Direttore responsabile di CaffèBook. Giornalista iscritto all’albo (Odg. Toscana) Coautore del documentario sulla crisi economica Eterna.

Suppongo che ricorderanno quel meraviglioso film chiamato Bird, diretto da Clint Easwtood, in cui Forest Whitaker interpretava il tormentato sassofonista jazz Charlie Parker.

 

Charlie Parker

Charlie Parker, Bird

Igor Stravinsky

Igor Stravinsky

Dall’articolo originale: La noche en que Charlie Parker emocionó a Stravinsky Publicado por Emilio de Gorgot su Jotdown.es, traduzione per gentile concessione in: La notte in cui Charlie Parker emozionò Stravinsky di Roberto Roverselli per CaffèBook (caffebook .it)

In una sequenza, il protagonista si trova davanti alla casa del compositore, pianista e direttore più famoso del mondo, Igor Stravinsky.

Parker lo guarda da lontano affascinato e intimidito.

Nel frattempo ascoltiamo la musica di Stravinsky, uno dei pochi momenti del film in cui suona qualcosa di diverso dal jazz o dai suoi derivati.

Alla fine Parker non osa far sapere al russo che lui è lì e questi rientra in casa sua senza notarne la presenza.

Una bella scena, molto poetica e forse non troppo lontana dalla realtà.

Per “Bird“, Stravinsky era praticamente un’icona intoccabile da adorare da lontano… nondimeno, nella realtà, giunsero ad incontrarsi una volta:

un curioso incrocio fra due colossi provenienti da mondi diversi, musica sinfonica e jazz, due universi che allora sembravano destinati a non mescolarsi troppo.

Igor Stravinsky, come dicevamo, era famoso in tutto il mondo già dal primo quarto del XX secolo. Alla fine degli anni quaranta anche Charlie Parker era diventato un’icona, anche se su scala molto più ridotta.

Gran parte del pubblico americano non lo conosceva o semplicemente non si interessavano alla sua musica.

Molti ascoltatori non capivano quel Bebop convulso e imprevedibile che aveva scandalizzato anche dei pesi massimi del jazz tradizionale, tra cui Louis Armstrong:

il leggendario trombettista arrivò a qualificare il Bebop come “rumore” e questo può dare l’idea di fino a che punto provocasse delle resistenze il nuovo stile.

Parker, questo sì, aveva una piccola ma fedele legione di fan che erano disposti ad alzarlo agli onori degli altari, considerandolo qualcosa di simile a un semidio, dal punto di vista musicale.

Era adorato dagli hipsters, come si chiamavano allora gli appassionati del jazz d’avanguardia.

Non sorprendetevi, il termine è molto vecchio: all’inizio del ventesimo secolo si chiamavano hepsters o hepcats gli appassionati di quel genere di musica;

negli anni ’40 il termine ha continuato ad essere usato, e poteva essere tradotto in “quello che è più aggiornato in materia jazz“.

Tra il 1947 e il 1950, Parker raggiungeva il primo posto come miglior sassofonista nelle diverse votazioni che organizzavano riviste come Down Beat e Metronome e il suo nome era conosciuto anche in Europa.

Il prestigio di Charlie Parker tra gli hipsters newyorchesi era così enorme che i proprietari del club dove era solito suonare ribattezzarono la bisca come “Birdland“, in onore del suo soprannome, “Bird“, con l’idea di attrarre i fedeli parkeriani che si recavano lì come chi si dispone ad assistere ad una cerimonia religiosa:

sentivano che Parker stava effettuando una rivoluzione di grandezza storica (e avevano ragione) in questo modo il locale divenne ufficialmente una cattedrale del Bebop.

Gli hipsters e alcuni musicisti affluivano ogni sera per guardare l’uomo del momento, l’individuo che stava rompendo tutti gli schemi del jazz, passati e presenti.

I fedeli di Parker consideravano il loro idolo all’altezza dei giganti della musica moderna come Bela Bartok, Arnold Schoenberg e il più importante di tutti, Igor Stravinsky.

Questo paragone, tuttavia, non incontrava molto eco, poiché fra gli appassionati della musica sinfonica non mancava chi pensasse che il jazz fosse uno stile popolare destinato al semplice intrattenimento. E così era stato molte volte, con la moda dello swing, per esempio.

Il jazz, però, continuava ad evolversi ed il Bebop di Charlie Parker rappresentava un brusco cambiamento dal jazz più commerciale che il grande pubblico poteva capire.

