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Quante volte al giorno usiamo la parola “diverso”? Tante, tantissime. Ad esempio: «in camera mia ci sono diversi libri», con questo possiamo voler dire che ce ne sono molti e anche, se si vuole, che sono di generi differenti; «quei due hanno caratteri totalmente diversi», un individuo può essere solare, un altro introverso; ancora, «io e la mia coinquilina abbiamo orari diversi, non ci incontriamo mai», una può rientrare dal lavoro nel momento in cui l’altra esce per recarvisi.

 

Tutto questo rientra nel modo in cui noi, chi più chi meno, impiega il lemma in questione. E fin qui, va benissimo. È quando la parola viene accostata al termine “sordità”, che mi si accappona la pelle. E mi chiedo: siamo sicuri che la mancanza di qualcosa, nel caso della sordità quella dell’udito, classifica una persona come “diversa”?

Ognuno di noi è portatore di diversità in quanto abbiamo caratteristiche che ci rendono unici e speciali. L’obiettivo, nella nostra società, dovrebbe essere quello di includere le particolarità di ogni persona in un disegno collettivo, sottolineando che le differenze possono essere un importante arricchimento e non un limite o un difetto. Dovremmo essere guidati verso il rispetto degli altri, a non avere atteggiamenti di diffidenza e discriminazione nei confronti di coloro che hanno peculiarità non congrue con la maggioranza. Ci si dovrebbe approcciare al prossimo senza opinioni preconcette, stereotipi e pregiudizi. È per questo che il binomio “diversità-sordità” è inaccettabile.

I sordi sono stati etichettati come “disabili”, è come se fossero vittime di un’oppressione perché il loro modo di comunicare li rende inadeguati a come la società è organizzata. Non solo. Sono stati definiti anche portatori di “handicap invisibile”. Analizziamo le due parole.

Cos’è l’handicap?

Non è altro che lo svantaggio vissuto da una persona e si riscontra solo nel caso in cui le condizioni esterne siano un ostacolo alla vita della persona stessa. Ad esempio: un uomo su una sedia a rotelle supera un possibile handicap negli spostamenti se gli viene fornita una carrozzina adatta o se, magari, gli ambienti sono idonei al suo modo si muoversi. Quindi, l’handicap deriva esclusivamente dal contesto.

Perché “invisibile”?

Facilmente ci si può accorgere della condizione di un disabile, a volte, anche solo guardandolo. Al contrario, non si riconosce subito se una persona è sorda. Se non fino al momento in cui ci si approccia ad essa.

In passato si pensava che chi era colpito dalla perdita dell’udito non poteva avere un’istruzione perché era considerata una persona menomata della ragione. Fu un importante educatore, Charles Michel de L’Epée, che fondò il primo istituto per “sordomuti” (all’epoca questo termine era in vigore, ora non più poiché la legge del 20 febbraio 2006 numero 95 lo ha sostituito con “sordo”) a dimostrare come, attraverso un metodo educativo adeguato, i bambini sordi potevano apprendere sia la lingua parlata che scritta. Il suo metodo consisteva nell’utilizzare i segni, per lui mezzo fondamentale e naturale di espressione dei sordi, e creare una serie di codici per designare gli elementi grammaticali.

Quindi si può interagire con la persona sorda, si può insegnare sin da bambini che chi non sente non è un “diverso”, non è uno “svantaggiato”.

Per questo mi pongo una domanda e la pongo anche a voi: stando, dunque, a quello che la società ci impone (per ignoranza, per poca informazione o per mancanza di apertura mentale) il sordo è un diverso, ma diverso da chi? Da cosa?

Vi lascio con il solito aforisma che ritengo sia un buon compendio di quanto detto sinora: “La saggezza è saper stare con la differenza senza voler eliminare la differenza”, Gregory Bateson.