«Non basta essere creduti, serve essere credibili»: Placido porta Livatino su Rai 1 (con Frassica papà e un cameo da prete)

Dal 9 novembre la miniserie sul giudice ragazzino ucciso da Cosa Nostra. Anteprima alla Festa del Cinema davanti a Mattarella, cast giovane e un regista che ci tiene a ricordarci com’era l’impegno civile.

Correva tra le sterpaglie dell’Agrigentino, Rosario Livatino. Aveva 37 anni. Era il 21 settembre 1990. I killer lo speronarono sulla statale Caltanissetta-Agrigento, lo braccarono, lo ferirono alla spalla. Lui, in auto, aveva la pistola nel cruscotto. Non la afferrò. Non voleva scorta: «Se vogliono colpirmi, lo possono fare con o senza scorta». Troppo umano, troppo inflessibile. Primo magistrato proclamato beato.

Ora tocca a Michele Placido raccontarlo. «Livatino. Il giudice e i suoi assassini» va in onda il 9 e 10 novembre su Rai 1, dopo l’anteprima alla Festa del Cinema di Roma con il Presidente Mattarella in sala. Prodotta da Federica Luna Vincenti, la miniserie ricostruisce gli ultimi due anni di vita del giudice di Canicattì.

Sul set, il dettaglio che non ti aspetti: il protagonista è Giuseppe De Domenico (o Di Domenico, se leggete i faldoni sbagliati), mentre il padre — definito «leggero», discreto, ingenuo — ha il volto di Nino Frassica. Sì, proprio lui. Placido, nel ruolo di un prete, infila un cameo e manda in onda il video della morte del commissario Cattani de La Piovra: «Livatino in casa conservava le videocassette». Sullo sfondo, le parole di Falcone («Siamo pochi, abbiamo poche risorse») e Borsellino («Chi ha paura muore un po’ ogni giorno»).

Poi c’è Tano, interpretato da Leonardo Maltese: l’autista del commando, il cattivo che sogna emancipazione nella violenza. «I due protagonisti si sono invertiti i ruoli», dice Placido. «Fate come vi pare, gli ho detto, la base è essere buoni attori». Traduzione: anche i buoni possono essere cattivi e viceversa.

Placido, da piccolo voleva fare il santo. Invece ha fatto il regista. E ha incontrato Papa Francesco: «Mi disse, ho saputo che vuole fare un film sul giudice Livatino. Gli risposi, ora che me lo sta dicendo lei, Santità, voglio farlo». Tutto è iniziato da lì.

Livatino non voleva scorta per non mettere a rischio agenti e famiglia. Rinunciò all’amore — sul set c’è Michela De Rossi — e all’idea di una famiglia. Testardo, ostinato, ma con compassione per i giovani che giudicava. «Più si avvicinava alla giustizia, più si avvicinava al sacrificio». Oggi sarebbe stato di destra o di sinistra? «Andava in carcere ad abbracciare i giovani criminali», risponde Placido.

Sullo sfondo, la Valle dei Templi e una guerra di mafia sanguinosa. In mezzo, un giudice che sigillava proprietà, sequestrava terre, bloccava appalti. E uno, interpretato da Ninni Bruschetta, era persino suo vicino di casa.

«Mi spiace che il cinema italiano abbia abbandonato l’impegno civile», dice Placido. A Venezia non ce n’era traccia. Forse è per questo che Livatino, beatificato dalla Chiesa e ancora scomodo, torna in tv. Senza retorica. O quasi.

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