Catturarla, farne fotografia, é la vana pretesa d'ucciderne l'emozione che vive nell'evoluzione e nel perpetuo mutamento. In un vuoto colmato, si rimane colpiti senza possibilità d'opporsi e resistere, niente d'afferrabile o visibile, ma con violenza scava un varco tra le budella, lasciando un' elevazione che non é propria dell'uomo, ma che diviene "eco" di un' informazione che non ha "ragione", neppure scavando tra le righe o tra le note. Poesia e Musica sono il cambiamento, sono l'indipendenza che é la base della libertà dell'individuo. E' tra le righe bianche, nell'incontro e scontro tra le parole che si trova la musica, così come negli intervalli o negli accenti, si svelano le parole. Poesia e Musica, sono identico respiro, il movimento continuo ch'è rivelazione dell'Anima universale. Le mie parole, sono semplicemente i "miei scritti", quello che vivo e che sono. Credo però, che le parole migliori per descrivermi, siano quelle che aprono "Terra alla Pioggia", che hanno tra le righe il mio passato, il presente ed il futuro.Terra alla Pioggia di Libero Alearno L'espressione è movimento, istinto che prende vita nell'attimo, e non ha fine. È il "se fosse", nucleo del cambiamento. Non siamo in grado di darle forma, tantomeno di reprimerla.

Dal letame nascono i fiori”, poetava De André, ma il letame rimane tale.

 

 Peppino Impastato, una vita fra mafia e poesia.

Era il 1992, lo stesso anno in cui ebbero inizio i processi per Tangentopoli, quando a distanza di pochi mesi, che adesso il tempo ha trasformato in poche ore, due esplosioni scossero l’Italia, sbattendole in faccia una realtà che non tutti credevano, o che forse, non tutti volevano che si credesse tale.

Dapprima le immagini furono per la voragine nella quale perse la vita Giovanni Falcone, poi la “macelleria messicana” dove perì Paolo Borsellino. Ancora una volta e come ancora accadrà, il confine tra Stato e mafia appare dai tratti sfocati, quasi impercettibili.

 Come un coltello, la politica rivela il suo “essere” nella mano che brandisce la lama, arma bianca o meraviglioso strumento.

 Quattordici anni prima, appena trentenne rimase vittima di un attentato Peppino Impastato.

Fiore di campo nasce

dal grembo della terra nera,

fiore di campo cresce

odoroso di fresca rugiada,

fiore di campo muore

sciogliendo sulla terra

gli umori segreti”

 

Peppino Impastato: poeta, attivista politico-culturale, giornalista; denunciava le attività della mafia.

Era nato, in una famiglia mafiosa, e da Cinisi la combatteva. Rimane ucciso da una carica di tritolo l’8 maggio 1978.

“Sulla strada bagnata di pioggia

si riflette con grigio bagliore

la luce di una lampada stanca:

e tutt’intorno è silenzio”

La notizia diramata da Forze dell’ordine, magistratura e stampa, dipinse Impastato come un attentatore rimasto ucciso dall’ordigno che lui stesso, si apprestava a collocare nel tratto della ferrovia Trapani-Palermo. Saranno interrogati e perquisite le case degli amici, della madre e della zia. Non avverrà nei confronti dei mafiosi della zona.

“Passeggio per i campi

con il cuore sospeso

nel sole.

Il pensiero,

avvolto a spirale,

ricerca il cuore

della nebbia”

Pochi giorni dopo, ci sarà un primo esposto alla Procura da parte del “Centro siciliano di documentazione di Palermo”, nel quale si sostiene che Impastato è stato assassinato. Ne seguirà un altro, questa volta da parte della madre Felicia e del fratello Giovanni, dove vengono indicati i mafiosi di Cinisi ed in particolare Gaetano “Tano” Badalamenti, come i responsabili dell’omicidio.

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Ma é nell’84 che una sentenza firmata da Antonio Caponnetto, riconosce il delitto di matrice mafiosa, attribuendolo però ad ignoti.

Lo stesso anno Badalamenti viene arrestato nell’inchiesta “Pizza Connection” e nell’87, condannato a 45 anni di galera. Passeranno circa 24 anni quando “Tano Seduto”, soprannome datogli da Impastato che dalla sua “Radio Aut” derideva e denunciava politici e mafiosi, sarà riconosciuto colpevole dell’omicidio assieme a Vito Palazzolo.

A seguito di un ulteriore esposto presentato dai familiari, con la richiesta di indagare sul comportamento di carabinieri nei momenti successivi l’assassinio, sarà approvata una relazione sulle responsabilità delle istituzioni nel depistaggio delle indagini e molte saranno le parole capaci di un sapore acre che si avverte respirando in una cortina di fumo.

[…]vi è uno Stato o incapace di comprendere quegli intrecci, o deciso a non indagare contro la mafia[…]Giuseppe Impastato sfidò la mafia in un territorio in cui si era stabilito un «sistema di relazioni» tra segmenti degli apparati dello Stato e mafiosi molto potenti[…]i rapporti tra istituzioni e mafia si sono svolti per moltissimi anni come relazioni tra due distinte sovranità; nessuno dei due ha aggredito l’altro sinché questi restava entro i propri confini[…]*

“I miei occhi giacciono

in fondo al mare

nel cuore delle alghe

e dei coralli”

Nel 2011 la Procura di Palermo riapre le indagini sul depistaggio, sono tutt’ora in corso.

Nella voce di Peppino Impastato, a Capaci, in via D’Amelio e non solo, l’Italia lasciò sangue e brandelli d’anima, ma la bestia si morse la coda.

 La mafia non cambia, poco conta se tra le dita tiene denaro e non più la lupara, é nel pensiero che si muove palesandosi nell’abuso, nel sovrastare l’altrui dignità e diritto, ma come nella scorciatoia, nell’assenza di meritocrazia, nell’interesse proprio quando questo si scontra con l’interesse comune.

Pensiero dal quale, coloro che da saccenti erano(?) insultati con l’accusa di omertà, non solo hanno dimostrato desiderio, volontà e capacità di liberarsene, ma continuamente tentano di far dono mostrando i loro passi.

Il letame rimane tale e la mafia era e rimane “una montagna di merda”.