L’educazione è l’arma più potente che si possa usare per cambiare, così parlava Nelson Mandela; il grande leader politico sudafricano sul tema dell’educazione.

Oggi l’educazione è considerata da molti una vera è propria arte, perché le nuove famiglie non hanno più gli strumenti utili per fronteggiare questa deriva generazionale.

 

Colpa in parte è da attribuire a questa globalizzazione, che ha messo radici all’interno di questo nucleo familiare che fino al dopoguerra mostrava forti valori etici e morali.

Adesso, assistiamo ad una versatilità caratteriale che va da un atteggiamento coercitivo ad un atteggiamento morbido il tutto in uno spazio davvero breve. Questo sicuramente ha portato conseguenze negative perché i giovani non credono più alla figura familiare come esempio di guida da seguire.

L’atteggiamento di guida “esemplare” oggi è messo fortemente in discussione, i ragazzi si sentono sbandati e non guidati; alla domande cosa stai facendo? Rispondono con frasi sconnesse ed insensate oppure ad un mutismo, creando quello che per gli addetti ai lavori va sotto il nome di analfabetismo emotivo!

I giovani preferiscono dar vita ad una realtà parallela, che sia più vicina alle loro esperienze, più semplice, niente regole complicate, vivere in una comunità che sia “su misura”, come un abito da indossare.  Essi danno vita ad una sorta di condivisione della loro quotidianità attraverso la proliferazione dei social. Stati d’animo vengono inviati attraverso delle emoticon, per esprimere la propria condizione esistenziale.

Sicuramente questo permette di mettersi a nudo nei confronto degli altri, spogliandosi delle fragilità interiori, perdendo in modo definitivo quella parola che un tempo si chiamava pudore.

I giovani come reagiscono a tali stimoli esterni?

Il presente diventa un assoluto da vivere con la massima intensità, non perché questa intensità procuri gioia, ma perché promette di seppellire l’angoscia. Un po’ di musica sparata nelle orecchie per cancellare tutte le parole, un po’ di droga per anestetizzare il dolore o per provare una qualche emozione, tanta solitudine tipica di quell’individualismo esasperato, sconosciuto alle generazioni precedenti, indotto dalla persuasione che, stante l’inaridimento di tutti i legami affettivi, non ci si salva se non da soli, magari attaccandosi, nel deserto dei valori, a quell’unico generatore simbolico di tutti i valori nella nostra cultura che si chiama denaro.

A questo punto ci chiediamo quale soluzione bisogna prendere?

I giovani di oggi devono fare il loro Edipo, devono cioè esplorare la loro potenza, sperimentare i limiti della società, affrontare tutte le situazioni tipiche dei riti di passaggio dell’adolescenza, tra cui uccidere simbolicamente l’autorità, il padre. E siccome questo processo non può avvenire in famiglia dove per effetto dei rapporti contrattuali tra padri e figli, l’autorità non esiste più, i giovani finiscono con il loro Edipo con la polizia, scatenando nel quartiere, allo stadio, nella città, nella società la violenza contenuta in famiglia.

Quel che è certo è che la nostra epoca smaschera l’illusione della modernità che ha fatto credere all’uomo di poter cambiare tutto secondo il suo volere. Non è così. Ma l’insicurezza che ne deriva non deve portare la nostra società ad aderire massicciamente a un discorso di tipo paranoico, in cui non si parla d’altro se non della necessità di proteggersi e sopravvivere, perché allora si arriva al punto che la società si sente libera dai principi e dai divieti e, per effetto di questa libertà, la barbarie è alle porte.

  Se l’estirpazione radicale dell’insicurezza appartiene ancora all’utopia modernista dell’onnipotenza umana, la strada da seguire è un’altra: quella della costruzione di legami affettivi e di solidarietà capaci di spingere in nome degli ideali individualistici che, a partire dall’America, si vanno paurosamente diffondendo anche da noi.

E la scuola? 

Anche la scuola è chiamata in causa per educare i giovani riconoscendo loro l’identità, un bisogno assoluto per ciascuno di noi, essa si costruisce attraverso il riconoscimento dell’altro.

Se questo manca, se famiglia e scuola sono assenti, resta la strada con le sue lusinghe di sesso, alcool, droga, nel parossismo di una musica sparata e di una velocità elettrizzante.

Le conseguenze sono la rimozione del reale per l’incapacità di affrontarla o la frustrazione che spinge verso il divertimento.  Questi sono i problemi della scuola, che si possono risolvere solo con la formazione, e non solo la preparazione, di professori che abbiano come tensione della loro vita la cura dei giovani.

La mancanza di formazione personale, infatti, se non porta gli adolescenti al suicidio, li porta spesso là dove si spacciano musica, alcool e droga, in quella deriva dell’esistere che è poi quell’assistere allo scorrere della vita in terza persona senza esserne granché coinvolti, in ritmi sempre più estremi ed estranei. Per cui, in certo modo, ci si sente più stranieri nella propria vita!