Cammini per la strada e chiedi tranquillamente al primo che incontri sai chi è Albert Einstein? Ma certo, ti risponderà, lo scienziato… Lo conoscono tutti, di nome certamente, poi in molti lo citeranno per la “relatività”, altri per la nota formula e, sì, chi non ha mai visto la foto con la linguaccia?

Il fatto è che il genio di Einstein, in un modo o nell’altro, è presente davvero ovunque. Pensiamo al suo volto e appunto alla sua famosa linguaccia: cartelloni, quadri, magliette, asciugamani… magari in certi posti un po’ di decenza forse l’avrebbe apprezzata oppure con l’ironia che ha sempre contraddistinto il Premio Nobel per la Fisica del 1921 l’avrebbere commentato con qualche battuta.

Quella foto fu fatta ad Albert Einstein, dopo la cena del suo 72esimo compleanno.

Camminava inseguito da un gruppo di fotografi e reporter che gli chiedevano un sorriso per una foto e, non potendone più dell’insistenza, si voltò facendo una linguaccia veloce. Solo il fotografo Arthur Sasse premette il pulsante di scatto nel momento giusto e fece la fotografia che oggi conosciamo tuttti.

Probabilmente altri scienziati avrebbero preteso l’eliminazione dello scatto, ma Albert Einstein era appunto un uomo dotato di molta ironia e anzi la usò come cartolina con tutti i suoi amici.

Ora questo è probabilmente un aneddoto molto noto della vita dello scienziato, ma non sono pochi quelli che lo coinvolgono. Altri sono nella storia della fisica. C’è, ad esempio, quello della famosa frase “Dio non gioca a dadi” pronunciata nel duello con Bohr al congresso Solvay a Bruxelles nell’ottobre del 1927 .

Lo scambio di battute sembra essere stato:

Einstein “Non posso credere nemmeno per un attimo che Dio giochi a dadi!” 


Al quale rispose Bohr “Piantala di dire a Dio che cosa fare con i suoi dadi.”.

Se il duello fu certo ( e vinto da Bohr, per ora…) le parole non è detto che furono proprio queste. Il solito problema dei personaggi (pochi) come Einstein circondati da miti, falsificazioni e presunzioni di intenti…

Perchè è vero, lo conoscono tutti, ma naturalmente molti per “sentito dire”. Non è raro senire attribuzioni fatte a sproposito magari uscite da una pubblicità o messo in giro da una “personalità” per far credere alla”sensatezza” di quello che sostiene.

Certo questo avviene in particolare nel web, dove dalle false citazioni siamo tempestati, “tanto è importante quello che dico, non se sono esatti i riferimenti”… va bene, proseguiamo, questo era solo uno sfogo personale.

Personaggi come il fisico di Ulma, oggi più che in passato, attirano su di sé ogni genere di attribuzione che sono valide solo per chi non approfondisce la conoscenza, ma quest’ultime si diffondono molto più facilmente si sa: quando la leggenda incontra la realtà, vince la leggenda.

E di leggenda si può parlare con Einstein, comincia nel 1905, nel suo famoso Annus Mirabilis.

In quell’anno pubblicò:

un articolo spiegando l’effetto fotoelettrico in base alla composizione della radiazione elettromagnetica di quanti discreti di energia (i fotoni) che gli sarebbe valso il Premio Nobel.

La tesi di dottorato sul tema “Nuova determinazione delle dimensioni molecolari“.

Due articoli sul moto browniano

Una prima memoria sull’elettrodinamica dei corpi in movimento. La teoria esposta nell’articolo quella conosciuta con il nome di Relatività ristretta (o speciale).

E, in un’altra memoria sulla relatività ristretta, la nota formula E=mc², l’equazione che stabilisce l’equivalenza e il fattore di conversione tra l’energia e la massa di un sistema fisico.

