Valerio Lundini fa il verso a se stesso (e ci piace pure): a Roma il debutto «Cambogia» è un trip metatestuale che non perdona

ROMA — Valerio Lundini, 38 anni portati come un maglione slabbrato che però ti sta bene addosso, arriva alla Festa del Cinema con l'opera prima da regista e fa quello che sa fare meglio: smontare la propria immagine pezzo per pezzo, col sorriso stampato in faccia e il coltello tra i denti.

«Cambogia», sezione Freestyle (traduzione: «fate un po' voi, noi non sappiamo dove metterlo»), è la storia di Valerio De Nicolais — alias Lundini attore — che una mattina si sveglia dentro la serie crime che gira per pagare l'affitto. Il problema? Nel mondo reale, al suo posto, c'è Tramezzino. Sì, Tramezzino: il personaggio della fiction, sempre Lundini ovviamente, che in tv è un detective sfigato e nella vita vera non sa nemmeno come si apre un conto corrente.

Il giochino metanarrativo è vecchio quanto il cinema — da «Buster Keaton» a «Last Action Hero» passando per «Adaptation» — ma Lundini lo gira come un calzino: non c'è l'eroe che impara ad amare la vita, c'è un comico che guarda il proprio doppio televisivo e pensa «ma chi me l'ha fatto fare». La schizofrenia artistica del titolo non è una metafora, è una fattura. De Nicolais vorrebbe solo fare cinema «vero», quello che guardano in tre alle due di notte su MUBI; Tramezzino è l'incubo commerciale che ti segue in bagno, il meme che ti saluta al supermercato, la battuta che la gente si aspetta quando compri il pane.

Scritto con Matteo Visconti (sodale dai tempi di «Una pezza di Lundini»), il film esce a marzo 2027 — tempo per dimenticarsene e riscoprirlo per caso su una piattaforma, che è il destino migliore per un film così. La regia è asciutta, quasi fastidiosa per quanto è precisa: campi lunghi che sembrano fermo immagine, tempi comici che sfiorano l'antagonismo verso lo spettatore, quella roba lì che o la ami o la trovi insopportabile. Non c'è una battuta di troppo. Non c'è una scena che non serva a scavare il solco tra chi sei e chi ti costringono a essere.

Il momento più crudele? Quando Tramezzino, nel mondo vero, prova a ordinare un caffè e la barista lo riconosce: «Fa' la faccia! Fa' la voce!». Lui non la fa. Lei si offende. Lui non è Tramezzino. Lui è Valerio che fa Tramezzino che fa finta di essere Valerio. Mal di testa? Esatto.

Lundini non regala redenzione. Non c'è l'abbraccio finale, non c'è la lezione di vita. C'è solo la consapevolezza che il personaggio ti mangia vivo se non lo uccidi prima — e che ucciderlo significa smettere di lavorare. Il finale è un dito medio alzato con eleganza: De Nicolais torna sul set, indossa la giacca del detective, guarda in camera e sembra dire «va bene, continuiamo. Ma sappiate che lo so che è una recita».

È il film più onesto sull'essere «un personaggio» che si sia visto in Italia da anni. Peccato che per capirlo fino in fondo serva aver passato mezz'ora su TikTok a guardare spezzoni di «Una pezza di Lundini» alle tre di notte. Ma del resto, se non lo avete fatto, che ci fate qui?

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