Il cellulare mi guarda dalla scrivania, con il suo liquido occhio di vetro. Fa lo schivo mentre scrivo sulla tastiera, eppure sa che periodicamente, ma in maniera costante, mi volterò a controllarlo. Come una splendida donna consapevole di esercitare il suo fascino, mi attira e mi respinge, rendendomi di fatto suo schiavo.

 

Questa scena, negli ultimi dieci secondi utili a leggere il trafiletto sopra, vi sarà sembrata molto familiare, perché è ciò che accade di continuo a milioni di esseri umani. Il progresso delle telecomunicazioni è andato al di là di ogni aspettativa.

Soltanto una decina di anni fa, quando ancora smartphone e tablet non erano sul mercato, era impossibile immaginare quali effetti avrebbero avuto sulla collettività; quale penetrazione sulla società potesse avere quello che allora era semplicemente il “telefonino”.

Oggi un essere umano vive in simbiosi con quel piccolo aggeggio di plastica e litio, non se ne separa mai, ovunque si trovi. Ciò che prima era un semplice dispositivo per chiamare un’altra persona è diventato un ponte permanente tra gruppi di persone, e tra gli uomini e il web.

La condivisione è totale, tutto è connesso, tutti sono connessi.

   Basti pensare alle app di messaggistica istantanea, che hanno cambiato radicalmente le abitudini quotidiane permettendoci di contattare una moltitudine di persone in pochi istanti.

Siamo talmente fradici di connettività che spesso non ci fermiamo a riflettere su cosa essa sia realmente, su quanto abbia indebolito la nostra resilienza. È sufficiente restare un’ora senza connessione a internet per cadere nel panico, per far crollare le borse e le economie di interi Paesi, per ritrovarsi incredibilmente paralizzati.

A differenza di un black out elettrico, che spegne la produttività, il black out comunicativo blocca i nostri cervelli. Restare muti, nel silenzio totale, ci spaventa a morte. È il rovescio della medaglia, il prezzo da pagare per vivere costantemente proiettati nel futuro.

Dove ci porterà questo progresso a velocità folle? Riuscite a immaginare lo scenario in cui vivremo fra dieci anni? E ancora più in là? L’operazione è impegnativa e traumatica.

C’è da scommettere che avremo maggiori agi, e che saremo connessi ventiquattro ore al giorno. La nostra privacy sarà il biglietto (di sola andata), i nostri dati arriveranno in ogni angolo del globo in qualsiasi momento.

Il prezzo che pagheremo sarà soprattutto una sorta di “anestesia della coscienza“: non ci porremo più alcun dubbio etico, non avremo la necessaria onestà intellettuale per valutare cosa sia bene e cosa sia male, per tracciare una linea di confine oltre la quale sarebbe opportuno non andare.

L’eccesso che diventa omologazione, un paradosso così come lo è, linguisticamente, la stessa espressione “anestesia della coscienza“: è proprio la coscienza, intesa come funzione vitale, la parte interessata a livello medico da una qualsiasi anestesia indotta, da quando il dentista William Thomas Green Morton, nel 1853, la sperimentò per la prima volta su un suo paziente; ma se per coscienza intendiamo le virtù morali proprie di un individuo, ecco che la frase cambia radicalmente significato, acquisendo un’accezione inquietante.

Le telecomunicazioni sono entrate talmente a fondo nelle nostre vite da diventare parte integrante del Dna, patrimonio genetico trasmesse fin dalla nascita alle nuove generazioni. L’incastro perfetto fra telefonia e web ha inoltre spazzato via figure professionali, disintegrato interi settori a favore di altri. È una democratica, oscura mietitrice: si rivolge a tutti, ma lascia dietro di sé una intensa scia di sangue.

L’anestesia delle coscienze in fondo è già in corso, e nel prossimo futuro entrerà a pieno regime nelle vene della società globale. Sarà tutto pericolosamente “normale”: avviare e costruire relazioni a distanza, condividere sogni e pensieri, e chissà, forse persino amare e fare sesso utilizzando un dispositivo connesso.

Saremo drogati dal fiume ininterrotto di informazioni, tanto da non necessitare più di altre dipendenze: anche queste convergeranno verso un unico canale. Tutto avverrà a velocità massima, ma nel segno della lontananza.

Perché puntando a raggiungere l’intera umanità, non ci accorgeremo di essere rimasti ineluttabilmente soli. L’anima, che pensavamo fatta di spirito, si rivelerà un cinico insieme di byte.

La mia è una previsione catastrofica, volutamente provocatoria, essendo questo uno scenario che mi affascina e spaventa al tempo stesso. Ammetto tuttavia che dieci anni fa non avrei mai e poi mai immaginato di vivere un simile presente. Ecco perché spero che l’uomo cerchi quantomeno di lottare contro il torpore di un’anestesia che comincia a far sentire il proprio effetto. Ora però il mio tempo è scaduto: ho ventotto messaggi da leggere su WhatsApp.

 

 

 (foto pixabay, foto da combonianum.org )