Noi, lontano da quei giorni, siamo portati a credere che bastò pubblicare quegli articoli, comparsi dal nulla per far riconoscere in Einstein da tutto il mondo il genio assoluto. Naturalmente non fu così e questa è solo un’impressione che nasce in noi dalla familiarità con cui trattiamo, con una certa presunzione, tutto quanto sappiamo sul fisico.

Le conclusioni di Albert Einstein non sbucarono dal nulla come fulmini in un cielo sereno, ma diedero la risposta a molte domande poste già da Newton e Galilei in poi. Molti esperimenti poi avevano sollevato altrettanti dubbi sulla “fisica classica” e alcuni erano stati espressi anche nel 1904, un anno prima dell’Annus Mirabilis.

Nel corso del congresso di Saint-Louis R. McCormack dichiarò che erano iniziati “gli incubi di un fisico classico” e, più tardi, Poincaré avrebbe pronosticato che stava per emergere “una meccanica del tutto nuova, della quale riusciamo a cogliere soltanto alcuni indizi, in cui l’inerzia aumenta con la velocità, e la velocità della luce diventa un limite che non può essere superato”.

Ma i quanti/fotoni di Einstein che trasformarono la luce in “porzioni” e la famosa formula E = mc2 che “avvicinò” la materia, non più indistruttibile, all’energia scaturirono per rispondere ad una sola domanda, che cos’è la luce?

Tutto partiva da due postulati: “i fenomeni elettrodinamici, al pari di quelli meccanici, non possiedono proprietà corrispondenti all’idea di quiete assoluta” e che “la luce, nello spazio vuoto, si propaghi sempre con una velocità determinata, c, che non dipende dallo stato di moto del corpo che la emette”.

In pratica la novità introdotta da Einstein fu nell’aver stabilito che la velocità di propagazione della luce rispetto a un qualsiasi osservatore era sempre la stessa, il concetto di invarianza della velocità della luce: 300.000 km/s. Fra le conseguenze della teoria l’impossibilità di definire un moto assoluto, ma solo quello relativo fra due corpi, e con questo, il fisico, metteva in dubbio anche la possibilità di definire un tempo e una massa assoluti.

Tutto questo portò all’impossibilità di un concetto di simultaneità.

Potrebbe un osservatore registrare due eventi come simultanei, ma un secondo osservatore non li constaterebbe allo stesso modo proprio perché in un’altra posizione.

La registrazione del fatto, non è più assoluta ma relativa a un luogo porta ad abbinare il tempo al luogo: nasceva il concetto spazio/tempo.

Si sarebbe dovuto attendere però il 29 maggio del 1919, e l’osservazione di una eclissi solare, per verificare la prima di tante previsioni tratte dalle equazioni del fisico che sarebbero state puntualmente confermate.

La teoria di Einstein stabiliva con precisione come le masse curvano lo spaziotempo a causa della presenza della materia. Era possibile calcolare quale avrebbe dovuto essere la curvatura dei raggi emessi da una certa stella, situata quasi ai margini del disco solare, ma visibile in un luogo diverso da quello che si attendeva.

La verifica dell’esattezza confermò la teoria di Albert Einstein facendolo diventare un mito planetario.

Quando lo scienziato ne ebbe conferma da un telegramma inviatogli da Lorentz, sembra che Einstein abbia commentato con la solita ironia: “In caso contrario mi sarebbe dispiaciuto per il buon Dio, perché la teoria è corretta”.

Questi nuovi concetti, riassunti da me molto brevemente, furono una vera rivoluzione non solo scientifica, ma anche del pensiero fino a coinvolgere la filosofia, a cui per altro Einstein si era sempre interessato.

Divenne interessante per tutti il suo modo di pensare, di considerare i fatti e questo lo portò ad essere un grande divulgatore, non solo scientifico ma anche come osservatore della società, della storia.

