Il fango dell'alluvione diventa arte: l'Accademia di Firenze trasforma la memoria in materia

Il progetto settennale "Forme del fango" ha recuperato il sedimento delle cantine per restituirgli dignità estetica e storica. Esposto nel chiostro fino al 20 novembre.

Il progetto di ricerca "Forme del fango", avviato nel 2019 e concluso nel 2024 all'Accademia di Belle Arti di Firenze, ha trasformato il fango sedimentato nei sotterranei dell'istituzione — residuo dell'alluvione del 1966 — in opere d'arte contemporanea. L'esposizione finale, allestita nel chiostro rinascimentale e aperta fino al 20 novembre, dimostra come la catastrofe possa essere non solo ricordata ma vissuta concretamente: il fango diventa "residuo, risorsa, documento e pratica artistica", metabolizzando sessant'anni di memoria collettiva.

Il percorso metodologico ha preso avvio dal prelievo dei campioni nelle cantine, dove il fango era rimasto pressoché intatto per decenni. La materia è stata sottoposta a osservazione, documentazione e sperimentazione chimico-plastica che ne ha ripristinato le proprietà argillose, permettendo agli artisti di scolpirla e modellarla. Da testimonianza passiva il sedimento è così divenuto medium attivo, capace di generare nuove forme estetiche legate fisicamente al disastro.

Tre curatori hanno guidato la trasformazione: Fabrizio Lucchesi ha definito il concept e selezionato le argille, Veronica Montanino ha ideato il protocollo di campionamento e catalogazione chimico-mineralogica, Domenico Antonio Mancini ha affiancato gli autori nella sperimentazione plastica. La direttrice Gaia Bindi ha curato la direzione espositiva nel chiostro, mentre l'assessore comunale Dario Danti ha fornito la validazione istituzionale che ha reso possibile l'allestimento.

"Il ricordo della catastrofe e il suo residuo, ancora presente nei nostri scantinati, sono stati metabolizzati attraverso un'operazione artistica che punta a recuperare la sostanza biologica come testimonianza storica al centro di un'esperienza estetica contemporanea", sintetizza il team curatoriale. La materia raccolta non è stata trattata come semplice detrito ma come "vera e propria traccia della storia della città e dell'istituzione", capace di rileggere non solo un disastro ma un tempo intero.

L'alluvione del 4 novembre 1966 aveva invaso i sotterranei dell'Accademia, depositando uno strato di fango e detriti che è rimasto archivio naturale per quasi sessant'anni. "Forme del fango" trasforma quel deposito in laboratorio di rigenerazione culturale, legando la memoria del disastro a un'esperienza concreta di ricerca e formazione: le ferite del passato diventano così opportunità di crescita, e l'istituzione accademica attore attivo della memoria collettiva fiorentina.

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