Irene Marchi è nata nel 1970 a Firenze, autrice di poesie (ha esordito nel 2015 con la raccolta poetica Fiori, mine e alcune domande - Sillabe di Sale Editore). Pubblicazioni Irene Marchi: Fiori, mine e alcune domande Cos'è? Solo una raccolta di poesie. Un punto di vista su quello che è il nostro modo di vivere, oggi. La parola "fiori" potrebbe ingannare, ma non sono poesie che cantano la primavera. Scrive di poesia e poesie nel suo blog Lapoesianonsimangia

Se ci capita di leggere il nome o di vedere un ritratto di Anita Garibaldi,

col pensiero di solito ci fermiamo all’immagine che di lei abbiamo dai tempi della scuola elementare (che comunque, personalmente, è l’immagine di un personaggio indimenticabile, reale e carico di un’umanità molto sincera e poco ufficiale, ma al contempo leggendario):

quella di silenziosa eroina del risorgimento italiano e di fedele compagna di Giuseppe Garibaldi.

Pur essendo stata realmente entrambe le cose però, prima di tutto questa donna è stata un esempio eroico di coraggio, ricerca della libertà e fedeltà ai propri ideali:

potrebbe essere definita tranquillamente una donna progressista, per la modernità di scelte e azioni.

Mai come in questo caso sembra essere giusto il detto che parla della presenza di una grande donna accanto a un grande uomo.

Ana Maria De Jesus Riberio nasce nel 1821 nei pressi di Laguna, un paese dell’estremo Sud del Brasile, nello stato di Santa Caterina.

È la terza di dieci figli e, secondo le fonti storiche, fin da bambina è piuttosto ribelle, molto determinata, sa cavalcare con destrezza ed è anche un’esperta nuotatrice.

Alla morte del padre, la famiglia Riberio, già povera in precedenza, vede ulteriormente peggiorare la situazione economica, quindi a quattordici anni Anita viene data in sposa a Manuel Duarte, un calzolaio conservatore e reazionario.

Lei invece ha radicato in sé un forte desiderio di libertà e di giustizia sociale e, al contrario del marito, parteggia per i rivoluzionari brasiliani (i farrapos) quando lo Stato di Santa Caterina si ribella all’Impero portoghese.

Il matrimonio dura pochi, difficili anni:

Anita non si adatta a quell’unione imposta e senza amore, e proprio l’insurrezione in Brasile contribuisce ad allontanare ancora di più i due sposi. Duarte parte infatti con le truppe imperiali mentre lei rimane a Laguna.

Primo incontro di Anita e Garibaldi in un'incisione di E. Matania dal libro Anita una grande storia d'amore di Giovanni Gagliozzi foto di I. Marchi
Primo incontro di Anita e Garibaldi in un’incisione di E. Matania dal libro Anita una grande storia d’amore di Giovanni Gagliozzi foto di I. Marchi

Ed è qui che a diciotto anni (quando comunque era ancora sposata), nel 1839, incontra per la prima volta Giuseppe Garibaldi che si era rifugiato in America Latina in seguito alla condanna a morte per aver partecipato ai moti carbonari e per essere iscritto alla Giovane Italia di Mazzini.

Arrivato in Brasile, Garibaldi si unisce subito agli insurrezionisti locali, e al momento della conoscenza con Anita si trova fermo a Laguna per rimettere le sue barche in condizione di riprendere il mare.

Egli stesso scrive nelle sue Memorie (o, più precisamente, nelle memorie autografe rielaborate dallo scrittore francese Alexandre Dumas, che gli fu amico e appassionato sostenitore) di essere rimasto fulminato dall’aspetto e dalla personalità della ragazza, raccontando così l’incontro:

Io adunque aveva bisogno di qualcuno che mi amasse, e mi amasse senza frapporre indugio. […]

Ora l’amicizia è il frutto del tempo: ad essa fan d’uopo degli anni per maturare, mentre l’amore è un lampo: talvolta figlio della tempesta è egli vero, ma che importa!