Le sue idee pacifiste lo hanno portato ad ammirare la figura di Ghandi facendogli dichiarare:

Credo che le idee di Gandhi siano state, tra quelle di tutti gli uomini politici del nostro tempo, le più illuminate. Noi dovremmo sforzarci di agire secondo il suo insegnamento, rifiutando la violenza e lo scontro per promuovere la nostra causa, e non partecipando a ciò che la nostra coscienza ritiene ingiusto.”

e immaginando che sul MahatmaLe future generazioni difficilmente potranno credere che qualcuno come lui sia stato sulla terra in carne e ossa”, ma per dirla tutta viene da pensare che pure sull’esistenza dello stesso Einstein gli stessi “pronipoti” potrebbero in futuro nutrire dubbi.

Se si va oltre, però, agli aneddoti e all’elenco dei suoi contributi alla scienza, si scoprono, attraverso le amicizie di Albert, anche altri aspetti un po’ meno noti.

Come se leggiamo sugli scambi, i carteggi e le collaborazioni con l’amico Michele Besso, ingegnere e fisico svizzero, definito da Einsteinla cassa di risonanza per le sue idee”.

Allora esce la storia dell’aquila e del passerotto.

L’aquila era Albert Einstein, il passerotto era Michele Besso. Besso fu paragonato ad un passerotto trascinato ad altezze vertiginose dalla scia di un’aquila, anche se non fu proprio così.

Dal “manoscritto Einstein-Besso”, di proprietà della società Aristophil emerge lo scambio di intuizioni fra i due scienziati nel quale anche lo svizzero seppe fare alcune interessanti proposte che condussero il genio di Einstein alla teoria della relatività generale.

Fu per questo che l’unica citazione di merito che Einstein riconosce nel suo lavoro del 1905 è stata per Michele Besso, che ringraziò ponendoci: “… concludendo, tengo a dire che l’amico e collega M. Besso mi ha costantemente prestato la sua preziosa collaborazione mentre lavoravo a questo argomento, e che gli sono debitore di parecchi interessanti suggerimenti”.

Una amicizia sincera fatta di critiche, talvolta, ma anche di ammirazione reciproca. Einstein per certi aspetti vedeva nell’amico la realizzazione personale che a lui era in parte mancata, ma ne vedeva anche l’assenza di egoistica ambizione che lo aveva limitato nella carriera.

Quando Albert ricevette una lettera dalla moglie del suo amico Michele che gli faceva questa domanda: “Sai, tu e Michele eravate amici a Berna, e Michele ha così tanto talento, come mai non ha mai realizzato niente?“. Einstein rispose: “Ma naturalmente perché lui è un uomo buono!“.

Questa risposta, se ci pensiamo, contiene molta malinconia oltre all’apparente cinismo. Una persona che non è disposta a mettere tutto in secondo piano rispetto alla propria carriera non realizzerà mai niente? Einstein non mise i propri principi in secondo piano, non agì mai con mero cinismo, ma riteneva certamente che la bontà d’animo esponesse le persone alle prevaricazioni di chi gli scrupoli non se li pone, e giudicava certamente la nostra società, questa sì, molto cinica. Difficile, ancora una volta, dargli torto.

Ma del rapporto di amicizia di Einstein con Michele Besso la frase che più mi ha colpito è in una lettera che inviò alla sorella dell’amico quando questo morì: “Michele è partito da questo strano mondo, un poco prima di me. Questo non significa nulla. Le persone come noi, che credono nella fisica, sanno che la distanza fra passato, presente e futuro non è altro che una persistente cocciuta illusione“.

In queste frasi ci sono, insieme all’affetto per l’amico, le considerazioni scientifiche, tutte condensate in poche parole, dell’uomo che ha cambiato le nostre idee di tempo, di spazio e di materia. Ma credo vi esista, in quelle parole, anche la convinzione di un’appartenenza a qualcosa di molto più grande che racchiude tutto l’universo. Di questo non ne posso avere una certezza assoluta, diciamo che ne ho una relativa.

 

 

Fonti

Einstein 1905 Dall’etere ai quanti di Françoise Balibar Prefazione di Carlo Bernardini Traduzione e postfazione di Luisa Bonolis

Storia della fisica e del pensiero scientifico di Vincenzo Pappalardo