Questa sera passeggiavo con un mio ventennale amico…ci conosciamo e ci vediamo quasi ogni sera da 18 anni, e non potevo mai credere che il tempo avrebbe dato una sonora scossa alle mie meningi, e anche al mio animo.

 

Durante la camminata incontriamo un nostro vecchio e caro amico che sapevamo fuori città perché lavora nell’esercito. Dunque ci fermiamo a chiacchierare e veniamo a sapere che è in licenza perché impegnato in missione in Libano.

Continuando la chiacchierata scopriamo che è salito di grado nel suo mestiere ed io noto in quel momento nei suoi occhi il passato che si mostrava lento ed inesorabile. Era quasi invecchiato all’improvviso. Erano passati anni dall’ultima uscita con questa persona e rendermene conto d’impatto mi ha lasciato una grande amarezza.

Davvero il tempo sguscia via dalle nostre dita come sabbia e non ci accompagna?

Tende così tanto ad abbandonarci o siamo noi che non riusciamo a stargli dietro? Credo sia terribile rendersi conto di dolci anni ingenui svaniti nel nulla come se fosse passato solo un giorno, figurarsi un intera vita, persone conosciute, amici, amori, gioie, dolori.

Tutto ciò che nel bene e nel male ci ha segnati. Ci ha feriti o fatti ridere. Dove sono andati a finire quei giorni? Siamo stati forse solo troppo venali e non li abbiamo ascoltati e considerati quanto dovuto.

Non ne abbiamo goduto e sorseggiato ogni singola goccia. La colpa è stata averli ingurgitati avidamente come se non ci fosse un domani. Invece un domani c’è stato ed è terribile rivedere giorni andati, sfocati come un sogno distorto con un cumulo di momenti, piaceri, lacrime e ire accumularsi uno sull’altra, con il vano tentativo di rievocarli o salvarli, per riviverli di nuovo, per farsi scottare dallo stesso fuoco.

Per sentirci ancora vivi e non credere che qualcosa è morto e svanito per sempre. Perché ci rendiamo conto sempre di più che sono giorni andati. Che è come essere fantasmi e toccare una nebbia ben distinta ma pur sempre una nebbia.  Persone andate via per sempre. Attimi sfumati in un gioco durato troppo poco.

Non possiamo afferrarli.

Non possiamo salutarli o parlare con loro.

Non ci saranno più altri momenti uguali a quelli che stiamo rivisitando in quel frangente. E si ha paura di non poter più riprovare le stesse sensazioni. Quelle che desideriamo risentire come un marchio bollente sulla pelle. Ma il loro calore è diventato quello di un fiammifero.

Non sono abbastanza forti anche se ne riparliamo…perché? Beh, appartenevano ad un altra età, ad un altro momento, ad un altro sorriso o abbraccio.

Ad un altro bacio.

Persone conosciute che dovevano durare un eternità, farti ridere con le loro bravate o sciocche idee, essere lì quando ne avresti avuto bisogno o solamente condividere una canzone particolare con le cuffie in una sera noiosa e spenta.

Dicevano “domani ci rivediamo qui, su questa panchina.” Ora rimane solo il legno freddo con uno spazio troppo grande per il cuore di uno solo. Con quel vuoto abissale che si prova quando quell’ombra amica non c’è più. 

E quando quella canzone ti porta solo una malinconica troppo dolce per essere subita e contemplata. Sedendo magari pensi che non sia cambiato nulla. Che la sua presenza è lì con te, in quella canzone, in quel posto, su quel legno cadente e vecchio ma che era il posto più bello e sicuro al mondo, solo pochi giorni prima. “Domani tornerà” e passano anni e le tracce vanno via via, scemando in un baluginio lieve e attorniato da un miasma poco chiaro e definito.

   Erano secondi di anni fa. Non possono essere secondi di oggi. Come tutto va scemando, rifugiandosi nella parola “crescita”. Diventare più uomini e meno ragazzi. Abbandonare il cuore per prenderne uno nuovo. Dover correre ancora per non stare indietro e non perdere il resto della vita, ed essere costretti così a rinunciare a tutto ciò che faceva parte della vecchia e poteva piacerci o meno, anche se ce lo si ripresenta dinanzi, in un modo così brutale come una cesoia che sfiora il petto velocemente, lasciando graffi che ardono fin nel cuore.

Divincolarsi per ciò che si può da ogni torto o sofferenza che circonda e soffoca la gola.

Dove sono andati quei giorni? Non posso più riaverli con me un attimo ancora? Eppure mi facevano stare cosi bene. Anche se alcuni erano tutt’altro che rosei.

Ma con me continuo ad avere ancora i miei compagni di guerra. E con loro ho poco da temere e soprattutto il rivivere quei giorni, sofferti assieme, contemplati assieme, raccontati assieme, presi in giro assieme, fa piangere meno il mio cuore. 

Anche se l’aria in quegli attimi si fa rarefatta e stringe il petto. Condividerli con qualcuno che ha fatto la strada con te, un fratello di sangue diverso, che era lì al tuo fianco e lo è ancora oggi alleggerisce il peso. Fa diventare tutto ciò meno vano e trova una sorta di senso astratto e poco tangibile ma negli occhi di chi hai di fronte in quel momento, senti la stessa certezza, la stessa nostalgia e la stessa voglia di vecchi tempi.

Uno sguardo che racconta e sorride a tutte le gioiose e dure avventure passate insieme su una barca malandata che attraversava un oceano in burrasca. Siamo stati ottimi marinai o meglio grandi pirati. E i nostri tesori sono le nostre cicatrici fisiche o interiori. Con il desiderio di averne dell’altre.

E io ora ne sorrido malinconicamente. E’ stato un bel gioco, ora si continua a correre.

Non c’è altro tempo che possiamo lasciarci sfuggire.

Ma sono sicuro, rideremo ancora.

L’uno al fianco dell’altro, saluteremo il passato è quei giorni spensierati che torneranno a farci visita. Giusto così, per sapere che in fondo grazie a loro siamo ancora vivi.