“Succede una cosa strana con la democrazia: tutti sembrano aspirarvi, ma nessuno ci crede più.”

In questo modo lapidario, il belga David Van Reybrouck (1971) sintetizza il disagio politico sempre più diffuso in Europa.  Ricercatore, giornalista, poeta, è presidente del Pen Club belga. Si è imposto all’attenzione internazionale con Congo (Feltrinelli 2014).

Non meno interessante sembra essere Contro le elezioni. Perché votare non è più democratico (Milano 2015, Feltrinelli, “Serie Bianca”).

 

In Europa, ad un crescente interesse per la politica, si accompagna una corrispondente sfiducia nell’operato delle istituzioni. Eppure, rimane diffusissima la convinzione che la democrazia sia il metodo migliore per governare un Paese. Il problema è bilanciare la legittimità con l’efficienza, ovvero il sostegno dei cittadini con la capacità di agire.

Entrambe – secondo l’autore – sono in crisi. Il vacillare della legittimità si manifesta nell’astensione dal voto, nell’incostanza delle preferenze espresse dagli elettori, nel calo dei tesseramenti ai partiti.

Per quanto riguarda l’efficienza, i parlamenti sono lenti nell’approvare leggi; i governi sono instabili e formati con difficoltà. I partiti di maggioranza subiscono attacchi sempre più duri. I progetti pubblici sono realizzati sempre più lentamente. Colpa di debiti nazionali, legislazione europea, agenzie di rating, multinazionali, trattati internazionali, che rendono la sovranità sempre più relativa – afferma Van Reybrouck.

Il sistema mediatico “ha perso la testa e […] fedele alle logiche di mercato, preferisce ingigantire conflitti futili piuttosto che analizzare problemi reali” (p. 18). Occuparsi di politica attiva è diventato stressante, inefficace, un gioco a chi alza maggiormente la voce sui media.

Tutto questo è ciò che Van Reybrouck chiama “sindrome di stanchezza democratica” (p. 21).

I populisti incolpano i politici di professione, sempre più lontani da un “popolo” presentato come unanime. I tecnocratici invocano la sospensione della democrazia, a favore di un governo di specialisti. I sostenitori della democrazia diretta propongono una partecipazione non mediata da rappresentanti.

Van Reybrouck rifiuta tutte queste posizioni, per proporne una quarta: abolire il meccanismo delle elezioni.

“Ecco la prima causa della sindrome di stanchezza democratica: siamo diventati tutti dei fondamentalisti delle elezioni.

Disprezziamo gli eletti, ma veneriamo le elezioni” (p. 38). Un atteggiamento che guida anche la diplomazia internazionale: le donazioni a Paesi duramente provati hanno come condizione l’organizzazione di elezioni sul modello occidentale, a scapito delle istituzioni democratiche e proto-democratiche locali (cfr. pp. 38-39). Eppure, in principio, non era così.

Per le democrazie antiche, come quella di Atene (462-322 a.C.), “governo dei cittadiniera sinonimo di sorteggio delle cariche. L’elezione – affermava il buon Aristotele – era tipica dei regimi oligarchici. Il sorteggio delle cariche fu resuscitato dalle repubbliche di Venezia (1286-1797) e Firenze (1328-1530), nonché da diverse città del regno di Aragona (1350-1715). Ciò garantiva stabilità, evitando conflitti tra le fazioni rivali. Dalle “ballotte” che sorteggiavano gli elettori del Doge veneziano è nato il termine “ballottaggio”.

L’elezione, invece, divenne strumento privilegiato delle repubbliche moderne in seguito alle Rivoluzioni americana e francese. All’aristocrazia di sangue, esse sostituirono quella di censo e cultura.

L’elezione avrebbe designato i migliori, i più capaci di governare. “John Adams, il grande combattente indipendentista e secondo presidente degli Stati Uniti, era anzi estremamente guardingo nei confronti del regime democratico […] Nella stessa Francia rivoluzionaria, il termine ‘democratico’ era poco diffuso e la sua connotazione piuttosto negativa. Rinviava all’agitazione che si sarebbe inevitabilmente creata se i poveri avessero avuto accesso al potere” (pp. 69-70).

Visto tutto ciò, si propongono due medicine alla sindrome di stanchezza democratica: il sondaggio deliberativo e il sorteggio degli organi legislativi.

Il primo consiste nel riunire i cittadini in gruppi e sottogruppi, perché possano confrontarsi fra loro e con esperti di vari settori. Si tratta di un metodo messo a punto da un professore dell’Università del Texas, James Fishkin, a partire dal 1988.

In questo modo, in Texas (grande produttore di petrolio) è stato approvato l’impiego delle energie pulite (cfr. pp. 92-93). Ma, in tutto il mondo, organi collettivi di consultazione dei cittadini prendono piede, soprattutto a livello urbano.

Lo stesso Van Reybrouck, nel 2011, ha lanciato il progetto G1000, una piattaforma di innovazione democratica, per allargare la partecipazione alla vita politica. L’Islanda, grazie a un’assemblea di cittadini che pubblicava i propri lavori sul web, ha elaborato i principii di una nuova Costituzione (2012).

Per quanto riguarda gli organi legislativi estratti a sorte, si tratta – per ora – di una proposta teorica. Fra le varie versioni, l’autore propone quella elaborata nel 2013 dal ricercatore americano Terrill Bouricius.

Ispirandosi alla democrazia ateniese, egli delinea:

  1. un Agenda council, che stabilirebbe le priorità;
  2. interest panels, che proporrebbero temi su cui legiferare;
  3. review panels, che elaborerebbero proposte di legge in base alle questioni presentate;
  4. una policy jury, che voterebbe le leggi con voto segreto;
  5. un rules council, che deciderebbe le procedure dei lavori legislativi;
  6. un oversight council, che controllerebbe il processo e gestirebbe i reclami.

Tutti questi organi sarebbero composti da membri sorteggiati fra volontari.

Farebbero eccezione gli interest panels (formati da volontari che si presentano) e la policy jury (a partecipazione obbligatoria, con membri sorteggiati tra tutti i cittadini adulti).

 

 

 (immagini da wikipedia.org, Elaborazione A.C.)