Shakira torna e si costruisce Madrid su misura: 600mila fan, 12 concerti e Piqué nel mirino

*Dopo otto anni senza una tournée in Europa, la popstar colombiana chiude il tour con 12 date a Macondo Park. Tra lupo, figli, García Márquez e Piqué, «Las mujeres ya no lloran» diventa un manifesto di rivalsa.*

Per un ritorno così, uno stadio qualunque sarebbe stato quasi un insulto. Shakira ha scelto Madrid per i 12 concerti che chiudono il suo tour mondiale: circa 600mila spettatori e una struttura costruita per l’occasione. Non è soltanto un rientro sul palco. È una presa di posizione: la colombiana è tornata e comanda lei.

Prima ancora del suo ingresso, i megaschermi la mostrano attraversare un deserto. È un gigante infangato e stanco, che crolla nella sabbia per poi riemergere splendente e ricomporre i pezzi del proprio corpo. È la biografia della serata in una sola immagine: caduta, solitudine, rinascita, celebrazione. Roba seria, impacchettata con molta, moltissima scena.

Fuori dalla metafora, le allusioni diventano cronaca: l’addio alla Spagna dopo la fine della relazione con Gerard Piqué, ex stella del Barcellona e della nazionale spagnola; le accuse di evasione fiscale, una vertenza che Shakira presenta come vinta, con 55 milioni da recuperare; e l’accoglienza tiepida di «El Dorado». Non andava bene. Poi sono arrivate le classifiche a fare da controfirma.

Il rilancio era cominciato nel 2023 con «BZRP Music Sessions, Vol. 53», lo schiaffo musicale dedicato all’ex. Quest’estate il tormentone calcistico «La La La» ha superato il miliardo di visualizzazioni su YouTube. Proprio il brano con Bizarrap chiude simbolicamente lo show, che porta un titolo eloquente: «Las mujeres ya no lloran». È un dissing, ma anche un inno di empowerment. «Le donne non piangono, le donne fatturano». Non è uno slogan. È quasi un piano industriale.

«Non c’è niente di meglio di quando una lupa ritrova il suo branco», grida alla fine di «Las de la intuición». Il lupo, suo animale guida, ritorna nel video di «Acróstico», dove accudisce due cuccioli nella foresta mentre compaiono anche i figli della cantante, e poi come enorme gonfiabile nell’ultimo brano. Coerente, simbolico, un filo didascalico: nello spettacolo di Shakira nemmeno i mammiferi sono lasciati al caso.

Musicalmente, la serata comprime trent’anni di carriera: il cantautorato rock degli esordi, il pop dell’era Mtv, il reggaeton e il pop urbano latino. L’armadio, però, corre più dello spettacolo: un cambio d’abito ogni due o tre canzoni e, ogni tanto, il ritmo inciampa nella propria abbondanza.

Con «Don’t Bother Me» arrivano la confessione e il monito: le cadute rendono le donne «più sagge e forti», ma solo restando unite. Shakira cita Isabel Allende: «Le donne da sole sono vulnerabili, ma insieme siamo invincibili». Su «Hips Don’t Lie» esplode la voglia di ballare; con la danza del ventre di «Ojos así» riemergono anche le origini libanesi.

Poi «Soltera» mette nero su bianco la morale della rinascita: la fine della famiglia l’ha lasciata «senza bussola», ma la solitudine le ha permesso di conoscersi meglio. La felicità, spiega, «viene da dentro e non da fuori». Detto da una popstar in uno stadio costruito per lei, il concetto di indipendenza ha una sua ironia. Pochi possono permettersela così grande.

Il finale, finalmente, lascia spazio alle hit: «Whenever, Wherever», «La La La» e «Waka Waka», con Shakira e le ballerine in gonne fluo sfrangiate. Meno manifesto, più festa. Funziona.

Il concerto, però, comincia molto prima della musica. Qui vale la formula della *residency*: tante date nello stesso luogo, costi di produzione ammortizzati e fan chiamati a viaggiare, come già per Adele, Harry Styles e Celine Dion. Per realizzare il complesso, mezz’ora a sud di Madrid, sono serviti 16 mesi. È nato così il Macondo Park, il cui nome arriva dalla città immaginaria di «Cent’anni di solitudine» di Gabriel García Márquez. Tutto ordinato, efficiente, quasi didattico: un altro mondo rispetto agli ippodromi milanesi, che hanno regalato al pubblico più disagi che comfort.

Il parco vuole essere più di un contenitore per concerti: una piattaforma per la cultura latinoamericana e ispanofona. Otto percorsi, ciascuno con un colore, conducono ad altrettanti padiglioni. Tra questi, la biblioteca con i libri che hanno influenzato Shakira, il club del libro con incontri e dibattiti, le aree dedicate a cibo e musica, lo spazio bambini, moda e bellezza, fino a un «museo» di abiti, cimeli e gigantografie.

Tra le strade di Macondo, i percussionisti del Carnaval de Barranquilla si mescolano alle parrucche viola dei fan e agli stand di sponsor e marchi. In Spagna il dibattito è già aperto: operazione identitaria o marketing con parrucca inclusa? Le istanze politiche — la migrazione, per esempio, che Bad Bunny ha portato in giro per il mondo — restano sullo sfondo. Ma l’orgoglio latino, qui, non è una traccia bonus: è il prodotto, il racconto e, forse, anche la fattura.

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