Spesso la storia non è un processo lineare, governato dalla logica o dalla supremazia del più forte. Una conclusione banale, penserete, e che a mio avviso è ancora troppo ottimistica.

Ho appena terminato di leggere “Terra nera” di Timothy Snyder, che racconta come Hitler e il suo stato maggiore gestirono l’invasione dell’Europa, le diverse prassi politiche e diplomatiche dei governi che si trovarono a fronteggiare il drammatico corso di quegli eventi, e gli effetti dell’invasione tedesca là dove si verificò.

Snyder traccia un parallelismo tra quel particolare contesto storico e quello attuale, certo che nel secolo scorso non ebbe luogo un’irripetibile tragedia creata dai diversi fanatismi e totalitarismi ma un processo storico che potrebbe ripetersi ancora oggi.

La tecnica di distruzione statuale che prima i sovietici e poi i nazisti attuarono ha fatto scuola, e ne troviamo le tracce nelle dinamiche dei conflitti moderni.

Io non credo del tutto, però, contrariamente alla teoria di, che lo Stato sia per natura il baluardo contro la barbarie.

La più grande violenza è proprio quella dei governi, là dove hanno portato a compimento i propri progetti di dominio, e gli episodi di imprevista umanità e di silenziosa ribellione citati nella seconda parte dell’opera danno testimonianza di come l’uomo sia uomo ancora e solo nel profondo della propria coscienza, quando la furia della massa non riesce a far tacere la sua voce.

 

Lascio a chi vorrà mettere mano a questo libro il giudizio. Perchè questo articolo non sia solo un lungo compendio dell’opera, mi limiterò a descrivere la successione di sbagli ed errate previsioni, di azzardi e mistificazioni che hanno segnato il secondo conflitto mondiale, rendendolo quasi una folle cavalcata verso il caos finale.

 

 Terra nera: L’olocausto fra storia e presente (Saggi stranieri)

 

Un’immagine potrebbe realisticamente rappresentare l’irrazionale processo, specchio solo di ombre e distorsioni logiche intrecciate: la battaglia di Waterloo vista con gli occhi di Del Dongo, innocente e attonito spettatore di quanto la Storia sia spesso solo la confusa catastrofe che unisce vincitori e vinti nell’ epopea del caos.

Due erano le ossessioni della politica nazista: l’identificazione del potere sovietico con la fantomatica congiura ebraica e il “ Lebenraum”, lo spazio vitale che doveva essere conquistato a Est, soggiogando l’Urss e le nazioni che si frapponevano tra questa e la Germania, eliminando o schiavizzando le popolazioni residenti e rendendo quelle terre una riserva agricola e mineraria da sfruttare per la costruzione del futuro Impero.

Per attuare questo piano, Hitler desiderava stringere un’allenza con la Polonia, nella cui politica verso i semiti scorgeva un’affinità con le proprie teorie razziali.

Era sua convinzione che un attacco congiunto portato avanti dai due eserciti sarebbe stato in grado di mettere in ginocchio il colosso sovietico. Qui si concretizzarono i primi errori; il progetto tedesco prevedeva la deportazione, mentre il governo polacco appoggiava segretamente, per non rompere i rapporti diplomatici con l’Inghilterra, la creazione di uno stato indipendente nei territori palestinesi.

Inoltre la Polonia non riteneva credibile che un’invasione dei territori sovietici avrebbe avuto successo, né si fidava della capacità tedesca di attenersi ai patti una volta ottenuto il conseguimento anche parziale dei propri obiettivi.

La Polonia mirava alla neutralità, e mantenne un’ atteggiamento di stallo, non opponendo mai un netto rifiuto alle richieste della nazione vicina, seguendo la politica dell’appena defunto leader Pilsudski, che però aveva intuito che questa strategia non avrebbe potuto reggere per molto.

La Polonia mantenne invece un’atteggiamento ambiguo verso la Germania finchè fu possibile, fino a quando, nel 1939, il premier tedesco lasciò cadere l’ancora inevasa proposta di alleanza e cambiò inaspettatamente fronte, decidendo di coalizzarsi con i sovietici.

