Aria, Luce e Colore: la mostra che riaccende la luce su Agazzi, il pittore morto nell’ombra
A Palazzo Creberg a Bergamo la retrospettiva celebra l’artista bergamasco a ottant’anni dalla morte misteriosa, tra opere rubate e una giustizia ancora da scrivere.
La mostra Aria, Luce e Colore al Palazzo Creberg di Bergamo (aperta il 3 ottobre e chiusa il 20 novembre, su due piani dell’area di Porta Nuova) celebra Ermenegildo Agazzi esattamente otto decadi dopo la sua misteriosa dipartita in uno studio-attico nel centro della città.
Il pittore, nato a Mapello nel 1866, visse gli ultimi anni a Bergamo a 79 anni. Il suo corpo fu trovato la mattina del 16 ottobre 1945 alle ore 13, tra vecchie e nuove tele, con segni di ferita alla testa, di strangolamento e di piedi legati con lenzuolo in doppio passaggio e doppio nodo. Era stato visto per l’ultima volta in giro per la città la sera del 15 ottobre.
Gli inquirenti ipotizzarono un movente delitto certamente la rapina, considerando la sua ricchezza e il presunto abito di portare in marsupio banconote per un milione di lire. La Corte d’Assise di Bergamo, però, lo liquidò come “verosimile morte per attacco cardiaco”.
Il corpo fu trovato dalla modella Irma Belloni. Un anno dopo, il 15 ottobre 1946, la diciottenne Carla Valsecchi e il venticinquenne Candido Dielli furono assolti per insufficienza di prove. Il cold case resta irrisolto: nessuno è mai arrivato in cella per l’omicidio del pittore internazionale.
Circa venti tele scomparvero dallo studio dopo la morte e mai più furono ritrovate, valutabili quasi tre milioni di lire. Queste opere non sono nella mostra attuale, creando un vuoto che testimonia il fallimento dell’investigazione.
Nato a Mapello nel 1866, Ermenegildo si trasferì con la famiglia a Bergamo nel 1871, dove il padre Francesco e la madre Pierina Moscheni aprirono il ristorante “del Commercio” in Cinque vie. Studiò alla Scuola di pittura Carrara sotto Cesare Tallone, insieme al fratello maggiore Rinaldo.
La sua fama internazionale iniziò a farsi vedere nel 1900, quando vinse la Medaglia d’oro all’Esposizione Universale di Parigi, replicò con Ragazzo con pannocchia all’Esposizione di Bruxelles nel 1910 e divenne una presenza fissa alle Biennali di Venezia.
Lo stile di Agazzi è definito plasticheggiante, tridimensionale e costruito su pennellate cromatiche decise. I suoi soggetti spaziano dalle valli bergamasche (Bondione, Valcava, Presolana, Macugnaga) alle vedute lagunari (Ponte Sant’Angelo alla Giudecca, Giovecca, San Marco, Rio dei Mendicanti, Scuola Grande di San Marco, Dogana, Canal Grande, Chiesa della Salute, i Bragozzi), opere che aggiungono materia e riempiono lo spazio, piene di immagini nate dalla sua feconda fantasia, oltre a Raccolta delle ostriche del 1919 e agli orizzonti di Varazze.
La mostra include anche otto opere di Rinaldo, il fratello maggiore, il cui laboratorio era in via Masone. Le tre curatrici Fernando Noris, Angelo Piazzoli e Andrea Bonacina hanno scelto di presentare Ermenegildo come necessariamente destinatario di una giustizia riparativa contro un ingiustificato snobismo critico, operando una ricollocazione storiografica che non è solo un omaggio fraterno, ma un vero e proprio restauro della memoria.
Il contrasto tra la luminosità dell’arte agazziana e le ombre irrisolte della sua morte restituisce un’idea di giustizia: rendere giustizia alla vita e alla scomparsa. Nella Sala del consiglio del Palazzo Creberg, contemporaneamente all’esposizione, si trovano opere di Domenico Rossi (Storie di Colleoni a cavallo) e la Vergine Assunta di Girolamo Figino, ancora in fase di restauro.