Nel mese di gennaio i telegiornali hanno diffuso la notizia che in Francia alcuni volontari hanno sperimentato un farmaco e uno di loro è morto. Comunicare in questo modo induce l’ascoltatore a pensare che se il prodotto fosse stato testato su animali si sarebbe evitata la tragedia. Ma non è così.

Il fatto è avvenuto a Rennes dove otto volontari sani e remunerati hanno assunto un farmaco sintetizzato per agire sui disturbi dell’umore e i centri recettivi del dolore. A due di loro è stato somministrato un placebo mentre, dei restanti sei, uno era in stato di morte clinica, quattro con problemi neurologici forse permanenti e l’ultimo senza alcun sintomo. Il test era nella c.d. “fase 1” e quindi iniziale, condotto da una casa farmaceutica portoghese. In realtà la molecola era stata provata in precedenza sugli scimpanzé, che dovrebbero essere molto simili all’uomo, e solo dopo questo passaggio si iniziò, a luglio 2015, a darlo con un unico dosaggio a novanta persone senza riscontrare problemi.

 

I volontari di Rennes hanno invece assunto il medicinale più volte.

Dunque l’episodio presentato dai media sembra confermare che le prove effettuate sugli animali non siano sempre trasferibili alla razza umana.

Ad esempio nell’ambito del cervello nessun tipo di rimedio sviluppato su di loro si è rivelato efficace sull’uomo, come dichiara Marcel Leist, direttore del Caat-Eu (Centro per Test Alternativi su Animali) e specialista in biomedicine e tossicologia in vitro.

Ma non è la prima volta che un farmaco testato su animali si rivela dannoso per le persone poiché quanto desunto dalla sperimentazione può essere confermato solo “dopo” averlo provato sull’umano. Non esiste una garanzia al 100%:

l’uomo è unico e le altre specie differenti.

Talvolta l’avidità delle case farmaceutiche ha portato a “presentare” gli studi effettuati sorvolando su alcuni aspetti per enfatizzare quelli favorevoli. E’ il caso del Talidomine.

Realizzato negli anni ’50 fu immesso sul mercato sotto quaranta nomi commerciali diversi tra cui i più noti furono Contergan e Distaval.

Sembrava un sedativo perfetto perché privo dei pericolosi effetti collaterali dei barbiturici, non comportando alcun rischio di morte per overdose.

Così blando da venir raccomandato alle donne in gravidanza che soffrivano di nausee mattutine.

La casa farmaceutica tedesca Chemie Grünenthal investì in una campagna pubblicitaria senza precedenti presentandolo come un’innocua aspirina adatta a tutti, tale da non necessitare di prescrizione medica. Il Talidomine, nuova panacea per ogni male, venne mescolato ad altri principi attivi rientrando in numerosi prodotti destinati a curare anche un banale raffreddore e portando milioni di utili ai proprietari.

Introdotto nel 1957 fu però ritirato alla fine del 1961 – in Italia l’anno successivo – quando ci si accorse che provocava al feto umano malformazioni note come “focomelia” che si manifesta con l’assenza o il ridotto sviluppo delle ossa lunghe di gambe e braccia e il conseguente inserimento diretto di mani e piedi a spalle e bacino. Questo avviene perché il Talidomine agisce come inibitore del normale sviluppo dei vasi sanguigni che non nutrono alcune zone. 

Eppure la ditta tedesca aveva sperimentato sugli animali per ben tre anni prima di commercializzare il prodotto.

Dopo il verificarsi dei primi casi la Chemie Grünenthal effettuò test anche su bestie gravide ma comunicò che erano negativi.

Cani, gatti, topi, ratti e ben 150 specie e sottospecie di conigli assorbivano grandi quantità di Talidomine senza mostrare alcun problema, forse perché la casa farmaceutica utilizzava una forma galenica poco biodisponibile. Quando altri medici ripeterono le prove su topi gravidi con forme più biodisponibili l’esito fu positivo.

Negli anni successivi diversi ricercatori tentarono d’individuare gli animali idonei a rilevare il rischio causato dal farmaco ma i test sulle cavie comunemente usate diedero risultati contraddittori. Solo due tipi di scimmie e una specie di coniglio della Nuova Zelanda risultarono capaci di indurre nella prole malformazioni simili a quelle umane ma con dosaggi molto elevati.

Negli Stati Uniti il farmaco non venne approvato dall’Agenzia per il Controllo dei Farmaci e degli Alimenti grazie alla caparbietà di una ricercatrice, Frances Kelsey, che rigettò la domanda per due volte in quanto non persuasa della sperimentazione effettuata e preoccupata dagli effetti collaterali neurologici.

Quando in Europa alcuni ginecologi e pediatri denunciarono i pericoli del Talidomine la Chemie Grünenthal reagì con la negazione, tentando d’intimidire quei medici con gravi minacce.

   Nel 1967 un processo condannò la ditta a risarcire le vittime anche se gli imputati non vennero ritenuti personalmente responsabili. Il denaro, ancora una volta, chiuse la partita.

Ma più di 10.000 bambini e le rispettive famiglie subirono una tragedia che non poteva essere compensata con nessuna somma. Oltre alla focomelia gli effetti collaterali accertati furono difetti cardiaci, malformazioni renali e gastrointestinali, sordità, ritardo mentale e autismo.

La vicenda portò all’attenzione della comunità scientifica la necessità di effettuare test di tossicità sui prodotti di nuova introduzione.

In Germania è stato realizzato un film che, nel 2006, il tribunale vietò di mettere in onda perché la Chemie Grünenthal fece ricorso ritenendo che potesse danneggiarne l’immagine.

