Conoscete il romanzo di Riccardo Bacchelli “Il Diavolo al Pontelungo”?

Uscito nel 1927, vi si narra di alcuni contadini che pare abbiano incontrato il Demonio sulla propria via; ma vi è anche un altro personaggio al quale sono attribuiti effluvi sulfurei: Michail Bakunin, infatti, ai tempi in cui si svolge la narrazione si trovava proprio in quell’angolo di Toscana. Bacchelli gioca sulla circostanza e fa pronunciare all’anarchico russo le seguenti parole:

È venuto davvero (…) il diavolo al Pontelungo! E questa volta di qui Satana spiccherà il volo per la liberazione di tutto il mondo”.

Chi era Bakunin, per meritarsi tale appellativo demoniaco?

 

Michael Bakunin

Michael Bakunin

 Articolo Quel diavolo di un Bakunin… anarchico e rivoluzionario di Sabrina Granotti ( su caffebook .it)

 

Un personaggio controverso, animato tuttavia da un grande desiderio di libertà e giustizia sociale. Il contesto in cui visse e formò le proprie teorie è quello della Russia zarista del secondo Ottocento, nella quale i contadini versavano ancora nella condizione di servi della gleba, il potere del sovrano era assoluto, l’industrializzazione pressoché inesistente, le prospettive di emancipazione sociale per un mugic nulle.

L’Autore di “Stato e Anarchia propone una filosofia atea e materialista, che pone al centro la figura del rivoluzionario, la cui missione è mettere fine allo sfruttamento delle masse proletarie compiuto dalle classi dominanti; per raggiungere tale scopo, bisogna distruggere totalmente le strutture dello Stato, che costituiscono lo strumento principale della borghesia al fine di imporre il proprio predominio politico ed economico:

« Insomma lo Stato da una parte e la Rivoluzione Sociale dall’altra, tali sono i due poli il cui antagonismo rappresenta l’essenza stessa della attuale vita pubblica in tutta l’Europa ».

Per venire incontro alle istanze di promozione sociale del proletariato europeo, secondo Bakunin occorreva eliminare e annientare ogni forma di Stato e di Governo, onde distruggere la radice stessa della sopraffazione.

L’abolizione dello Stato e della Chiesa non potevano, a quei tempi, che far considerare dai benpensanti una tale filosofia come uscita dall’imo dell’Inferno. Bakunin riuscì a farsi dichiarare “ospite indesiderato” da moltissimi Paesi, anche dalla tollerante Francia; persino Marx lo espulse dalla Prima Internazionale Socialista: le tesi bakuniane risultavano eccessive anche per lui.

Nel 1864 Bakunin giunse in Italia; qui aveva un caro amico, Errico Malatesta, l’anarchico nato a Santa Maria Capua Vetere, il quale pur di incontrarlo aveva affrontato un viaggio irto di difficoltà per raggiungerlo in Svizzera, rischiando di morire a causa di una polmonite; Malatesta contribuì con i suoi scritti a diffondere il pensiero bakuniano nel nostro Paese. Il soggiorno italiano fu proficuo per il filosofo rivoluzionario, che vi raccolse consensi non trascurabili.

Ma torniamo al romanzo di Bacchelli (apparso in pieno ventennio fascista, come si è detto): Bakunin vi è descritto come un tizio grande e grosso, perso dietro le proprie idee utopistiche, incapace di reggere le fila della logica e destinato a cadere nell’inconcludenza più assoluta; un ritratto tutt’altro che lusinghiero, che irritò Gramsci e piacque a Mussolini. In caso contrario, non sarebbe stato dato alle stampe in quegli anni.

Tutto sommato Bakunin era nato per diventare un personaggio al centro di mille discussioni:

chiunque persegua ideali libertari ne subisce il fascino, i tutori dell’ordine lo aborriscono.

Cosa sosteneva, in buona sostanza, questo pensatore che si definiva “un amante fanatico della libertà”?

Innanzitutto, che lo Stato è il primo strumento di oppressione nelle mani della borghesia, che se ne serve per mantenere il proletariato sottomesso;

la rivoluzione è il solo modo di mettervi fine una volta per tutte, anche se poi egli non fornisce alcun vademecum su come procedere dopo che essa si sarà compiuta: imporre direttive contraddiceva alla sua idea di fondo di una società libera di autodeterminarsi.

La soluzione risiede in forme di autogoverno, che vadano oltre quello Stato che “domina mediante la violenza” e permettano al popolo di prendere le decisioni migliori per il proprio vantaggio;

il lavoro di tutti deve contribuire all’eliminazione della miseria, senza disuguaglianze tra i vari componenti della società stessa, “dal basso verso l’alto”; i lavoratori si assoceranno liberamente per raggiungere comuni obiettivi.

Utopista? Antisemita? Quest’ultima accusa gli derivò da alcune sue parole contro il capitalismo ebraico (e contro Marx, dopo la rottura tra i due). In questa sede non si intende giudicare Bakunin o la sua statura storica e filosofica; si vuole solo accendere i riflettori sulle sue idee, che comunque hanno rivestito un ruolo cruciale nella storia dello sviluppo del pensiero politico nel periodo tra il secondo Ottocento e il primo Novecento.

Resti pure il Diavolo per i benpensanti e un Profeta per i rivoluzionari: Bakunin è esistito e il pensiero politico, sociale ed etico di due secoli ha dovuto prenderne atto.

 Articolo Quel diavolo di un Bakunin… anarchico e rivoluzionario di Sabrina Granotti ( su caffebook .it)