Parlando con persone che hanno un cavallo ho esposto l’idea che questo provi sentimenti e si affezioni agli umani, come in genere ogni animale.

Una proprietaria contestò con decisione la mia opinione sostenendo che fosse sbagliato umanizzarli e spiegandomi che l’equino si lega a chi lo cura e gli dà da mangiare, ma nulla più.

 È solo questione di stomaco. Specificò che volevo vedere qualcosa che in realtà non esisteva e osservavo la questione da un punto di vista un po’ troppo “romantico”.

 

Sono d’accordo che non sia possibile e nemmeno corretto “antropomorfizzare” un animale ma la situazione non è liquidabile in maniera così semplicistica.

Personalmente credo che gli amici pelosi siano dotati di anima e provino sofferenza, dolore e gioia, mostrando la profondità di sentimenti che tanti bipedi non conoscono:

sono sinceri e spontanei, ignorano cattiveria e crudeltà e, se manifestano atteggiamenti squilibrati, è sempre dovuto al trauma o al maltrattamento cagionato dall’uomo che ne altera la naturale perfezione.

Nel 1891 in Germania si svolse la storia di Hans The Clever, ossia Hans l’Intelligente.

Hans era il cavallo del barone Wilhelm Von Osten, insegnante di matematica e addestratore di equini, che desiderava dimostrare l’intelligenza degli animali considerati da sempre inferiori. Un personaggio decisamente controcorrente.

Provò pertanto a insegnare a contare a un gatto, a un orso e a un cavallo.

   Il gatto esternò noia, l’orso ostilità ma il cavallo invece… imparò!

Era stato acquistato per pochi soldi a causa di un difetto fisico: il barone scriveva su una lavagna un numero e il destriero batteva con lo zoccolo il quantitativo di volte corrispondente.

Incoraggiato dal comportamento, Von Osten spiegò al quadrupede operazioni più complesse usando i simboli della sottrazione e della somma per arrivare alla radice quadrata e alle frazioni.

Il professore tedesco era convinto che Hans costituisse la dimostrazione vivente dell’intelligenza animale:

la fama del cavallo si sparse rapidamente in Germania per giungere a nazioni lontane come gli Stati Uniti. Tutti volevano vederlo e si organizzarono spettacoli che attirarono folle di curiosi.

Il barone gli poneva domande: «se il primo giorno del mese è mercoledì, qual è la data del lunedì successivo?».

   Hans batteva per sei volte sul terreno suscitando la meraviglia del pubblico. Era anche in grado di fare lo spelling utilizzando un numero di battute con lo zoccolo per ogni lettera dell’alfabeto e di scandire l’orario indicato dall’orologio.

Ma gli scettici erano numerosi e il Ministero dell’Educazione tedesco aprì un’indagine a cui Von Oster accettò di partecipare, consapevole dell’inesistenza di trucchi. Una Commissione formata da due zoologi, uno psicologo e un addestratore di cavalli li sottopose a una serie di prove.

Quando il nobile pronunciava le richieste il cavallo non sbagliava, così come quando a farlo era un’altra persona. Ma le cose cambiano quando Von Oster viene fatto allontanare: la correttezza delle risposte di Hans diminuisce vistosamente. Quando poi l’individuo presente non conosce la soluzione o è nascosto alla vista del quadrupede le risposte giuste crollano a zero.

Le conclusioni furono che Hans era in grado di replicare soltanto perché percepiva, a ogni interrogativo, le variazioni di postura, respiro ed espressione dell’interlocutore quando il numero esatto veniva raggiunto.

Il cavallo dimostrò di possedere una sensibilità e un intuito fuori dal comune essendo recettivo al linguaggio del corpo da cui intuiva il momento giusto in cui smettere di battere con lo zoccolo.

Probabilmente questa capacità è dovuta al fatto che vivono in branco ed essendo abituati alle interazioni sociali comprendono bene i segnali corporei. Inoltre la loro natura di predati ha contribuito a sviluppare una sottilissima percezione per ciò che li circonda.

