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L’Argentina è una terra che vanta stretti legami di sangue con l’Italia, essendo stata meta di un forte movimento migratorio in partenza dal nostro paese tra la seconda metà del XIX secolo e i primi decenni del XX.

In quell’epoca la popolazione del paese sudamericano era composta da un vero e proprio crogiolo di culture ed etnie diverse, ciascuna dotata di una propria lingua e di un bagaglio di svariate esperienze che si fusero con il trascorrere degli anni dando origine alla società che oggi abita quel paese dotato di spazi immensi e di un cielo bianco e azzurro come i colori della sua bandiera.

 

Gli argomenti sarebbero molti, dall’epopea dell’immigrazione, con le storie di speranza e tribolazioni che hanno contraddistinto prima di tutto la traversata dell’oceano Atlantico, all’impatto con la realtà di Buenos Aires e all’immensità degli spazi aperti dell’entroterra.

Fra tutte queste cose vorrei scrivere tuttavia della figura che forse più di tutte simboleggia l’Argentina e in particolare un determinato periodo storico, vale a dire il gaucho.

Questa figura racchiude in sé una propria storia, simile per certi versi a quella del più famoso cowboy nordamericano protagonista dell’epopea western, con il quale condivide l’esperienza della colonizzazione di una terra nuova, abitata da una popolazione locale ostile e impegnata nella difesa del proprio territorio e delle proprie tradizioni.

Rispetto all’esperienza del Far West statunitense, nell’esperienza argentina vi è una tuttavia una grande differenza, per lo più sconosciuta ai più, vale a dire il lungo periodo nel quale si è sviluppato il fenomeno di commistione fra nuovi arrivati e popolazione locale, il quale ha avuto corso in un’azione costante tra il XVII e il XX secolo, interessando moltissime generazioni.

Il gaucho del primo Novecento sommava in sé tutte le eredità e le contraddizioni di questo lungo periodo e di quanto ne derivava dal dover vivere in quella aspra terra di frontiera che fu la Pampa, la sterminata pianura argentina.

Nel suo universo non c’era posto per l’amore e se realmente esistevano, quegli affetti erano rimasti ai margini del suo mondo, oltre che di solitudine fatto di fierezza, libertà, onore e senso dell’amicizia. La sua vita era solitaria come quella di un ombù, l’albero che di tanto in tanto offre ombra a coloro che si avventuravano nella Pampa.

Viveva così da diverse generazioni. L’infanzia l’aveva trascorsa lavorando con la madre e le sorelle all’interno di una capanna nascosta tra i giunchi siti nelle are paludose, con un facón, il lungo coltellaccio tipico di quelle parti, come unico compagno di giochi e in seguito fedele partner di vita.

Aveva imparato a orientarsi con le stelle, a capire il significato dell’alone della luna, a fiutare le tempeste in arrivo ascoltando il Pampero che spirava freddo dalle terre del sud e ad interpretare le grida dei chajà, i grandi uccelli che volavano alti e il cui verso improvviso spezzava il silenzio della Pampa come un suono di sirena nella nebbia.

Sapeva prendere un puledro o un guanaco al lazo e bloccare un nandù con un lancio di boleadoras tra le zampe. Si curava le ferite usando unicamente il sale, ma soprattutto era in grado di montare a cavallo dall’alba al tramonto senza mai scendere dalla sella fatta unicamente di coperte e pelli di montone.

La sua amica più fedele era la chitarra, che talvolta lo accompagnava fino a notte fonda nelle tiratissime contese tra payadores, i cantastorie, disputate al ritmo dei canti malinconici, dove si gareggiava a chi tacitava per primo l’avversario a suon di versi strimpellati, come si usa fare nelle contemporanee contese fra rappers.

Sue compagne erano anche le carte da gioco, le corse di cavalli e occasionalmente anche le lotte a coltello, disputate con il poncho arrotolato nel braccio sinistro a far da scudo ai colpi dell’avversario.

I suoi avi erano stati a loro volta figli della Pampa e delle sue contraddizioni, perché il Gaucho del primo Novecento viveva di eredità diverse e contrastanti.

