Le dighe: storie da scrivere.
Parlare di libri e dighe in Italia spesso significa parlare del Vajont e raccontare, di solito, di tragedie legate all’opera dell’uomo.

Ma le dighe che sconvolgono la natura e forniscono energia elettrica sono anche altro. 
Il genocidio di una comunità è qualcosa che non può cadere nell’oblio e bene hanno fatto tutti quelli che, come Marco Paolini, con i propri lavori hanno perpetuato il ricordo del Vajont e il monito contenuto in quel dramma.
 
Ma speculatori senza scrupoli e rappresentanti dello Stato incapaci, o non interessati a difendere il territorio e i suoi cittadini, li abbiamo visti in molte altre circostanze.
La diossina a Seveso, l’Eternit a Casale Monferrato e, più di recente, l’Ilva a Taranto, sono altrettanti esempi indelebili di “virtù” umane senza essere legati però a un tipo di opera ben preciso.
 
Il Vajont, raccontato da Paolini, come nei libri di Tina Merlin e Mauro Corona, è nel nostro paese qualcosa di simile a Fukushima per il Giappone o a Chernobyl in Ucraina.
Quella tragedia non ne ebbe gli stessi risvolti internazionali, ma ha in comune la stessa profondità delle ferite sulle comunità locali.

La diga, fonte di mutamenti 

La diga è una fonte di mutamenti che colpiscono non solo il territorio visto sotto l’aspetto naturale, ma cambiano la vita delle comunità attorno, sommergono anni di storia, fanno nascere nuove esigenze e certamente ne risolvono altre.
 
Attualmente l’idroelettrico è, fra le fonti rinnovabili, quella più sfruttata con i suoi 1.000 GW installati e l’Agenzia Internazionale per l’energia la vorrebbe raddoppiare entro il 2050.
Per questo sono molti i progetti di grandi dighe, soprattutto nei paesi emergenti, che sono in fase avanzata di progettazione e realizzazione.
La costruzione di grandi dighe comporta forti esborsi e mette in difficoltà le finanze dei paesi che le portano avanti. 
 
La diga di Itaipu costruita fra Brasile e Paraguay nel 1970, ha colpito le finanze brasiliane per trent’anni e reso il Paraguay alla mercé della Banca Mondiale.
Situata sul fiume Paranà, la realizzazione ha poi di fatto “cancellato” le cascate di Guaíra (erano le più estese del mondo), fatto scomparire interi villaggi degli Indios Guaranì, costretto ad evacuare 8.500 famiglie e portato all’estinzione molte specie di animali.
Diga del Basento
In Italia, anche se siamo lontani dal rischio della costruzione di  impianti giganteschi come quello brasiliano, non siamo immuni dalle contraddizioni che ogni opera dell’uomo porta con sé.
Il Passo Resia era l’incontro di tre laghi naturali: il lago di Resia, il lago di Curon e il lago di San Valentino.
Nel 1950 i tre laghi furono collegati e la costruzione della diga sommerse anche l’antico paesino di Curon. 
Gli abitanti del posto cercarono di opporsi, ma ogni tentativo fu vano e, con un misero indennizzo per gli espropri, la metà delle famiglie fu costretta ad emigrare. 
Il lago artificiale che si formò, sommerse più di 160 case e costruzioni e fra queste anche un’antica chiesa del ‘300 della quale resta il suo campanile che ancora oggi emerge dalle acque. 
A volte quello che le dighe cambiano non è materiale e visibile, a volte cambiano il passato.
 
L’Alto Adige ha raggiunto, grazie anche alla diga di Resia, una buona autonomia nel settore energetico e sono innegabili i vantaggi derivanti dallo sfruttamento di una delle fonti rinnovabili per eccellenza, ma c’è ancora chi sente suonare le campane di quel campanile.
Fantasmi o rimorsi per una comunità senza il suo passato in un suono che non può esserci: le campane furono rimosse all’epoca della costruzione della diga.