Fra gli scienziati si parla tutt’ora di “effetto Hans Clever” per riferirsi al fenomeno della “comunicazione facilitata” che si ha allorché qualcuno, inconsciamente o meno, condiziona la condotta di un altro.

Gli animali sono sensibilissimi agli stimoli lievi e questa caratteristica è usata per addestrarli. Chi studia il comportamento cognitivo animale usa il metodo a “doppio cieco”:

il ricercatore non conosce i particolari dell’esperimento per non influenzare il soggetto esaminato.

Un’applicazione si ha nella preparazione dei cani antidroga: al conduttore non viene svelato il luogo dov’è nascosta la sostanza stupefacente per consentire al cane di trovarla affidandosi soltanto al fiuto e non ai segnali inconsci emessi dal compagno bipede.

La storia di Hans mostra che il cavallo è un soggetto estremamente recettivo fornito di capacità cognitiva:

usa la memoria per risolvere i problemi quotidiani. Le esperienze vissute nel passato si ripercuotono sul presente, modificandone la personalità.

Tutto ciò impone una gestione “emotiva” dell’animale realizzata in maniera etica: chi vive con lui deve essere in grado di garantirgli una base emotiva stabile.

Ho ascoltato l’intervista a un’etologa, Rachele Malavasi, che spiegava l’abilità cognitiva avanzata del cavallo, ossia il saper comunicare in maniera referenziale indirizzandosi a un terzo elemento.

Gli equini non dispongono della parola e devono usare il linguaggio del corpo per attirare l’attenzione sulla terza cosa.

Rachele Malavasi ha effettuato una serie di studi sui cavalli presenti nell’Oasi Equiluna, una bellissima struttura che pratica la gestione naturale: qui vivono in branco, sono scalzi (senza ferri ai piedi) e vengono montati senza imboccatura (privi del ferro in bocca), permettendo loro di condurre un’esistenza serena ed equilibrata

L’etologa afferma che la capacità dei cavalli di comprendere l’alterità della mente di un diverso soggetto è una caratteristica che si pensava riguardasse solo i primati e i cani.

La studiosa ha indicato come gli equini, di fronte a situazioni che non riuscivano a risolvere, ad esempio un secchio di mangime posizionato al di là del recinto, mostrassero comportamenti rivolti all’uomo per indicare l’impossibilità a raggiungere il cibo e ottenere il suo ausilio.

Nei filmati proposti tali atteggiamenti erano molto evidenti e l’esperta concluse sostenendo che l’abilità espressiva dei quadrupedi fosse decisamente superiore a quella umana e che quest’ultimo, abituato al linguaggio verbale, fosse limitato nella traduzione della comunicazione gestuale di cui talvolta non si accorgeva e a cui spesso non era in grado di “rispondere”.

Durante una passeggiata, nell’affrontare un punto impegnativo, può succedere che il cavaliere concentri la tensione nello stomaco trasmettendola al destriero: basta rilassarsi contemplando la bellezza dei dintorni per annullarla e rinfrancare entrambi.

Se la sensibilità di un animale è così elevata da leggere in profondità ogni impercettibile emozione umana e le sfumature dei suoi movimenti, mi chiedo se non sia altrettanto efficace nel rilevare i sentimenti degli stessi bipedi.

A questa domanda rispondo di sì.

La fantasia mi fa immaginare gli animali come dotati del potere di scrutare l’anima delle persone e di percepirne i colori: non sempre le tonalità dell’amore sono presenti.

Quando esistono le assorbono e le restituiscono amplificate, quando sono assenti cercano d’insegnarle.

Per capirli occorre però saper vedere e tradurre le loro modalità espressive senza umanizzarli. In caso contrario è più facile sostenere che non provano emozioni.

(foto da wikipedia.org, pixabay)