Scrivere un articolo è un’arte o forse un mestiere, come amano definirlo i giornalisti più legati alla tradizione. Arte o mestiere che sia, certo ha un’infinità di sfaccettature e stili da rendere ogni classificazione estremamente complicata.

 

Ho già parlato delle attenzioni che servono quando si scrive un articolo nel web. La mia ricerca successiva ( anch’essa fatta di interviste e letture di vario genere) mi ha portato sulle tracce dell’articolo classico: quello cartaceo.

Per l’aspetto stilistico(e grammaticale) farò riferimento ad alcune delle 40 regole tratte dal libro di Umberto Eco “La Bustina di Minerva” (Bompiani nel 2000).

Evita le allitterazioni, anche se allettano gli allocchi.” Insomma usare troppo le stesse lettere o parti di parole non è da farsi in un articolo, ma per realizzare uno slogan diventa uno dei trucchi più usati.  

 E, visto come ho iniziato quest’articolo, un altro consiglio è certamente: Ricorda (sempre) che la parentesi (anche quando pare indispensabile) interrompe il filo del discorso.

   I 40 consigli di Eco sono tutti utili ( li ho messi in fondo all’articolo) e se rispettati portano al conseguimento di un buon risultato grammaticale e stilistico. In una notizia però è importante anche il contenuto e l’ordine con il quale deve essere presentato.

Da più parti si fa riferimento alla regola delle famose 5W:

“WHO?”, “WHAT?”, “WHEN?”, “WHERE?” and WHY?. Le cinque domande ( in italiano “Chi?”, “Che cosa?”, “Quando?”, “Dove?” e “Perché?”) devono essere esaurite al principio dell’articolo.

Il mestiere del giornalista, quello di cronaca soprattutto, richiede un’attenzione particolare alla concretezza e alla brevità.  Qualità utili naturalmente anche nel web per cui seguire la regola delle 5W di provenienza anglosassone senza dubbio aiuta in più situazioni.

L’aneddoto più raccontato non a caso riguarda il direttore di un giornale tedesco che catechizzando un giovane giornalista gli dice: “Quando scriverà un articolo, si ricordi che ogni frase ha un soggetto, un predicato, un complemento oggetto. Punto. Se una volta sentirà il desiderio di usare un aggettivo venga prima a chiedermi il permesso”.

Ma attenersi alle ormai mitiche 5W è sufficiente per scrivere un buon articolo? Se c’è il contenuto sì, altrimenti può rivelarsi sterile o noioso.

Se per cartaceo  però non s’intende l’articolo di cronaca pura e semplice, ma il reportage o l’articolo da magazine la “libertà d’azione” aumenta, ma quella è un’altra storia.

Naturalmente finiti i consigli e utilizzate le tecniche, quando questo non basta a fare un buon articolo o a rendere il poco interessante, serve il talento e la fantasia.

Ed ecco, come anticipato, le 40 regole di Umberto Eco:
  1. Evita le allitterazioni, anche se allettano gli allocchi.
  2. Non è che il congiuntivo va evitato, anzi, che lo si usa quando necessario.
  3. Evita le frasi fatte: è minestra riscaldata.
  4. Esprimiti siccome ti nutri.
  5. Non usare sigle commerciali & abbreviazioni etc.
  6. Ricorda (sempre) che la parentesi (anche quando pare indispensabile) interrompe il filo del discorso.
  7. Stai attento a non fare… indigestione di puntini di sospensione.
  8. Usa meno virgolette possibili: non è “fine”.
  9. Non generalizzare mai.
  10. Le parole straniere non fanno affatto bon ton.
  11. Sii avaro di citazioni. Diceva giustamente Emerson: “Odio le citazioni. Dimmi solo quello che sai tu.”
  12. I paragoni sono come le frasi fatte.
  13. Non essere ridondante; non ripetere due volte la stessa cosa; ripetere è superfluo (per ridondanza s’intende la spiegazione inutile di qualcosa che il lettore ha già capito).
  14. Solo gli stronzi usano parole volgari.
  15. Sii sempre più o meno specifico.
  16. La litote è la più straordinaria delle tecniche espressive.
  17. Non fare frasi di una sola parola. Eliminale.
  18. Guardati dalle metafore troppo ardite: sono piume sulle scaglie di un serpente.
  19. Metti, le virgole, al posto giusto.
  20. Distingui tra la funzione del punto e virgola e quella dei due punti: anche se non è facile.
  21. Se non trovi l’espressione italiana adatta non ricorrere mai all’espressione dialettale: peso e! tacòn del buso.
  22. Non usare metafore incongruenti anche se ti paiono “cantare”: sono come un cigno che deraglia.
  23. C’è davvero bisogno di domande retoriche?
  24. Sii conciso, cerca di condensare i tuoi pensieri nel minor numero di parole possibile, evitando frasi lunghe — o spezzate da incisi che inevitabilmente confondono il lettore poco attento — affinché il tuo discorso non contribuisca a quell’inquinamento dell’informazione che è certamente (specie quando inutilmente farcito di precisazioni inutili, o almeno non indispensabili) una delle tragedie di questo nostro tempo dominato dal potere dei media.
  25. Gli accenti non debbono essere nè scorretti nè inutili, perchè chi lo fà sbaglia.
  26. Non si apostrofa un’articolo indeterminativo prima del sostantivo maschile.
  27. Non essere enfatico! Sii parco con gli esclamativi!
  28. Neppure i peggiori fans dei barbarismi pluralizzano i termini stranieri.
  29. Scrivi in modo esatto i nomi stranieri, come Beaudelaire, Roosewelt, Niezsche, e simili.
  30. Nomina direttamente autori e personaggi di cui parli, senza perifrasi. Così faceva il maggior scrittore lombardo del XIX secolo, l’autore del 5 maggio.
  31. All’inizio del discorso usa la captatio benevolentiae, per ingraziarti il lettore (ma forse siete così stupidi da non capire neppure quello che vi sto dicendo).
  32. Cura puntiliosamente l’ortografia.
  33. Inutile dirti quanto sono stucchevoli le preterizioni.
  34. Non andare troppo sovente a capo.

Almeno, non quando non serve.

  1. Non usare mai il plurale majestatis. Siamo convinti che faccia una pessima impressione.
  2. Non confondere la causa con l’effetto: saresti in errore e dunque avresti sbagliato.
  3. Non costruire frasi in cui la conclusione non segua logicamente dalle premesse: se tutti facessero così, allora le premesse conseguirebbero dalle conclusioni.
  4. Non indulgere ad arcaismi, apax legomena o altri lessemi inusitati, nonché deep structures rizomatiche che, per quanto ti appaiano come altrettante epifanie della differanza grammatologica e inviti alla deriva decostruttiva – ma peggio ancora sarebbe se risultassero eccepibili allo scrutinio di chi legga con acribia ecdotica – eccedano comunque le competente cognitive del destinatario.
  5. Non devi essere prolisso, ma neppure devi dire meno di quello che.
  6. Una frase compiuta deve avere.