Io sono un di coloro che preferiscono le tempeste quali esse siansi, alla calma della vita, alla bonaccia del cuore […]

Con tale incessante pensiero, dalla mia cabina dell’Itaparika io volgeva i miei sguardi verso terra e dal mio bordo io vedeva delle belle fanciulle occupate in diversi lavori domestici. Una di esse a preferenza attirava la mia attenzione.

Ebbi ordine di sbarcare, subito mi diressi verso la casa sulla quale fin da lungo tempo eransi fissati i miei sguardi: il cuore palpitava ma, agitato com’egli era, racchiudeva una di quelle risoluzioni che giammai vengono meno.

Un uomo m’invitò ad entrare. Se egli me lo avesse impedito io pur sarei entrato.

Vidi la giovane e le dissi – Tu sarai mia“.

In ogni caso, al di là dei racconti romantici, Anita condivide pienamente gli ideali dell’Eroe dei due mondi e quando questi riceve l’ordine di salpare vuole a tutti i costi partire con lui:

Anita, ormai compagna di tutta la mia vita e per conseguenza di tutti i miei pericoli!, aveva voluto assolutamente imbarcarsi con me” (non dimentichiamo che era ancora sposata, seppure il matrimonio fosse di fatto finito, quindi considerando l’epoca in cui si svolgono i fatti già solo questa scelta necessitava di non poco coraggio).

Comincia così, a dispetto di ogni regola e convenzione, la loro vita insieme che sarà caratterizzata da pericoli, sacrifici e ristrettezze (anche perché Garibaldi rifiuta i compensi che i governi dei popoli da lui aiutati gli offrono spontaneamente).

Nel 1840 le spinte secessioniste locali vengono definitivamente soppresse dal governo centrale e Garibaldi deve organizzare la ritirata, ma Anita non riesce a scappare con lui ed è costretta ad arrendersi (durante la battaglia di Curitibanos, del 12 gennaio 1840).

Pensando ormai al peggio prega il comandante nemico, Antonio Melo de Albuquerque, di poter cercare il corpo del compagno tra i cadaveri nel campo di battaglia (cosa che il comandante le concede proprio perché colpito dal suo coraggio):

non lo trova, quindi ruba un cavallo e nonostante fosse incinta già di sette mesi, si aggrappa alla coda dell’animale e fugge durante la notte.

Lo stesso colonnello brasiliano scriverà anni dopo:

I miei ufficiali mi riferirono che dove il combattimento era più accanito si vedeva un combattente con la spada in pugno e i bei capelli al vento, che incitava i soldati a resistere, esponendosi alle nostre fucilate […]

Ritengo ancor oggi uno dei titoli più onorevoli della mia vita il fatto di aver conosciuto quella donna“.

Anita raggiunge in seguito il paese di San Simon dove si ricongiunge con Garibaldi.

Anita Garibaldi, Monumento a Roma
Anita Garibaldi, Monumento a Roma

È qui che nasce il primo figlio, che viene chiamato Menotti, in onore di Ciro, l’eroe italiano.

In seguito, a poche settimane dal parto, mentre Garibaldi è assente, un’improvvisa incursione la costringe a un’altra fuga avventurosa:

avvolge il piccolo Menotti in un fazzoletto che lega a una spalla e fugge a cavallo (avvenimento che ispirerà lo scultore Mario Rutelli nella creazione del monumento funebre di Anita, inaugurato a Roma – al Gianicolo – nel 1932).

La famiglia si trasferisce poi a Montevideo, in una casa in affitto, dove resterà per sette anni relativamente tranquilli e dove nasceranno altri tre figli: Rosita, Teresita e Ricciotti.

Ed è qui che i due si sposano, nel marzo del 1842 (stando alle Memorie del generale, egli deve prima dichiarare formalmente di avere notizia certa della morte del precedente marito di Anita.

Riguardo alla sorte di quest’ultimo le fonti storiche riportano notizie confuse e non univoche).

Nel frattempo in Italia ci sono nuovi fermenti rivoluzionari: Garibaldi vuole tornare per essere d’aiuto e infatti, quando nel 1849 viene proclamata la Repubblica Romana (con a capo il triumvirato Mazzini, Armellini e Saffi), viene proposto come deputato.

