Ballando con le stelle: il rito che non muore, i giudici che non mordono e la tv che si rifiuta di invecchiare

MILANO – C’è una frase che andrebbe bandita dal vocabolario di qualunque giuria televisiva, e ieri sera a «Ballando con le stelle» l’abbiamo sentita ripetere come un mantra stanco: «Mi sei arrivato», «Non mi sei arrivato». Roba da posta del cuore, non da prime time. Eppure è lì che si misura il vero disastro della prima puntata: non nei piedi dei concorrenti, ma nella mano morta dei giudici.

Ivan Zazzaroni, Alberto Matano, la new entry Barbara D’Urso, Guillermo Mariotto, Carolyn Smith: cinque voci, un solo registro. Nessuna variazione, nessun guizzo, nessuna scintilla. Manca l’ironia – l’unico a evocarla è stato un concorrente, Riccardo Rossi, che fa il comico di mestiere e ha dovuto insegnare il mestiere a chi siede in cattedra. Manca la cattiveria che si fa sarcasmo, il morso che tiene sveglio lo spettatore. Mariotto, l’unico che potrebbe permettersi il politicamente scorretto, è parso prudente, quasi redento: salvo solo per quell’aura da prete sudamericano che ha scelto la via del peccato. Carolyn Smith fa la tecnica, intoccabile, e nessuno osa contraddirla. E Selvaggia Lucarelli? Assente. E si sente. Perché senza la sua penna avvelenata, il processo si trasforma in processione.

Ma il punto non è solo la giuria. «Ballando» è un fenomeno geologico in un’epoca di frane mediatiche: mentre tutto si accorcia, si comprime in reel e tiktok, qui tutto si allunga, si dilata, accumula. I titoli di coda all’una e quaranta non sono un incidente: sono il diktat economico. «Facciamo durare questa cosa il più possibile», è l’ordine di scuderia per risparmiare un secondo programma in seconda serata. Risultato: lo spettatore è già altrove, magari a letto, mentre in pista si consuma l’ennesima autobiografia a rate.

Perché la danza, qui, è solo un pretesto. Un passo di samba e si scivola sul lettino dell’analista: l’infanzia, le ferite, i genitori, gli amori che iniziano e quelli che finiscono. Tutto a favore di Iban, l’IBAN del televoto. Noemi Bocchi entra in pista a mezzanotte e un quarto, praticamente in vestaglia, dice di non voler passare per «la compagna di» e la prima domanda è ovviamente su Totti. Federica Sciarelli «ballerina per una notte»: meglio non averla vista.

Il paradosso è che «Ballando» funziona proprio perché non vuole cambiare. Il suo pubblico non cerca la televisione del futuro: cerca il comfort food dei telemorenti, come li chiama Dagospia. Rituali rassicuranti, discussioni tiepide, la certezza che domani tutto sarà uguale a ieri. È tv che va in direzione ostinata e contraria. E forse, in fondo, è l’unica onesta che ci sia rimasta: non finge di essere moderna. Si limita a essere eterna. E noi, puntuali, ogni sabato, a guardarla mentre si allunga fino all’alba.

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