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Dante Alighieri nacque a Firenze nella seconda metà di maggio del 1265 da una famiglia appartenente alla nobiltà cittadina.

 

Nonostante vivesse  in condizioni economiche disagiate riuscì comunque a ricevere una educazione raffinata e a vivere come un gentiluomo.

I suoi primi anni non sono documentati ma è certo che abbia potuto imparare i fondamenti della retorica e a scrivere in latino da uno dei più grandi maestri del tempo a Firenze, Brunetto Latini.

Nella poesia, “l’arte di dire parole in rima”, fu autodidatta, imparando molto dalla lirica provenzale e dai Siciliani. Questo talento naturale lo rese ben presto famoso negli ambienti letterati fiorentini nei quali conobbe Guido Cavalcanti e Lapo Gianni.

Dante racconta i suoi amici letterati in un noto sonetto, queste le parole del poeta…

Guido, i’ vorrei che tu e Lapo ed io

fossimo presi per incantamento,

e messi in un vasel ch’ad ogni vento

per mare andasse al voler vostro e mio,

Firenze era un ambiente fervido di cultura in cui fiorivano le più diverse tendenze.

L’amicizia con Giudo Cavalcanti porta alla nascita di quel cenacolo di “spiriti eletti e di altezza di spirito” che oggi conosciamo con la formula “Dolce stil novo”. Molte delle poesie scritte allora Dante le racchiude nelle “Rime”.

La morte di Beatrice nel 1290 provoca un forte smarrimento in Dante, ma contemporaneamente lo spinge ad allargare i suoi confini culturali ed a interessarsi di politica.

Fra le letture che lo entusiasmano c’è Virgilio che considera suo maestro, ma si interessa anche ad Arnaldo Daniello e si accosta anche alla poesia comica e burlesca. Per la morte della “gentilissima” comporrà una raccolta di poesie facendole precedere da un suo commento in prosa.

 

Dante la intitola “Vita nuova” ad indicare anche il cambiamento e il rinnovamento avvenuto grazie all’amore altissimo per Beatrice.

Da “Vita nuova” , sonetto XX

Appresso che questa canzone fue alquanto divolgata tra le genti, con ciò fosse cosa che alcuno amico l’udisse, volontade lo mosse a pregare me che io li dovesse dire che è Amore, avendo forse per l’udite parole speranza di me oltre che degna. Onde io pensando che appresso di cotale trattato, bello era trattare alquanto d’Amore, e pensando che l’amico era da servire, propuosi di dire parole ne le quali io trattassi d’Amore; e allora dissi questo sonetto, lo qual comincia: “Amore e ‘l cor gentil”.

Amore e ‘l cor gentil sono una cosa,

sì come il saggio in suo dittare pone,

e così esser l’un sanza l’altro osa

com’alma razional sanza ragione.

Fàlli natura quand’è amorosa,

Amor per sire e ‘l cor per sua magione,

dentro la qual dormendo si riposa

tal volta poca e tal lunga stagione.

Bieltate appare in saggia donna pui,

che piace a gli occhi sì, che dentro al core

nasce un disio de la cosa piacente;

e tanto dura talora in costui,

che fa svegliar lo spirito d’Amore.

E simil fàce in donna omo valente.

Questo sonetto si divide in due parti: ne la prima dico di lui in quanto è in potenzia; ne la seconda dico di lui in quanto di potenzia si riduce in atto. La seconda comincia quivi: “Bieltate appare”. La prima si divide in due: ne la prima dico in che suggetto sia questa potenzia; ne la seconda dico sì come questo suggetto e questa potenzia siano produtti in essere, e come l’uno guarda l’altro come forma materia. La seconda comincia quivi: “Fàlli natura”. Poscia quando dico: “Bieltate appare”, dico come questa potenzia si riduce in atto; e prima come si riduce in uomo, poi come si riduce in donna, quivi: “E simil fàce in donna”.

Con la “Vita nuova” Dante Alighieri ricapitola un’esperienza passata e la ricostruisce unendo l’esperienza letteraria a quella sentimentale; un’unione che nel poeta non sarà più scindibile.