Gli antichi ci guardano negli occhi: all'Ara Pacis arrivano i volti del Fayum

Dal 5 novembre a Roma i ritratti funerari egizio-romani, tra le testimonianze più intense dell'antichità. Mancano ancora date di chiusura, orari e biglietti.
ROMA — Sarà inaugurata il 5 novembre all'Ara Pacis la mostra dedicata ai ritratti del Fayum, i volti dipinti su tavola o lino che accompagnavano le mummie nell'Egitto romano tra il I e il III secolo d.C. Lo annuncia la Sovrintendenza Capitolina con una nota stringata: data d'apertura, sede, soggetto. Nient'altro.
I ritratti del Fayum — dal nome dell'oasi a sud-ovest del Cairo dove ne furono rinvenuti a centinaia a fine Ottocento — costituiscono l'unico corpus consistente di pittura su tavola pervenutoci dall'antichità classica. Tecnica encausto o tempera, sguardi frontali, occhi grandi fissi sull'osservatore: non sono ritratti ideali, sono individui. Uomini, donne, bambini. Greci, egizi, romani, meticci. Vestiti alla moda imperiale, acconciature databili al decennio. Chi li guarda oggi, duemila anni dopo, ha la sensazione fisica di essere ricambiato.
La mostra romana — titolo provvisorio «Gli antichi ci guardano negli occhi, a Roma i volti del Fayum» — dovrebbe riunire «i ritratti tra i più celebri dell'antichità», secondo il comunicato. Quanti? Quali? Provenienti da quali collezioni? Il British Museum, il Louvre, i Musei Vaticani, le raccolte egiziane del Cairo e di Alessandria ne custodiscono i nuclei maggiori. Prestiti di questa portata richiedono accordi complessi, assicurazioni milionarie, microclimi controllati. L'Ara Pacis, con le sue teche climatizzate e la sicurezza integrata, è sede idonea. Ma il silenzio su curatori, catalogo, comitato scientifico è insolito a tre settimane dall'apertura.
Mancano all'appello: data di chiusura, orari di visita, costi dei biglietti, modalità di prenotazione, eventuale biglietto integrato con i Musei Capitolini. Informazioni essenziali per il pubblico e per le scuole, che su questi volti costruiscono interi moduli didattici sull'incontro tra cultura egizia, greca e romana. La Sovrintendenza fa sapere che «i dettagli saranno comunicati a breve». Formula standard che, in Italia, può significare tutto e nulla.
Chi conosce la materia sa che i ritratti del Fayum non sono «arte funeraria» nel senso decorativo. Sono documenti d'identità ante litteram. La tecnica — cera calda pigmentata stesa a spatola o pennello su legno di tiglio, fico, cedro — garantiva durata millenaria. Gli occhi, dipinti per ultimi, catturano la luce con un realismo che la scultura marmorea non raggiunge. Plinio il Vecchio, nella «Naturalis Historia», descrive la pittura encaustica egizia e ne loda la resistenza al tempo. Aveva ragione.
L'ultima grande esposizione romana sui ritratti del Fayum risale al 2008, a Palazzo delle Esposizioni: «Il volto dell'eternità», curata da Mario Capasso e Roberta Mazza. Quella volta il catalogo Skira fece da riferimento per anni. Sedici anni dopo, la ricerca ha progredito: analisi multispettrali, datazioni al radiocarbonio sui supporti lignei, studi sui pigmenti (il blu egizio, la foglia d'oro, il cinabro) hanno riscritto provenienze e cronologie. Una mostra 2024 dovrebbe renderne conto.
L'appuntamento è per il 5 novembre. Fino ad allora, i volti del Fayum restano nei depositi, negli archivi, nelle casse climatizzate. I loro occhi aspettano. Noi anche.