Viterbo, il Premio Mattia Torre incorona "Lucio": quando l'ironia salva la scuola dalle chat dei genitori

VITERBO — C'è un filo rosso che lega le chat scolastiche dei genitori, l'eredità di Mattia Torre e la capacità tutta italiana di ridere delle proprie nevrosi. Lo ha trovato Fabrizio Sani, vincitore indiscusso della seconda edizione del Premio Mattia Torre, portando a casa sia il Premio della Giuria che quello del Pubblico con "Lucio", monologo feroce e tenerissimo interpretato da Luca Amorosino.

Sabato 3 ottobre, al Teatro dell'Unione, la giuria — Valerio Aprea, Giacomo Ciarrapico, Geppi Cucciari, Pietro Sermonti, Luca Vendruscolo — ha sancito ciò che il pubblico aveva già capito: la satira sulle dinamiche tossiche dei gruppi WhatsApp di classe non è solo comicità, è antropologia contemporanea. Il protagonista, catapultato per sbaglio in una chat, si spaccia per il padre di un turbolento Lucio, generando equivoci che sono specchio deformante di un'Italia che delega l'educazione alle notifiche push.

Una menzione speciale è andata a "Cronache ospedaliere" di Stefano Rinaudo, a conferma che il premio sa guardare oltre il facile umorismo. A consegnare i riconoscimenti, Andrea Salerno, direttore di La7, che con Geppi Cucciari — padrona di casa carismatica, ironica, mai banale — ha tessuto un ricordo di Torre che non è stata nostalgia, ma testimonianza viva.

Sul palco, la voce di Mattia è tornata a risuonare nelle letture di Betti Pedrazzi ("I traditori"), Valerio Aprea ("Round Numero Zero"), Caterina Guzzanti ("La rabbia") e della stessa Cucciari ("La verità" e "La stazione"). Un atto d'amore collettivo, quasi una seduta spiritica laica, dove l'ironia lucida dell'autore ha fatto da bussola per orientarsi nel presente.

E poi c'è stata la "Boris Parade": fiati e batteria per le strade di Viterbo, da Piazza delle Erbe — set felliniano de "I vitelloni" — fino al teatro, sulle note di Taviani e Travia. Un corteo allegro, rumoroso, necessario. Perché la cultura, quando scende in strada e smette di essere salotto, diventa comunità.

Questa seconda edizione non è stata solo una premiazione. È stata la prova che l'eredità di Mattia Torre non è un monumento da custodire sotto teca, ma un'officina aperta. Premiare "Lucio" significa riconoscere che la migliore comicità italiana oggi sa ancora guardare in faccia le contraddizioni quotidiane — le fragilità, le ipocrisie, le chat dei genitori — e trasformarle in letteratura. Torre sarebbe fiero. Noi, intanto, ridiamo. E mentre ridiamo, capiamo.

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