Anita, con i figli, potrebbe rimanere al sicuro a Nizza (dove li ospita la madre di Garibaldi), ma decide di raggiungere più volte il marito a Roma. L’ultimo viaggio da Nizza a Roma, lo compie a giugno: è incinta di quattro mesi e la Repubblica Romana è ormai ai suoi ultimi giorni.

Sempre dalle Memorie raccolte da Dumas si apprende che Anita appare davanti a Garibaldi che la presenterà alle truppe con queste parole:

Questa è Anita, ora avremo un soldato in più!“.

Anita Garibaldi monumento in Brasile
Anita Garibaldi monumento in Brasile

Quando la Repubblica di Mazzini cade, Garibaldi e i suoi volontari fuggono da Roma, con l’intenzione di raggiungere Venezia per l’ultimo tentativo di resistenza.

Anita non si ferma, si taglia i capelli, si veste da uomo e parte ancora una volta a cavallo, a fianco del marito.

Attraversano l’Appennino trovando sempre sostegno nelle popolazioni:

molti vorrebbero ospitare e curare Anita che nel frattempo ha contratto la malaria, ma lei vuole proseguire.

A Cesenatico si imbarcano, ma nei pressi di Goro sono costretti a sbarcare per sfuggire ai colpi di cannone.

La fuga prosegue a piedi in un territorio molto faticoso e impervio o via mare con mezzi di fortuna. Raggiungono la fattoria dei conti Guiccioli, presso Mandriole (l’area di questo edificio ospita oggi un’esposizione di cimeli e ricordi legati alle avventure garibaldine in terra di Romagna) e vengono accolti dal fattore del conte.

È qui che Anita, ormai priva di conoscenza per la malattia e gli stenti, muoreil 4 agosto del 1849 e  ha solo 28 anni).

Le circostanze non permettono però a Garibaldi di rimanere a piangere la moglie e anzi lo costringono a riprendere la fuga.

Sarà solo dieci anni dopo, al termine della Seconda Guerra di Indipendenza, che con i figli Menotti e Teresita torna a Mandriole per ritirare finalmente le spoglie di Anita e trasferirle al cimitero di Nizza.

Questa (in breve) è stata la vita coraggiosa e anticonvenzionale di Anita, che è considerata un’eroina nazionale anche in Brasile:

La sorte riserbava a me quest’altro fiore del Brasile che io oggi piango e piangerò per tutta la mia vita — Dolce madre de’ miei figli! Io la conobbi non nella vittoria, ma nell’avversità e nel naufragio, me più che la mia gioventù, il mio aspetto, il mio merito, le mie sventure la incatenarono a me per tutta la vita.

Anita! cara Anita!

sono le parole che Garibaldi detta nelle sue Memorie per ricordare la sua valorosa compagna.

* Mi collego al coraggio di Anita Garibaldi per una semplice e breve considerazione:

è arrivato un altro 8 marzo, un altro giorno per ricordarci di combattere contro soprusi e disuguaglianze, ma una recente indagine portata avanti da UN Women (un’organizzazione dell’ONU)Progresso nel Mondo delle Donne: alla ricerca di Giustizia”, riporta un triste dato di fatto.

L’indagine parla di 603 milioni di donne che in tutto il mondo vivono in paesi dove le violenze domestiche non sono considerate un crimine;

ci informa che in 50 Paesi l’età minima necessaria per contrarre matrimonio è più bassa per le donne,  senza contare che la violenza sessuale delle donne è un carattere distintivo nei moderni conflitti.

Inoltre ad oggi, in alcuni paesi, le donne sono pagate il 30% in meno rispetto agli uomini e circa 600 milioni di donne hanno lavori precari non garantiti da adeguate leggi sul lavoro.

Il rapporto rileva anche l’inadeguata applicazione delle leggi attualmente in vigore (e molte donne si rifiutano di denunciare i crimini a causa delle ripercussioni che sarebbero costrette a sopportare).

Un quadro piuttosto desolante quindi, che evidenzia la necessità di tanto coraggio per continuare a migliorare le cose. Coraggio e determinazione da parte delle donne e da parte degli uomini. Possibilmente alleati.