La musica di Parker era sperimentale, difficile e contorta per le orecchie di allora.

Ma i pregiudizi che spesso albergano in una parte del pubblico raramente esistono tra i musicisti stessi. Di fatto vi furono diversi approcci fra i compositori sinfonici verso il jazz e persino il blues; approcci che forse non furono apprezzati dai puristi di entrambi i mondi, ma che, quando si verificarono, ebbero sempre un grande effetto.

Basti citare il famosissimo Rhapsody in Blue di George Gershwin, uscito nel 1924 come un “esperimento di musica moderna” e che ebbe un clamoroso successo di pubblico e di critica.

Lo stesso Igor Stravinsky aveva fatto un “gesto d’intesa” al jazz ancora prima: nel 1918, ad esempio, aveva composto Ragtime per undici strumenti; un pezzo che rifletteva il suo interesse per quello stile al quale rendeva omaggio a modo suo.

Il compositore russo aveva viaggiato più volte a Parigi per motivi professionali prima di stabilirsi in Francia, dove avrebbe vissuto per quasi due decenni, tra il 1921 e il 1939.

E la Francia era un buon posto per entrare in contatto con il jazz più recente: a Parigi, come a Londra, si esibivano i jazzmen americani dell’avanguardia che si recavano in Europa alla ricerca di maggiori guadagni finanziari e di un riconoscimento artistico che non ricevevano nel loro Paese, nel quale l’avanguardia era considerata una stranezza.

Nel 1939, dopo una serie di drammatiche perdite di affetti personali (la moglie e la figlia morirono di tubercolosi, una malattia per la quale egli stesso fu ricoverato per diversi mesi) e con lo scoppio della guerra in Europa, Stravinsky decise di trasferirsi negli Stati Uniti, dove, oltre a godere di un grande prestigio, aveva buoni contatti professionali stabiliti in precedenza durante i suoi tour.

Una volta ripresa la sua vita in America, il suo interesse per il jazz si intensificò. Si impegnò a conoscerlo più da vicino.

Mosso dalla curiosità andò alle incisioni di dischi di jazz d’avanguardia perché voleva osservare sul posto come venivano realizzate.

Constatò che il jazz, in suolo americano, non era avvolto da molte formalità:

fu sorpreso nel vedere che l’atmosfera in studio era molto diversa da quella che si trovava in uno studio europeo e più tardi avrebbe detto che:

“l’atmosfera sembrava fatta di anice Pernod con acqua”, cioè bianca per la quantità di fumo.

I musicisti, quando non suonavano gli strumenti, fumavano tutto il tempo e non soltanto tabacco. Lo scosse enormemente l’aurea underground che avvolgeva il tutto.

Stravinsky era un pianista così, ben presto, desiderò incontrare Art Tatum, che i suoi colleghi consideravano il miglior pianista jazz.

Tatum, a sua volta, era un grande appassionato di musica classica o sinfonica e adattava pezzi di Chopin e Dvorak al proprio stile.

Stravinsky era ansioso di vederlo suonare di persona e andò a trovarlo. Impressionato non solo dal virtuosismo tecnico di Tatum, ma anche dalla complessità armonica della sua musica, gli chiese di aiutarlo a finire un pezzo col quale aveva dei problemi.

Il Russo voleva collegare due frammenti di un pezzo musicale, però stava utilizzando accordi inusuali, così si era bloccato e non riusciva a trovare un modo per unire con soddisfacimento i due frammenti. Chiese il permesso di sedersi al pianoforte per mostrare il problema ad Art Tatum nel caso in cui gli potesse suggerire una qualsiasi soluzione.

Il jazzman, naturalmente, ne fu molto felice e lasciò il musicista russo suonare. Stravinsky interpretò i due frammenti che intendeva unire mentre Tatum ascoltava attentamente. Alla fine, Tatum rimase in silenzio per alcuni momenti, come se pensasse a quello che era stato appena suonato, annuendo leggermente con la testa.

Anche se era quasi completamente cieco dall’infanzia, aveva alcune qualità estremamente rare anche fra i musicisti professionisti: dopo aver ascoltato una sola volta, Tatum si sedette al pianoforte, e interpretò esattamente le stesse note che aveva suonato Stravinsky e, come per magia, aggiunse la progressione armonica che il russo aveva tanto cercato.

Il problema era stato risolto e Stravinsky cominciò a parlare con tanto entusiasmo, a chi lo voleva ascoltare, delle qualità di Art Tatum.

