Livatino: il giudice che non piegò mai, tra la Valle dei Templi e l'ombra della mafia

Livatino: il giudice che non piegò mai, tra la Valle dei Templi e l'ombra della mafia

Subheading: Una miniserie Rai ripercorre gli ultimi due anni di vita e morte del magistrato ucciso dagli stiddari, simbolo di moralità contro l'omertà.

Ogni mattina del 21 settembre 1990, sulla statale Caltanissetta-Agrigento, il giovane giudice Rosario Livatino, trentasette anni, percorreva le sterpaglie della campagna siciliana a bordo della sua Ford Fiesta. Dietro di lui, i killer lo braccavano, gli speronavano l'auto e lo ferivano alla spalla prima di finirlo a colpi di pistola. Quel giorno il destino di un uomo innocente si compì nel sangue, mentre la mafia si nutriva di paura, solitudine e silenzio. Due anni dopo, le stragi di Falcone e Borsellino avrebbero scosso le coscienze dei siciliani, ma Livatino era già stato silenziato, un sacrificio sull'altare di una giustizia scomoda.

Il suo corpo fu trovato accanto a un'auto bruciata, la pistola nel cruscotto mai impugnata. «Se vogliono colpirmi, lo possono fare con o senza scorta», disse poche ore prima di morire, rifiutando la protezione statale per non esporre agenti e famiglia a ulteriori rischi. La sua fermezza nasceva da una profonda convinzione morale: l'indipendenza del giudice sta nella propria coscienza, nella fedeltà ai principi, nella trasparenza delle decisioni. «Sono protetto dallo Stato», rispose quando gli chiesero di una scorta, ma la madre Matilde Piana chiedeva: «Dov'è lo Stato?».

La miniserie «Livatino. Il giudice e i suoi assassini», in onda il 9 e 10 novembre su Rai 1 e presentata in anteprima alla Festa del cinema di Roma, ripercorre questi ultimi due anni di vita. Il regista Michele Placido, interprete di un uomo che «non me lo aspettavo», racconta come il giudice, nella sua stanza, conservasse videocassette della serie «La Piovra», in particolare le immagini dell'agguato al commissario Cattani. Un cameo vede Placido vestire i panni di un prete, mentre l'attore Leonardo Maltese interpreta Tano, l'autista del commando che sogna un'uscita dalla violenza. La contrapposizione tra il «buono» De Domenico e il «cattivo» Maltese si gioca su una sottile linea morale: «Gli ho detto: fate come vi pare, la base è essere bravi attori».

Livatino, mite nella vita privata ma inflessibile coi mafiosi, aveva vicino di casa un uomo che conosceva da bambino, interpretato da Ninni Bruschetta. Il magistrato, pur nella sua rigidità, provava compassione per i giovani criminali: «Era attento a mantenere l'umanità. Più si avvicinava alla giustizia, più si avvicinava al sacrificio». Si era illuso di poter cambiare le cose, ma la sua fede era il motore silenzioso che lo sosteneva: «La fede mi aiuta, è per questo che vado avanti. Dio ci guida». Il suo credo, raccontato in un incontro con studenti della sua scuola, riecheggia ancora oggi: l'indipendenza del giudice sta nella propria coscienza, nella moralità della condotta, nella credibilità quotidiana.

In un filmato d'archivio, il Papa Wojtyla rivolgeva ai mafiosi l'invito a «convertirsi, verrà il giudizio di Dio». Livatino fu il primo magistrato proclamato beato dalla Chiesa; Papa Francesco, ricevendo Placido, gli disse di volere fare un film su di lui, dando avvio a tutta la produzione. «Non me lo aspettavo», ammette il regista, recallando una frase di Livatino pronunciata a una commemorazione di De Gasperi: «Non basta essere creduti, bisogna essere credibili».

Il film, privo di retorica, ci restituisce un uomo d'altri tempi, un giudice che scelse la verità fino all'ultimo respiro, condannato dagli stiddari, ma indelebile nella memoria collettiva. La sua storia è un richiamo impossibile a non ascoltare: una luce che brucia nell'oscurità della violenza, ma che non può essere spenta dall'indifferenza.

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