Caterina Barbieri lascia la Biennale Musica: «A 34 anni in Italia sei ancora una bambina. Io scelgo il silenzio»
Caterina Barbieri, trentasei anni, musicista e compositrice bolognese, saluta la direzione della Biennale Musica di Venezia. Dopo due anni al vertice della kermesse, ha rifiutato il rinnovo per un ulteriore biennio. «Ho voglia di fare musica e ho bisogno di silenzio e privacy», spiega, per recuperare quella connessione con il «vuoto fertile» che l’arte richiede. L’edizione appena conclusa, intitolata «A Child of Sound», ha portato in laguna fino al 24 il giapponese Keiji Haino, Leone d’oro, e la canadese Sarah Davachi, Leone d’argento, in un cartellone eterogeneo e audace, aperto alle voci extraoccidentali e alle artiste emergenti.
Ma il suo addio non è solo una scelta artistica. È anche un atto di rottura con un ambiente che, secondo lei, fatica ancora a riconoscere l’autorità delle donne giovani. La sua nomina, due anni fa, aveva destato scalpore. «Ho ricevuto tanto amore e supporto, ma per molte persone è stato uno shock spiazzante vedere una donna giovane in quel ruolo», ricorda Barbieri. Aveva quasi 34 anni. «In Italia è un’età baby», osserva, mentre a Berlino, dove vive, «certe dinamiche faticose non le avrei mai vissute». Sono anche tra le ragioni per cui ha lasciato l’Italia.
Per Barbieri, andare avanti significa sviluppare «una certa immunità», non attaccarsi al dito per ogni commento fuori luogo, nemmeno quelli di chi esordisce con un «ti do del tu, tanto potresti essere mia figlia». Il rischio, avverte, è di rimanere traumatizzate. Lo sa bene: al Conservatorio di Bologna era l’unica donna nella classe di composizione. Al primo esame, qualcuno le chiese: «Ma questo non l’hai scritto tu, ti sei fatta aiutare da un amico?». Un commento che le spezzò il cuore su una musica a cui lavorava da mesi, uno dei tanti episodi che, da giovanissima, l’hanno riempita di rabbia e sfiducia.
Eppure la musica, per lei, è stata salvezza fin dall’infanzia. Il primo ricordo è l’Orfeo di Monteverdi: la nonna cantante lirica, il padre divoratore di vinili, le domeniche passate ad ascoltare dischi. A otto anni ereditò dal nonno il primo sintetizzatore, un Casio con cui accompagnava storie inventate. A undici iniziò la chitarra classica, strumento anche al Conservatorio, mentre già sperimentava con l’elettronica. Il vero scatto è arrivato in Erasmus, in Svezia: dopo l’approccio «museale» dell’accademia italiana, a Stoccolma ha trovato il coraggio di far sentire la propria voce.
La sua Biennale ne è stata l’estensione. Spazio a tante voci nuove, a progetti extraoccidentali difficili da vedere in Europa, e un occhio di riguardo alle compositrici. «La presenza femminile mi sta a cuore, ma al tempo stesso è venuta spontanea», dice. «Trovo ci siano tante compositrici, anche italiane, protagoniste attive del suono contemporaneo».
Oggi Barbieri – che nel mainstream apprezza Madame «per i testi e la figura irriverente» – non esclude di tornare in Italia nei prossimi anni, magari vicino al mare. Adora nuotare. «Se il mare mi chiedesse di sposarlo, lo farei». Per ora, però, sceglie il silenzio. E lascia in eredità una domanda scomoda: in Italia, una donna di 34 anni può davvero dirigere una Biennale senza dover giustificare la propria età?