Questo aneddoto illustra il rispetto reciproco che sentivano i musicisti di entrambi i mondi, jazz e sinfonica, superiore allo sfoggio che il rispettivo pubblico faceva di una certa coscienza di classe o di snobismo.

Da parte sua, dicevamo, Charlie Parker era anche lui un devoto ammiratore di Stravinsky, ma non c’era nessuna affinità fra lui e il russo simile a quella raccontata nell’aneddoto di Tatum.

Da lì nasce la sequenza cinematografica evocativa di cui abbiamo accennato all’inizio, in cui “Bird” sembra sentire che esista un abisso insormontabile tra il suo mondo e quello del compositore russo, anche se entrambi vivevano a New York dal 1947.

Art Tatum poteva essere avvicinabile dalla prospettiva di qualcuno come Stravinsky, ma Parker apparteneva ad un mondo più oscuro e marginale; un’avanguardia nascosta che si rifugiava in alcuni club di New York dove nessuno avrebbe immaginato un famoso compositore classico entrare e consumare seduto.

In quei circoli del Bebop, l’alcol e soprattutto le droghe erano devastanti. Molti musicisti conducevano un tipo di esistenza che potremmo descrivere come “turbolenta”.

È noto che Parker fosse un uomo difficile e irragionevole, tenesse una dipendenza dall’eroina fin dall’adolescenza, una vita personale caotica e per di più era incapace di ritagliarsi una carriera abbastanza stabile.

Tale era il disordine in cui viveva che impegnava il suo sassofono quando non aveva soldi per le sue dosi di eroina, e non raramente aveva dovuto suonare con strumenti presi in prestito. Suonava per pochi dollari che più tardi avrebbe investito in droga o per recuperare il proprio sassofono.

Perse diverse opportunità professionali, in particolare durante i suoi viaggi per le esibizioni in Europa, dove incontrò intellettuali come Jean Paul Sartre, che gli mostrarono la loro ammirazione, e personalità della musica classica come la compositrice Nadia Boulanger, con la quale Parker disse che desiderava migliorare i suoi studi di composizione…

Cosa che non fece mai, perché a Parigi passò più tempo a bere nei bar e a mescolarsi con la gente della notte che a costruirsi le fondamenta per una carriera più solida.

Saltava anche le prove presentandosi direttamente sul palco senza praticare con i suoi musicisti: era lo stesso anarchico Charlie degli Stati Uniti.

Se l’Europa non poteva cambiarlo, nulla avrebbe potuto.

Il periodo 1947-50 fu segnato sia dal suo apogeo musicale sia dal progressivo peggioramento delle sue dipendenze. In California, dove era stato un po’ di tempo e dove l’eroina era più difficile da trovare, aveva cominciato a bere troppo per far fronte all’astinenza dagli oppiacei ed era diventato anche un alcolista.

Di conseguenza, il suo comportamento era diventato ancora più imprevedibile e sregolato. Camminava nudo per l’albergo o dormiva nel letto con una sigaretta provocando incendi: era diventato evidente che fosse un pericolo per sè stesso e per coloro che gli stavano vicino.

Alla fine fu ricoverato per disintossicarsi, dopo di che ritornò a New York. Ma poche cose cambiarono e il suo comportamento rimase lo stesso.

In un’occasione, totalmente ubriaco, orinò tranquillamente nella cabina telefonica di un club credendo di essere in bagno.

Durante alcuni spettacoli cominciò a fare scherzi puerili sulla scena, facendo perdere la testa ai propri musicisti;

nel 1948 un giovane Miles Davis decise di lasciare la band di Parker stanco di non sapere come il suo imprevedibile capo avrebbe posto termine alla serata.

Il suo stato di alterazione fu addirittura registrato su vinile. Durante un’incisione, in concreto della canzone “Lover Man“, era così fatto che il produttore dovette sostenerlo – letteralmente – mentre suonava perché non si allontanasse dal microfono o non cadesse a terra.

Anche oggi si può percepire il tuo stato ascoltando il disco e Parker odiava che quella sessione fosse stata pubblicata.

Di fatto registrarono nuovamente la canzone nel 1951, ma alcuni jazzmen e critici elogiarono il particolare tono della precedente incisione, quando Parker suonò completamente alterato e della quale si vergognava.

Faceva parte del fascino della figura di Bird.

