Fellini riletto da Rondi: l'occhio critico che mancava al Maestro

Torna in libreria 'Il cinema di Fellini' di Brunello Rondi, curato da Roy Menarini in una nuova elegante edizione: non un semplice omaggio, ma l'analisi lucida di chi il sogno felliniano lo ha costruito giorno per giorno.
C'è una differenza abissale tra chi racconta Fellini dall'esterno, sedotto dalla nebbia di Rimini o dal caos di via Veneto, e chi quel cinema l'ha fabbricato nelle trincee di Cinecittà, battendo a macchina le notti insonni di Brunello Rondi. 'Il cinema di Fellini' torna sugli scaffali – a cura di Roy Menarini in una nuova elegante edizione – e non è un'operazione nostalgia. È un atto di giustizia storica.
Rondi non era un critico prestato al set, né un accademico in cerca di citazioni. Era l'altro occhio di Federico, lo sceneggiatore che ha tradotto in parole le visioni del Maestro, da 'Lo sceicco bianco' a 'La voce della luna'. Leggere le sue pagine oggi significa smontare la mitologia comoda – il Fellini 'mago', il 'visionario' astratto – per ritrovare l'artigiano feroce, il regista che misurava i centimetri di pellicola come un orafo, che litigava con i produttori, che riscriveva la scena mentre la troupe aspettava sotto il sole.
Menarini fa il lavoro che spetta a un curatore intelligente: non imbalsama, contesta. La sua introduzione e le note filologiche restitucono il contesto produttivo, le censure, i tagli, le battaglie perse e vinte. È l'edizione che Rondi meritava e che noi lettori – stanchi di saggi che scambiano la biografia per estetica – dovevamo pretendere.
In un paese che celebra i suoi maestri solo quando non possono più replicare, questo volume è un pugno sul tavolo. Ci ricorda che il cinema di Fellini non è nato dai sogni, ma dalla disciplina, dalla scrittura, dalla dialettica dura tra due intelligenze. Rondi ci parla da pari a pari, senza riverenze. Ascoltiamolo.