Così come l’anno successivo non venne proiettato in anteprima mondiale al Roma Fiction Fest per analogo ricorso. Il lungometraggio racconta la vicenda di un avvocato che lavora nello studio legale che assiste la casa farmaceutica.

La moglie è incinta del primo figlio e lui le raccomanda di non assumere il farmaco;

dopo una notte insonne la donna prende solamente una pastiglia e la figlia nascerà focomelica.

Questa drammatica storia dimostra che il profitto combinato all’utilizzo non responsabile dei media generano pericoli ma soprattutto che nessun animale può considerarsi un modello di “uomo semplificato”.

Esistono metodi alternativi che non vengono sviluppati, utilizzati e sostenuti perché l’abitudine, la mentalità o il risparmio sconsiderato non li incentivano. C’è un business anche nell’allevamento di animali destinati ai laboratori il cui smantellamento viene ostacolato con la scusa di creare disoccupati e tutelare il benessere umano.

In realtà la lobby del settore nasconde i propri interessi facendoli prevalere sul diritto dei cittadini di godere di una ricerca affidabile per la loro salute.

Cercare la cura a una malattia come la lesione al midollo spinale provocando lesioni alla spina dorsale di cani e scimmie è poco utile. La loro struttura è diversa dalla nostra, essendo più elastica, e si rompe in maniera diversa. Inoltre la malattia indotta artificialmente e combinata con lo stress della vita in laboratorio altera le condizioni immunitarie, falsando i dati clinici e comportando un decorso differente della patologia”.

Queste parole sono state pronunciate da una donna di quarant’anni paralizzata per una lesione alla colonna vertebrale durante un convegno del 2014 dal titolo

La ricerca scientifica senza animali per il nostro diritto alla salute”.

Le tecniche alternative esistono.

La generazione in laboratorio di pelle umana consente i test per cosmetici, melanomi e allergie mentre quella di tessuto polmonare, epatico o renale permette lo studio delle infezioni organiche.

Fino al 2014 per sapere se alcuni molluschi erano commestibili si utilizzavano i topi. Nel loro peritoneo, ossia nella membrana che racchiude gli organi dell’addome, veniva iniettata una quantità fissa di molluschi tritati finché l’animale non moriva. Poi l’operatore misurava il tempo di sofferenza e si determinava la tossicità fino al sopraggiungere del decesso. Questa prova non forniva risultati costanti perché soggettiva, dipendendo da fattori variabili come la resistenza del ratto e la manualità dell’operatore.

Ora, nei paesi della Comunità Europea, si usano strumenti avanzati quali l’High Performance Liquid Chromatography e la Spettrometria di Massa con cui si può conoscere l’esatto contenuto di composti chimici ottenendo alti standard di sicurezza per gli umani evitando la morte di animali.

Ulteriore possibilità è costituita dalla sperimentazione in silico, ossia attraverso la simulazione al computer del comportamento delle molecole studiate.

In laboratorio si effettuano esperimenti in vitro nutrendo le colture cellulari con siero bovino fetale. Il liquido si ottiene prelevando sangue da un feto di mucca con una puntura cardiaca senza anestesia e con l’animale cosciente fino alla morte.

La composizione del siero è soggetta ad alterazioni, contaminazioni da patogeni, proteine e anticorpi che possono influire sui risultati delle prove. L’alternativa è offerta da aziende che producono sieri sintetici o terreni di coltura senza liquidi animali, eliminandone la variabilità.

A proposito di sieri nel 1901 a St. Louis, Missouri, la difterite veniva curata grazie all’inoculazione dell’antitossina ricavata dal sangue dei cavalli. Tra quelli reclutati per tale scopo ve n’era uno di nome Jim che da giovane tirava il carretto di un lattaio. Quando evidenziò i sintomi del tetano venne soppresso ma in tredici dosi prodotte con il suo sangue era presente il batterio in fase d’incubazione. Prima di accorgersi della malattia furono messe in commercio provocando la morte di altrettanti bambini. Da quell’episodio ebbe origine, nel 1902, il Biologic Control Act, primo protocollo di sicurezza sulla produzione e vendita di sieri, tossine e vaccini nella storia della medicina. Migliaia di fanciulli vennero salvati dalla difterite ma tredici perirono per il tetano.

Analogamente a quanto avvenuto a inizio secolo gli eventi negativi devono essere sfruttati per trovare soluzioni migliori: ora si può testare su colture di cellule o tessuti umani, su microrganismi, attraverso modelli matematici computerizzati, tecniche non invasive per immagini, sistemi artificiali che simulano parti del corpo umano, microchip al DNA e altri ancora senza torturare animali e con risultati maggiormente attendibili per l’uomo.

Quello che manca è forse la volontà di staccarsi da uno schema che è servito nel passato ma che si dimostra superato per adeguarsi al progresso tecnologico e scientifico in parallelo all’evoluzione etica.

   In questo contesto i media dovrebbero porsi nei confronti della realtà come informatori obiettivi e non come abili distorsori per raccontare una versione dei fatti che fa comodo ad alcune categorie economicamente prevalenti.

Dario Fo, Nobel per la Letteratura 1997, ha recentemente presentato un libro in cui descrive l’affascinante vicenda, realmente esistita, di un pugile di etnia Sinti nella Germania nazista definito un artista più che uno sportivo.

Fo sostiene il dovere, per qualsiasi persona che racconta, di narrare una storia vera perché “il dovere di uno scrittore è quello d’informare e distruggere la menzogna”.

(foto pixabay, pt.euronews.com)