Ci sono diversi esempi di quanto “Bird” ammirasse l’opera di Igor Stranvinsky. Nelle riviste musicali di quel tempo erano di moda gli “ascoltatori ciechi”: il reporter faceva suonare un disco davanti ad un famoso musicista senza dirgli quale fosse la musica che suonavano.

Di solito erano dischi molto diversi dallo stile del musicista: gli intervistati a volte le riconoscevano e a volte no, ma sempre dovevano dare una valutazione di ciò che avevano appena sentito con un certo numero di stelle per indicare quanto gli fosse piaciuto, e spiegare il perché.

Quando in uno di questi ascolti a Charlie Parker fu fatto sentire il Canto dell’usignolo di Stravinsky, rispose entusiasta:

“metti tutte le stelle che puoi!” In seguito pronunciò un torrente di lodi per Igor Stravinsky e altri compositori modernisti e classici della musica sinfonica.

Anche per gli hipsters Stravinsky era una figura rispettata perché aveva sempre mostrato grande rispetto per il jazz.

Quel rispetto aumentò ancora di più nel 1946 quando, dopo che da un lustro viveva in America, compose l’Ebony Concerto nel quale adattava le strutture e la strumentazione del jazz al proprio stile.

L’Ebony Concerto non era propriamente jazz, come non lo era stato Ragtime del 1918 che abbiamo già citato, ma lo avvicinava più che mai a quello stile, forse nel disgusto degli appassionati più elitari della musica sinfonica.

Come tutti sappiamo, Stravinsky non aveva mai mostrato di aver paura di rompere le barriere e lasciarsi associare al jazz, fu un gesto che gli hipsters apprezzarono.

Fu lì, nella Grande Mela, e in quella stessa epoca che avrebbe avuto luogo l’incontro fuggevole tra i due musicisti.

La notte che Charlie Parker emozionò Stravinsky

 Articolo La notte in cui Charlie Parker emozionò Stravinsky 

Era una notte come tante altre in Birdland: una band di supporto suonava davanti ad una folla di persone in attesa di ascoltare il proprio idolo.

Ma un particolare insolito attirava l’attenzione quella notte: c’era un tavolo vuoto nella prima fila, accanto alla scena, segnato come “riservato”.

Quel dettaglio era veramente insolito in un club che era pieno all’inverosimile quando Charlie Parker suonava. A Birdland non è mai stato riservato un posto a nessuno perché Birdland non era niente di simile ad un luogo elegante per persone ricche.

Quindi, per chi si erano presi la briga di riservare un tavolo i proprietari del locale? La solita legione di hipsters e musicisti non meritava tanta attenzione e doveva trattarsi di una persona molto importante.

Infatti: durante l’esecuzione della band di supporto una voce si diffuse nel locale e le persone cominciarono a girarsi verso la porta. Un uomo di età avanzata era entrato. Alcuni lo riconobbero e fecero correr voce.

Gli occhi si allontanarono dal palcoscenico per concentrarsi sul fascino dello spettatore più illustre della notte: l’uomo era Igor Stravinsky. Nessuno ci credeva, perché la presenza nell’avanguardia notturna di un compositore sinfonico di fama mondiale costituiva una visione inconcepibile.

A sessantotto anni Stravinsky era molto più di una leggenda: era una delle principali istituzioni musicali viventi. Mentre il russo prendeva posto e ordinava un drink, il gruppo di supporto terminò il proprio repertorio e si ritirarono. Gli spettatori continuavano a fissare quel tavolo increduli.

Pochi minuti dopo, la band di Charlie Parker apparve sul palco. I musicisti non si erano accorti di nulla e cominciarono a prendere posizione, ignari di quanto si diceva nella sala.

Fu il trombettista Red Rodney il primo a capire che cosa stava accadendo quando guardando verso un tavolo in prima fila riconobbe l’uomo con gli occhiali che pazientemente aspettava di vederli suonare.

Rodney, fuori di sé dalla meraviglia, si avvicinò a Parker per sussurrargli in un orecchio la sorprendente notizia: il grande Igor Stravinsky era nella stanza.

Al sentirlo Parker non mosse un muscolo della faccia. Non guardò nemmeno dove stesse uno dei suoi più grandi idoli. Era come se non sentisse quello che Rodney gli stava dicendo, o come se non gli importasse minimamente.

Però sì, gli importava, anche se non parlò né pronunciò ad alta voce la minima dedica di benvenuto.

Parker, a differenza del socievole e loquace Dizzy Gillespie, era molto distaccato quando era sul palco (tranne quando si presentava nel bel mezzo di una sbornia, ovviamente) e quella sera non fece eccezione. Guardandolo, sembrava che per lui fosse una serata qualunque.

