Eleonora Abbagnato: «La danza è una chiesa, ma le istituzioni la lasciano sola»

ROMA – Diecimila posti polverizzati in dieci giorni. Il gala «Icone della danza» all'Opera di Roma è sold out prima ancora che si alzi il sipario, eppure Eleonora Abbagnato, la donna che ha trasformato quel teatro in una macchina da guerra artistica, non festeggia. Siede nel suo ufficio, le gambe che hanno calcato i palcoscenici di mezzo mondo accavallate con l'eleganza di chi non ha mai smesso di studiare, e lancia un'accusa che sa di sfida: «La danza nelle istituzioni soffre di solitudine e di difficoltà economiche. Abbiamo fatto miracoli, ma il segreto è non fermarsi mai».

È il paradosso tutto italiano: il talento si fa da sé, riempie le sale, crea comunità, strappa ragazzini dalle periferie difficili e li trasforma in artisti, mentre la politica guarda altrove. Abbagnato lo dice con la voce ferma di chi ha costruito una carriera a forza di «sbarra e pilates» ogni santo giorno per quarant'anni, di chi a 48 anni apre la serata con «La Rose Malade» di Roland Petit – il suo mentore – e non nasconde l'artrosi né la fibrosi muscolare che «qualsiasi ballerina della mia età ha in risonanza». Non c'è retorica, solo una verità nuda: «Sarei ridicola se facessi il repertorio di una volta. Il corpo cambia. Io voglio stare nel mondo della danza finché riesco a camminare».

Eppure, è proprio da quella consapevolezza fisica che nasce la sua rivoluzione gentile. Il gala non è una passerella di virtuosismi, ma una «rimpatriata» generazionale: Maia Makhateli, Lucia Lacarra, Iana Salenko – che a 43 anni «fa ancora tutto» – insieme a lei per dire che la tradizione non è un museo, ma un trampolino per il contemporaneo. «Non sono solo numeri di bravura», taglia corto Abbagnato. «Ho voluto partner della mia generazione, delle più importanti compagnie del mondo, con un incredibile livello di tecnica e di passione».

La passione, appunto. Quella che manca ai palazzi del potere. Perché se il teatro è «una chiesa», come dice lei – «un mondo a parte, dove mentre fuori frange di giovanissimi mettono a soqquadro i centri storici, dentro ragazzi della stessa età si devote alla disciplina, alcuni vengono da famiglie umili» – allora lo Stato ha il dovere morale di finanziare quella chiesa. Invece, undici anni fa, quando Abbagnato ha preso in mano il corpo di ballo, gli stabili erano 12, la sala vuota, i coreografi sconosciuti. Oggi gli stabili sono 50, la programmazione vanta i migliori nomi al mondo. «Abbiamo fatto miracoli», ripete. Ma i miracoli non dovrebbero essere la norma.

Il prossimo obiettivo è concreto, quasi materiale: aprire il convitto. «Daremo vitto e alloggio», annuncia. «Conosco mamme che hanno venduto i vestiti per permettere ai figli di studiare con noi. Sponsor importanti hanno portato una realtà che prima non esisteva». È qui che la danzatrice diventa manager, la stella diventa istituzione. E lo fa senza perdere l'umanità: racconta del talento di nove anni, «una peste» arrivato con un passato difficile, adottato, che a 13 anni è cambiato perché qualcuno ha creduto in lui. «C'è una frase che dico sempre ai miei allievi: quando vuoi, puoi». Non è uno slogan motivazionale, è un metodo educativo.

E poi c'è il nodo ineludibile: il sacrificio. «Il talento va costruito e alimentato. Io ho saltato le tappe». Ricorda la cabina telefonica a Parigi, l'etichetta col nome appesa al collo, i pianti perché non riusciva a chiamare la madre in Sicilia. Oggi insegna a ragazzi cresciuti nella velocità dello scroll, «un mondo dominato dalla velocità», e trova «bello vedere ragazzi che si mettono in gioco, a livello fisico e mentale, che sanno cosa sono disciplina e rispetto».

Come concilia tutto questo con quattro figli? «La danza mi ha dato tanto e mi ha tolto nella vita normale. Ma i miei figli li portavo sempre in tournée». Lucrezia, 21 anni, psicologa; Ginevra, 18, moda; Julia, 14, danza con lei; Gabriele, 11, calcio come il padre Federico Balzaretti. Essere direttrice della propria figlia? «Julia sa che mi può chiedere consigli, niente di più. E a casa non si parla di danza». Una lezione di confini, prima ancora che di management.

Quando le chiedo quando ha capito di essere un'artista vera, non esita: «Il giorno in cui è arrivata Pina Bausch all'Opéra di Parigi. Ero appena arrivata, avevo 19 anni. Ha trasformato radicalmente il repertorio, ha lavorato sul gruppo, facendo sentire importante ogni ballerina». Ecco, forse è questa la chiave: far sentire importante ognuno. È ciò che Abbagnato fa da undici anni a Roma, tra un miracolo e l'altro, mentre le istituzioni latitano. Il gala è sold out, la chiesa è piena. Ora tocca a chi governa smettere di guardare dalla finestra ed entrare a sedersi in prima fila.

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