Questa mossa, che solo Stalin era riuscito a prevedere, decise tutta la parte iniziale del conflitto.

Il primo atto comune di questo nuovo Asse fu proprio l’ invasione e la spartizione dei territori polacchi tra russi e tedeschi. I nazisti avevano già sottomesso in quel momento Austria e Cecoslovacchia, avviando un processo di espensione territoriale che sarebbe andato molto oltre.

Incredibilmente, le altre potenze europee mossero solo tiepide reazioni a queste azioni, mostrando così di credere a quanto Hitler affermava, che era interessato solo all’ autodeterminazione delle etnie tedesche che vivevano in quei territori.

Non sarebbe stato difficile in realtà, già allora, intuire la vera essenza delle teorie tedesche riguardo il “Lebensraum”; la miopia dei vari governi operò invece questo bizzarro e letale errore.

Anche Stalin pensava che dopo la spartizione dell’Europa orientale i tedeschi si sarebbero fermati, e che un’eventuale minaccia nazista si sarebbe concretizzata solo molto più avanti nel tempo. Non previde affatto che le due fasi dei piani di Hitler sarebbero state praticamente consecutive.

Questo quindi fu lo scenario politico già prima dell’ innescarsi del vero conflitto; una pericolosa miscela di confusione, previsioni tanto rassicuranti quanto errate , alleanze e convergenze apparentemente compatte al loro nascere, ma destinate a sciogliersi come neve al sole nel giro di poche settimane.

La Francia capitolò nel 1940. La forza militare tedesca si volgeva adesso a Ovest, per evitare ogni possibile accerchiamento e il ripetersi di quelle dinamiche che avevano portato la Germania a perdere nel primo conflitto mondiale.

Secondo la teoria di Hitler, la sottomissione dello Stato francese avrebbe condotto l’Inghilterra a restare neutrale: naturalmente ciò non accadde. Neppure il tentativo di sottomettere militarmente gli inglesi andò in porto, e la superiorità dell’aviazione britannica piegò rapidamente il velleitario e
inefficiente piano di invasione tedesco.

Questo non produsse purtroppo nessuna utile riflessione né alcuna modifica nella strategia politica nazista, sempre concentrata nella ricerca di “spazi vitali” e della soluzione finale del “ Problema ebraico”.

Se l’avanzata a Ovest era impossibile, si tornava a progettare un conflitto con i sovietici, che secondo la visione nazista avrebbe dovuto essere una campagna rapida e facile.

Non erano solo i tedeschi a coltivare grandi illusioni, comunque; nel 1941 sia la destra nazionalista ucraina, che cercava un alleato contro l’Urss, che quella ebraica, che combatteva la presenza inglese in Medio Oriente, mandarono richieste di allenza alla Germania … che ovviamente non vennero mai accolte.

Nessuna lucidità, nessuna logica, solo una sommatoria di tentativi, a volte nati dall’arroganza, a volte dalla disperazione, in una partita tra folli sanguinari.

La rapida serie di vittorie militari tedesche durante la prima fase del conflitto generarono la falsa e rassicurante convinzione che la partita si avviasse ormai alla sua conclusione, e che mettersi dalla parte della nazione che sembrava destinata alla vittoria finale avrebbe condotto a guadagnarsi un posto sicuro al tavolo di coloro che si sarebbero presto spartiti il mondo, senza comprendere che le teorie razziali naziste non potevano certo condurre a un
riconoscimento alla pari di qualsiasi alleato, e che la conquista del “ Lebensraum” non avrebbe potuto avere altro finale che quello di un completo e opportunistico voltafaccia nei confronti di ogni altra etnia.

 

“ Terra nera” di Timothy Snyder II

 

Il giudizio storico sugli avvenimenti della Seconda Guerra Mondiale e sull’Olocausto, come noi lo conosciamo, è distorto da stereotipi creati dopo il 1945 per giustificare i comportamenti delle popolazioni locali soggette al dominio tedesco e sovietico.