Ma non lo era. Fece qualcosa di diverso dal solito: ordinò al suo gruppo di iniziare suonando KoKo, un pezzo con il quale non avevano mai aperto perché così diabolicamente veloce e difficile che preferivano riservarla per la seconda parte del concerto, quando erano già caldi e le probabilità di errore erano più basse.

Tuttavia, quella sera Parker cambiò idea e volle usarla per cominciare. I suoi compagni dovettero aver pensato che voleva impressionare Stravinsky. Ed era così.

Bird cominciò a suonare il pezzo con grande fluidità, senza far notare che le sue dita erano ancora fredde.

Stava lottando per concentrarsi e suonare nel miglior modo possibile. Stravinsky ascoltava attentamente, seduto alla suo tavolo, con un drink in mano, mentre la band suonava una strofa, poi un ritornello, poi un’altra strofa… All’inizio del secondo ritornello, improvvisamente, Parker cambiò la solita melodia e introdusse alcuni nuovi fraseggi che probabilmente molti dei presenti non riconobbero e scambiarono per una delle sue tante improvvisazioni.

Ma Parker sapeva che almeno uno dei suoi spettatori avrebbe riconosciuto quegli accordi… perché erano le melodie iniziali di The Firebird (L’uccello di fuoco), la più famosa suite di Igor Stravinsky. La strofa si incastonava perfettamente nella struttura di KoKo ed era evidente che non era la prima volta che il sassofonista la eseguiva.

Parker aveva studiato con molta attenzione la musica del russo; sapeva dove e quando mettere i suoi passaggi.

Stravinsky sussultò. Sentendo un frammento del proprio lavoro nelle mani di Parker, il compositore, assolutamente sorpreso, pronunciò un’esclamazione di piacere ben udibile.

Con un gesto molto russo e di rumoroso entusiasmo, alzò la mano con la quale teneva la bevanda e la abbassò di nuovo, battendo sul tavolo con il bicchiere in un gesto di approvazione irrefrenabile.

Questo movimento improvviso e violento del suo braccio fece si che il whisky e i cubetti di ghiaccio nel bicchiere ne uscissero cadendo sul tavolo posteriore, dove gli altri che assistevano alla serata ebbero l’onore di essere schizzati dall’euforia dell’illustre e vecchio Igor Stravinsky.

Delle risate si sentirono fra il pubblico, ma Stravinskij sembrava completamente indifferente al trambusto che aveva causato la sua esplosione di gioia e non si preoccupava che la sua bevanda finisse ben distribuita sopra gli altri spettatori.

La sua attenzione non poteva allontanarsi da quello che accadeva sul palco.

Al terminare della canzone, mentre il pubblico ancora applaudiva e Stravinsky non si toglieva il sorriso di soddisfazione dal volto, arrivò una nuova dedica. Il giovane Parker incominciò a suonare la melodia di un tema abituale del suo repertorio, un tema ben noto il cui titolo non potrebbe essere più eloquente: All the things you are (Tutto quello che sei).

Continuava a non guardare Stravinsky, ma si avvicinò al tavolo dove sedeva. Il russo era visibilmente emozionato. La sua espressione commossa non cambiò per tutta l’esecuzione.

Anche se nei concerti di Parker era abituale la presenza di apparecchiature di registrazione, ciò che venne suonato in quella incredibile serata non fu registrato.

Quindi, sfortunatamente, tutto quello che possiamo fare è cercare di immaginarci quell’incontro.

Come possiamo solo immaginare il risultato di una qualche impossibile collaborazione fra Parker e Stravinsky, due musicisti che si ammiravano enormemente ma che appartenevano a diversi universi.

Parker visse solo pochi altri anni: morì nel 1955, a soli trentacinque anni.

Era così distrutto che il poliziotto che compilò il rapporto della sua morte gli attribuì cinquanta o sessant’anni.

Stravinsky, molto più anziano, era già un famoso musicista quando nacque Parker, visse invece fino al 1971.
L’unica cosa che resta da dire è: se avessi potuto essere lì quella notte.

Dall’articolo originale: La noche en que Charlie Parker emocionó a Stravinsky Publicado por Emilio de Gorgot su Jotdown.es, traduzione per gentile concessione in: La notte in cui Charlie Parker emozionò Stravinsky di Roberto Roverselli per CaffèBook (caffebook .it)

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