Arcuri e il principe: la lezione di una donna che non si fa mettere all'angolo dai moralisti da salotto
MILANO – Costruiscono castelli su foto innocenti, ricamano matrimoni inesistenti su una stretta di mano, e quando la realtà li smentisce si rifugiano nell'insulto da tastiera. La vicenda Manuela Arcuri–principe Pallavicino è l'ennesima, stanca dimostrazione di come il gossip italiano sia ancora fermo a un copione vecchissimo: una donna sola, dopo un matrimonio finito, non può avere un amico, un mentore, un compagno di viaggi di lavoro. Deve per forza avere un «fidanzato», meglio se ricco e titolato, così la narrazione è servita.
Ospite di Silvia Toffanin a «Verissimo», Arcuri ha smontato pezzo per pezzo la favola nera cucitale addosso dai soliti noti. «Non c'è mai stata nessuna dichiarazione, né da parte mia né da parte del principe, a proposito di un fidanzamento o di un matrimonio. Per ora c'è una bellissima amicizia», ha tagliato corto. E ha aggiunto, con quella lucidità che fa paura ai costruttori di chiacchiere: «Era da tanto che non mi vedevano accanto a un uomo dopo la fine del mio matrimonio, quindi hanno pensato: sarà lui».
Il principe Domenico Antonio Pallavicino, 82 anni portati con l'eleganza di chi non deve dimostrare nulla, è per lei – lo dice senza giri di parole – «un principe di nome e di fatto, una persona molto colta ed elegante che sa darmi dei consigli». Testimonial della Fondazione Pallavicino, con lui ha condiviso viaggi di lavoro, pomeriggi a chiacchierare, stima umana. Tutto qui. Ma «tutto qui» non fa audience, non fa click, non riempie le pagine dei rotocalchi.
E allora ecco scattare la macchina del fango. «Gli haters si sono scagliati in maniera violenta contro di me e il principe, con insulti pesanti e volgari», racconta Arcuri. Le hanno dato della «venduta», hanno infangato un uomo di 82 anni, hanno scritto cose che suo figlio – perché lei è una madre, non solo un'attrice – potrebbe leggere o sentirsi rinfacciare dai compagni. La risposta? Netta, legale, sacrosanta: «Chi continuerà a insultare in maniera così violenta e ingiusta la mia immagine ne risponderà nelle sedi legali». Bene. Benissimo. È l'unica lingua che i leoni da tastiera capiscono: il codice penale.
C'è un passaggio, nell'intervista, che vale più di mille editoriali. Toffanin chiede se il principe possa provare qualcosa di più dell'amicizia. Arcuri non gioca a nascondino: «Ci può essere da parte sua anche un debole, perché no? Forse lui lo spera». Ma poi frena, con onestà disarmante: «Al momento io lo stimo e lavoro per lui. Non so se queste possano essere le basi di un amore futuro, ma ad altro non ho ancora mai pensato». Ecco la verità nuda: una donna che non ha fretta, che non ha bisogno di etichette per riempire vuoti, che si concede il lusso di dire «non lo so» in un mondo che pretende certezze immediate.
E sul capitolo più doloroso – la separazione dal marito Giovanni Di Gianfrancesco – mette un punto fermo che dovrebbe zittire ogni dietrologo: «Lui non c'entra assolutamente nulla. Il periodo della separazione è stato vissuto quasi come un lutto: c'è ancora un grande dolore, ma lo sto superando».
Morale? Non c'è morale, c'è una donna. Che lavora, cresce un figlio, gestisce un lutto privato sotto i riflettori, subisce il tritacarne mediatico e risponde a testa alta, carte bollate alla mano. Mentre i moralisti da salotto e i giudici da divano continuano a sparare sentenze su vite che non conoscono, Manuela Arcuri ha appena dato una lezione di dignità. Quella vera. Quella che non ha bisogno di titoli nobiliari per essere riconosciuta.