Tra le montagne piene di ghiaccio dell’Altai, in Mongolia, si trova la tribù nomade dei Dukha.

Riesce a vivere in un clima estremamente rigido grazie all’ausilio offerto dalle renne.

La popolazione rispetta profondamente questo animale che utilizza solo come mezzo di trasporto e come fonte di riscaldamento “sostenibile”: la renna ha un doppio strato di pelle e il suo alito riscalda anche nelle ore più fredde.

 

Ho ammirato il servizio di un bravissimo fotografo, Hamid Sardar-Afkami, che ha catturato nelle immagini lo spirito di un gruppo che spende la propria esistenza in armonia con la natura e gli animali del territorio.

Nella regione sono presenti cavalli selvaggi, orsi, aquile e lupi: i Dukha hanno creato un legame unico solamente con le renne che addomesticano rendendole docili e affidabili, montandole spesso a pelo e con una semplice capezza in corda. Praticano la caccia con le aquile con cui si procurano le prede per il sostentamento della comunità. Professano un culto sciamanico che crede in una connessione spirituale con animali e piante.

Il poeta greco Pindaro nel 518 a. C. chiamò questa regione Hyperborea, ovvero posto da sogno, in cui la popolazione vive in pace senza preoccupazioni, in simbiosi con l’ambiente.

Le fotografie del reportage trasmettono esattamente questo: gli occhi di uomini, donne e bambini offrono una soluzione di continuità con un panorama fluido, limpido, dai colori vivaci e avvolgenti, regalando una sensazione d’infinita libertà e serenità. Il viso manifesta espressioni che difficilmente s’individuano negli sguardi di chi cammina nelle nostre città.

I Dukha stanno però scomparendo perché la loro esistenza dipende dalla presenza delle renne che stanno costantemente diminuendo.

   Quarant’anni fa erano duemila, ora sono circa seicento.

Sono numerose le tribù la cui esistenza sul pianeta Terra è gravemente minacciata: oltre che in  Asia ve ne sono in Amazzonia, nel Borneo, in Nuova Guinea e in Africa.

E’ in atto un processo di estinzione fisica e culturale di questi gruppi che costituiscono la memoria della nostra civiltà. Ogni società si è sviluppata grazie a diversità che oggi si tende a unificare, dimenticandone la valenza costruttiva.

Le popolazioni primitive percepiscono un concetto di ambiente che l’uomo moderno ha acquisito a fatica solo dopo aver compreso che la crescita industriale e tecnologica può portare alla distruzione del pianeta. Queste invece sono da sempre consapevoli di far parte della “Madre Terra” che rispettano profondamente perché la considerano non solo un luogo da cui trarre i mezzi per sostentarsi ma il cuore di cui costituiscono parte integrante, originando da essa la propria stirpe, i miti, le leggende e tutta una serie di valori che l’uomo civile non ricorda più. Possiedono una conoscenza empirica della natura frutto di esperienze millenarie spesso respinte o sottovalutate dagli scienziati perché non acquisite tramite un approccio scientifico.

Nel corso delle generazioni le tribù hanno imparato ad addomesticare gli animali, a coltivare diversi tipi di vegetali, a scoprire le virtù curative delle piante medicinali. Quando cacciano abbattono un numero limitato di capi per non minacciare la specie, piantano i vegetali di cui gli erbivori si nutrono per non farli allontanare, non distruggono le piante acquatiche di cui si cibano i pesci, se abbandonano un territorio seminano i frutti di cui si alimenta la selvaggina per ritrovarla numerosa quando faranno ritorno.

Il dottor William Milliken, etnobotanico presso i Giardini Botanici Reali di Kew a Londra, ha trascorso lunghi periodi con la tribù amazzonica degli Yanomami per studiare il loro utilizzo delle piante della foresta. Alla domanda su quale fosse la conoscenza più preziosa acquisita da loro ha risposto: “Gli Indios mi hanno insegnato molto sull’importanza di valutare prospettive diverse, offrendomi una visione differente della nostra cultura, del nostro stile di vita e di alcuni nostri atteggiamenti verso gli altri, mostrando una visione non sempre rassicurante”.

Con il nascere di una consapevolezza generale sull’importanza della biodiversità si sta facendo strada un movimento che cerca di attribuire il giusto valore alla saggezza indigena  e al loro ruolo di custodi dell’ambiente. Survival, organizzazione mondiale no profit a favore dei popoli indigeni, crede in un mondo in cui i diritti di questi siano rispettati e gli stili di vita riconosciuti, adoperandosi per far arrivare la loro voce e denunciare i misfatti che spesso vengono perpetrati nel silenzio.

Albert Einstein non a caso sosteneva che “la modernità ha fallito. Bisogna costruire un nuovo umanesimo altrimenti il pianeta non si salva”.

Osservando con attenzione gli occhi dei bambini e delle renne dei mongoli Duhka forse potremmo intravedere la naturale capacità a sintonizzarsi con l’energia del Tutto, imparando a interagire in maniera meno egoistica con gli altri esseri viventi e a convivere in armonia con la “Madre Terra”.

(bagusacademy.com foto renna, pixabay)