La Germania non aveva come obiettivo principale lo sterminio integrale degli ebrei (significativamente, non esistono prove documentali che ci sia mai stata una pianificazione con questo obiettivo) ma di coloro che potevano costituire una minaccia per la realizzazione del nuovo Impero; il pericolo maggiore veniva identificato con le persone legate all’ideologia comunista.

I più grandi pogrom, verificatisi nei territori che erano stati invasi prima dalla Russia e poi dalla Germania, furono effettuati in genere proprio dagli autoctoni, mentre gli ebrei che vivevano in Germania o in quelle nazioni che erano state conquistate solo da questa o nelle quali il potere statuale non era stato completamente sovvertito il numero di coloro che scamparono alla deportazione, riuscendo a sopravvivere, fu molto maggiore
rispetto a quello di coloro che vivevano a Est.

Un’unica, tragica paura accumunava ucraini, lettoni, polacchi dell’Est, lituani ed estoni, quella di essere accusati di collaborazionismo con il passato Soviet da parte dei tedeschi.

Dare la caccia a ebrei e comunisti, magari gli stessi con cui si era condiviso il pane pochi giorni prima, diventò il sistema migliore per dimostrare fedeltà al nuovo corso, ma dietro queste azioni non c’era niente di ideologico né alla sua genesi contribuirono antichi rancori.

I governi nazionalisti di Lettonia e Lituania, per fare un esempio, non avevano mai condotto, prima del conflitto, politiche antisemite, né le popolazioni di questi due stati avevano mai nutrito una xenofobia più intensa di quella radicata altrove; ma i due paesi avevano subito una doppia occupazione.

Furono proprio coloro che avevano un passato da nascondere a dimostrarsi nell’adesione all’invito a “purificare“ la società.

Ovviamente l’ipotesi a cui oggi ancora molti credono, ossia la genesi spontanea di queste epurazioni, provocata da precedenti oppressioni e da discriminazioni, fu in realtà una mistificazione nazista, speculare alla teoria che dove gli ebrei erano vissuti si erano comportati da predatori, causando risentimenti e odio.

Una seconda versione, altrettanto poco congruente alla verità, è quella che si diffuse dopo Norimberga, e che vedeva nei tedeschi gli unici effettivi autori degli eccidi che si svolsero nell’Europa dell’Est tra il 1940 e il 1945.

Alla base di questa seconda ricostruzione c’è un lavoro di rimozione storico più grande di quello che supporta la prima, e che fu necessario all’Urss, che dopo la fine della guerra ottenne questi territori con la spartizione di Yalta.

Attribuire alla completa disgregazione di ogni organizzazione politica e al vuoto che ne seguì , tra il 1940 e il 1945, la responsabilità dei massacri nei territori che furono poi assegnati a Stalin giustificava la presenza russa e la sua supposta missione “normalizzatrice”, così come giova alla coscienza dell’Occidente ritenere che solo in quel contesto storico e geopolitico si sarebbero potuti verificare quegli eventi, che assumono di conseguenza un carattere di eccezionalità.

Regresso culturale, tendenza congenita alla violenza, fanatismo religioso, ci diciamo, ecco le cause; fenomeni estranei alla nostra struttura sociale, alla cosiddetta “modernità“.

Un’interpretazione che ci rassicura e ci permette di sentirci superiori, ma che è intrinsecamente falsa e pericolosamente cieca, perchè distorce le reali dinamiche storiche che si verificarono, e che potrebbero ripetersi nell’epoca in cui viviamo, caratterizzata da equilibri fragili.

La verità muore, soffocata dal nostro bisogno di certezze. Morì anche con la restaurazione sovietica, che negò le proprie responsabilità e la funesta eredità lasciata dal suo collaborazionismo con i tedeschi, e non punì mai i furti e i crimini commessi dai locali contro la popolazione ebraica.

Lascio a chi vorrà leggere questo libro la più profonda analisi politica compiuta dall’autore. Io ho voluto mettere solo in risalto come spesso la storiografia ufficiale sia in pratica solo una riscrittura opportunistica e manichea compiuta per ossequio al vincitore, o agli interessi materiali che è più conveniente perseguire.

Le luci sono disposte ad arte, e solo nelle ombre che lentamente si disvelano giace il tesoro della verità.