La Traviata alla Scala: applausi per Nadine Sierra e Liliana Cavani, la regia che festeggia le 100 repliche
**La passione del pubblico italiano si fa largo sul grande palcoscenico lirico, premiando un’arte che non invecchia mai.**
*La Traviata* di Giuseppe Verdi, rappresentata al Teatro alla Scala fino al 15 ottobre, ha raccolto un’eco di applausi speciale. Sul letto unico del capolavoro verdiano, però, non c’è solo la stella annunciata, la soprano statunitense Nadine Sierra: la vera stellaccia del pubblico è stata la regista Liliana Cavani, reduce da 93 anni e capace di raccogliere sul palcoscenico un mare di applausi per una messinscena nata nel 1990 e che ora celebra le 100 repliche.
Nel corso della stagione, la messinscena di Cavani si avvicina al traguardo simbolico delle cento recite, seconda soltanto alla celebre *Bohème* di Franco Zeffirelli, che ha totalizzato ben 235 rappresentazioni. L’atmosfera, carica di commozione, ha visto il pubblico trattare i minuti di standing ovation con quasi cinque minuti di applausi, in un’atmosfera di sincera partecipazione.
Nadine Sierra si è confermata una voce distintiva, con un timbro vibrante e un’interpretazione che si è fatta largo tra le note più drammatiche e i momenti di delicatazza. Cresce mano a mano che la tragedia si fa via, passando da una bellezza avvolgente a un’espressione più cupa e struggente. Un momento particolarmente toccante è stato il suo “Ah! taci” a casa di Flora, rotto in un singhiozzo, e il suo rallentare disperato nel finale, che rimarrà impresso nei ricordi degli spettatori.
Il direttore d’orchestra, Michele Gamba, ha guidato l’esecuzione con una ricchezza d’idea notevole, alternando momenti di quiete e intarsi strumentali minimi, come l’entrata dell’oboe in “Dite alla giovine”, a esplosioni travolgenti, specialmente nelle scene di massa dove il Coro ha mostrato una straordinaria leggerezza. Il contrasto tra le sue scelte espressive e le dilatazioni del soprano ha creato una tensione narrativa avvincente.
Tra i protagonisti, spicca anche l’interpretazione di Boris Pinkhasovich nel ruolo di Giorgio Germont. Con una voce da baritono autentico, ha costruito una tensione emotiva costante, sostenendo il duetto con Violetta con mezzavoci nitide e pianissimi espressivi, fino alla cabale “No, non udrai rimproveri”, che ha saputo trasmettere una riconciliazione vera e avvolgente.
Il cast, completo e solido, ha ricevuto applausi meritati, con lodi per il Barone di Fabrizio Beggi e per i comprimari. Insomma, una serata in cui il teatro italiano ha celebrato una tradizione viva, capace di mescolare rigore e movimento, emozione e classe.