Caterina Oddenino si considera un’artista a 360°, non per quello che scrive, o dipinge o propone di se stessa, ma per quello che è: una creativa, unapennanelvento che si lascia trasportare dalle nuvole. Scrive da sempre. Proviene dalla Accademia di Belle arti, pittrice e scrittrice, ha raccolto consensi e riconoscimenti lungo un percorso decisamente variegato. Ha collaborato con gallerie d’arte, associazioni, compagnie teatrali e quant’altro e ha maturato, attraverso la sua eclettica esperienza, uno stile e un’impronta che la contraddistinguono ovunque. Ha formato persone e scoperto talenti. Collabora tutt’ora con associazioni, librerie e compagnie teatrali. Ha camminato abbattendo muri e saltando fili spinati e alternando prati di rose a cardi palustri camminando in tondo nello stagno e in silenzio e in compagnia di se stessa ha attraversato montagne a piedi scalzi e trascinato pietre lisce e dorate, e ornamenti di perle sul capo hanno adombrato la fronte… Ora sa che la sua vocazione è scrivere. Ogni giorno riempie una pagina della sua vita e i suoi pensieri definiscono la via e corrono veloci e si rivede attraverso gli occhi della consapevolezza e si rivela, attraverso il fluttuare degli eventi. La sua ultima creazione è l’associazione salottoletterario che la porta a condividere pensieri ed opinioni sulla falsa riga di un libro a tema in un percorso itinerante in strutture quali associazioni e librerie disponibili ad allargare cultura e comunicazione. Viviamo in un’epoca in cui predomina l’individualità e l’obbiettivo di Caterina Oddenino è di creare comunicazione e condivisione attraverso l’arte e la cultura, i suoi salotti e il suo scrivere.

Il libro Cuore, sebbene sottolinei la differenza tra le classi sociali, esorta anche a rispettare la dignità umana e sostiene la collaborazione tra gli strati della vita civile.
Quali sono gli insegnamenti che l’autore vuol fornire ai suoi lettori?  
Prima di tutto il sentimento nazionale, l’ideale patriottico di un Paese da costruire e difendere che si vede bene in quasi tutti i racconti mensili, dove il filo conduttore è appunto l’orgoglio nazionale. La convivenza di tanti bambini in una sola classe porta poi a immaginare i rappresentanti di tante regioni diverse uniti insieme amichevolmente. 

Entriamo nel mondo del circo; una carriera da pagliaccio è un percorso di sacrificio e di cadute, dove si lotta per sopravvivere in una professione che sta rapidamente scomparendo.

E che il pagliaccio del circo è l’immagine di una razza perduta, lo sapevate?

Il mondo del circo esercita un fascino intenso su artisti e scrittori da conquistarne immediatamente l’immaginario poetico e anche il nostro si lascia incantare da questa magia che lo induce a mandarci Enrico Bottini :

….. si guadagnano il pane onestamente, divertendo tutti; e come faticano! Tutto il giorno corrono tra il circo e i carrozzoni, in maglia, con questi freddi; mangian due bocconi a scappa e fuggi, in piedi, tra una rappresentazione e l’altra, e a volte, quando hanno già il circo affollato, si leva un vento che strappa le tele e spegne i lumi, e addio spettacolo!

Debbono rendere i denari e lavorar tutta la sera a rimetter su la baracca. Ci hanno due ragazzi che lavorano; e mio padre riconobbe il più piccolo mentre attraversava la piazza: è il figliuolo del padrone, lo stesso che vedemmo fare i giochi a cavallo l’anno passato, in un circo di piazza Vittorio Emanuele.

È cresciuto, avrà otto anni, è un bel ragazzo, un bel visetto rotondo e bruno di monello, con tanti riccioli neri che gli scappan fuori dal cappello a cono. È vestito da pagliaccio, ficcato dentro a una specie di saccone con le maniche, bianco ricamato di nero, e ha le scarpette di tela.

L’amicizia di quei ragazzi è un qualcosa che resta dentro lo spettatore e commuove. E si tratta di ragazzi semplici che si incontrano per caso; Enrico va al circo con il padre a vedere il pagliaccino che ce la mette tutta a dare il meglio di sé, in quella sera fredda e senza pubblico, per sodisfare la sala.

Che cosa si poteva fare per loro? Il pittore ebbe un’idea. — Scrivi un bell’articolo sulla Gazzetta, – gli disse, – tu che sai scrivere: tu racconti i miracoli del piccolo pagliaccio e io faccio il suo ritratto; la Gazzetta la leggon tutti, e almeno per una volta accorrerà gente. – E così fecero..

E dopo che l’articolo apparve sulla Gazzetta, la sala si riempì di gente:

Il circo era stipato; molti spettatori avevano la Gazzetta in mano, e la mostravano al pagliaccino, che rideva e correva or dall’uno or dall’altro, tutto felice

 

Oggi, il senso del mutuo soccorso sta evaporando e manca il bisogno e l’esigenza che in tutti i tempi e in tutti i luoghi hanno spinto gli uomini ad aiutare i più deboli. E sta sparendo il concetto di solidarietà.

Casualmente, chiaccherando, nasce questo atto di generosità che permette al ragazzo “un bel visetto rotondo e bruno di monello, con tanti riccioli neri che gli scappan fuori dal cappello a cono” di guadagnare dei soldi senza essere umiliato; un atto che definisce lo schema pedagogico e moralista dell’autore che intende insegnare l’amore verso i poveri e i bisognosi e i principi morali che sono alla base della sua ideologia e di quella del suo tempo. 

Spiegare un pagliaccio(clown) è un’impesa seria, essendo imprevedibile e allora stai lì a vedere ciò che succede; come osservare un bimbo che gioca che non sa far nulla o quasi, ma è buffo, ma è bellezza e spontaneità, gioco e colore.

Ci sono, infatti, tanti tipi di clown, tante possibilità, tanti stili diversi quanti sono i clown
esistenti, i clown che ognuno crea nella propria esistenza con gli “ingredienti” della vita di tutti i giorni.

 

Vesti la giubba, più conosciuta come Ridi, pagliaccio,
è un’aria dell’opera Pagliacci di Ruggero Leoncavallo.


Recitar! Mentre preso dal delirio,
non so più quel che dico e quel che faccio!
Eppur è d’uopo… sforzati!
Bah! sei tu forse un uom?
Tu se’ Pagliaccio!
Vesti la giubba e la faccia infarina
La gente paga, e rider vuole qua.
E se Arlecchin t’invola Colombina,
ridi, Pagliaccio… e ognun applaudirà!
Tramuta in lazzi lo spasmo ed il pianto;
in una smorfia il singhiozzo e ‘l dolor…
Ridi, Pagliaccio, sul tuo amore infranto!
Ridi del duol che t’avvelena il cor!

Il grande Giovanni Pascoli, diceva che ognuno di noi ha dentro sè un “fanciullino” a cui il poeta con la poesia non faceva altro che dare voce, si può affermare che il pagliaccio è un mezzo anche poetico per farci sentire ancora bambini?