata dalle istituzioni anche economicamente: perché uno dei nostri compiti sono i rapporti a umani, perchè siamo anche questo.

Quando mi viene chiesto a cosa serve quest’opera e a cosa serva accogliere le persone emarginate e in difficoltà io rispondo:

“Come a cosa serve! Umanamente ed eticamente ognuno di noi ha questo dovere!

Non vogliamo sostituirci ad enti o a persone istituzionalmente preposte, ma possiamo donare, a chi ne sente la necessità, uno spazio proprio dove distinguersi e ritrovarsi.

L’arte e questa progetto per questo sono importanti: quindi perché negarla!”.

Cari lettori oggi mi sono dilungata, ma amare e resistere è sempre complesso nel bene e nel male. Raccontare questa storia a messo a nudo una realtà, una delle tante che magari abbiamo sottocchio e di cui nessuno si accorge.

Siamo tutti eroi e vittime della nostra stessa vita.

Un abbraccio, vi aspetto la prossima settimana.

Articolo L’arte contro il disagio familiare e l’emarginazione su CaffèBook (caffebook .it)