Aveva in sé sangue indio perché la Pampa era stata terreno d’incontro tra lʼetnia argentina primigenia e il cristiano bianco in una commistione nata nel sangue, perché figlia delle violenze che i due mondi si erano scambiati nei secoli successivi allʼarrivo degli spagnoli nella Pampa.

In quell’epoca le orde di indios attaccavano in massa i ranchos dei cristiani bianchi compiendo stragi orrende, impalando i bambini alle lance, sgozzando gli uomini, le donne e persino gli animali domestici. Solamente le giovani bianche più attraenti venivano risparmiate e tradotte nei loro accampamenti, perché essendo la bellezza femminile uno dei pochi valori universali esistenti, agli indios piaceva moltissimo la loro pelle chiara e i capelli fini, caratteri che ai loro occhi le facevano apparire come creature venute dal cielo.

Le sventurate erano affidate alle donne della tribù, diventando di fatto schiave di altre schiave e sfruttate per gli appetiti sessuali dei capi, dai quali generavano figli mezzosangue.

I gauchos, in origine semplici mandriani, grazie alla loro abilità nel cavalcare e nel dominare lʼambiente ostile della Pampa in quella guerra rappresentarono il braccio armato dei coloni cristiani, i quali reagirono alle razzie organizzando a loro volta spedizioni punitive presso gli accampamenti nomadi degli indigeni. Fu inevitabile che in seguito a ciò venissero al mondo altri mezzosangue generati dagli stupri perpetrati ai danni delle donne indios.

Le spedizioni dei gauchos, inquadrati dopo la dichiarazione d’indipendenza argentina nell’esercito regolare, costrinsero la maggior parte degli indigeni superstiti a ritirarsi con il trascorrere del tempo verso le zone più impervie delle Ande.

Benché nel primo Novecento esistessero ancora isolati accampamenti stanziati lungo i fiumi che scorrevano nella Pampa, nei fatti si trattò di una sorta di pulizia etnica, se è vero che di ritorno dalle missioni allʼinterno della Pampa, quando gli ufficiali degli avamposti chiedevano ai gauchos se avessero catturato qualcuno, la risposta era quasi sempre: “Ningùn prisionero…”.

Con il passare dei secoli fu inevitabile che il sangue misto prevalesse rendendo meticcia la popolazione locale, frutto di quella commistione violenta tra le due etnie che aveva interessato per secoli molte generazioni.

Le diverse anime del gaucho si riflettevano nell’opposta percezione che la sua figura suscitava nella letteratura e nellʼopinione delle autorità argentine di fine Ottocento.

La sua anima romantica e leggendaria s’incarnava nel caballero errante e solitario celebrato in poemi come ʼEl Gaucho Martin Fierroʼ di José Hernàndez, una delle opere più famose a riguardo, dove il bandolero era rappresentato come un eroe solitario che viveva libero e fiero nella Pampa sconfinata.

Invece la sua anima nera si rispecchiava nelle reiterate e sanguinarie razzie di bestiame e donne, perpetrate ancora in quegli stessi anni e retaggio di quel passato di barbarie e violenza che i notabili della nuova Argentina tendente al progresso combattevano e volevano estirpare. Per questo motivo tutti gli inquisiti dei processi di fine Ottocento solevano dichiarare prima di ogni altra cosa: “No soy un gaucho!”, una frase pronunciata nel tentativo di prendere le distanze da quell’etichetta di ladro e brigante che li avrebbe inevitabilmente portati alla condanna.

I gauchos d’inizio Novecento non appartenevano ad un’etnia precisa e non vi era competizione o lotta fra loro e i contadini immigrati.

Anzi, molti migranti o figli di migranti erano diventati gauchos a loro volta dopo aver lavorato fianco a fianco con quegli uomini aspri e solitari. Agivano non tanto in base alle tradizioni secolari tramandate di generazione in generazione, quanto seguendo le regole del proprio istinto e dell’individualismo innato.

Il resto veniva da sé, frequentando quel mondo fatto di solitudine ma anche di solidarietà e amicizia tra companeros, che si manifestava in rapporti personali molto scarni ma sempre aperti e sinceri.