Michael Douglas: una vita pazzesca tra ombre, successi e l'eredità di Kirk

«Se guardaste alla mia vita e diceste: Michael, ne hai passate davvero tante, avreste ragione». Così inizia il racconto di Michael Douglas nel suo nuovo libro "Una vita pazzesca", in libreria dal 3 novembre per La Nave di Teseo. L'opera, scritta a quattro mani con Shane Salerno e Michael Fleming Jr., non è un'autobiografia convenzionale, ma un viaggio senza filtro dentro l'esistenza di un uomo di 82 anni che ha visto tutto: un padre ingombrante, due mogli, matrimoni difficili, dipendenze, la prigione del figlio Cameron e la vittoria sul cancro alla lingua. Oltre cento film e serie TV hanno fatto da sfondo a una esistenza che, pur nella sua complessità, resta straordinariamente umana.

Il peso di un nome illustre. Figlio d'arte, Michael ha sempre guardato suo padre Kirk Douglas come a una figura "irraggiungibile, fuori fuoco": un eroe di Hollywood, temperamento feroce, "costruttore di vita sulla pura forza di volontà", ma anche un traditore seriale, rabbioso, "appartenente alla generazione che alzava le mani". Per Michael, da bambino timido e circospetto, il padre voleva facesse l'avvocato, scoraggiando ogni sogno di attore: "Il cinema è la professione più triste del mondo, troppe cose possono andare storte. Una volta dentro, non esci più". Solo anni dopo Kirk riconobbe l'importanza del figlio, sussurrando: "Se avessi saputo che saresti diventato così importante, sarei stato più gentile con te quando eri un ragazzino".

Un passato hippie e rischi. Da ragazzo Michael non pensava allo studio: "ero un hippy indisciplinato, capelli lunghi, disegni psichedelici, vivevo in una comune, fumavo erba e negli anni ’60 portai su un aereo 22 chili di marijuana per spacciarla: "Per fortuna non esistevano ancora i cani antidroga". Bocciato a scuola, i primi cinque film furono cinque fallimenti. Passarono sei anni prima che gli offrissero un ruolo degno di nota, con la serie tv "Le strade di San Francisco".

La svolta produttiva. Nel 1975, a 29 anni, Michael decise di produrre "Qualcuno volò sul nido del cuculo", sfruttando i diritti che il padre gli aveva regalato per istinto. "Papà mi diede solo quella cosa che conta", racconta. Fu l'inizio di una nuova era, in una Hollywood ancora dominata da Scorsese, Coppola e Spielberg, lontana dai miliardari e dai sequel di supereroi di oggi. Quel progetto gli valse la prima grande affermazione da produttore, distinguendolo dal semplice "figlio privilegiato".

L'amore e le donne sul set. Tra i capitoli più vividi c'è quello dell'‘affaire’ con Kathleen Turner, co-protagonista di "All’inseguimento della pietra verde". Nonostante entrambi negano una relazione, la verità è che "ci innamorammo perdutamente l’uno dell’altra". Kathleen, un "miracoloso mix di intelligenza e sensualità", gli ispirò un nuovo modo di vedere i personaggi: più complessi e ambigui. Non mancano riferimenti a Sharon Stone in "Basic Instinct", sostituita da una allora semisconosciuta Stone, che con il suo "cerotto tra le gambe" e uno sguardo manipolatore divenne icona degli anni ’90. E infine, l’amore vero: Catherine Zeta-Jones, sua moglie attuale, che gli ha fatto chiudere i flirt con cinque donne contemporaneamente dopo un incontro di boxe: "Mi hai conquistato al 1° round". Con lei sogna una vita il più normale possibile.

Un’ossessione per il sesso e il successo. In "Attrazione fatale" Michael voleva indagare quanto velocemente una decisione sbagliata possa distruggere una vita, omaggiando il thriller hitchcockiano. Le attrici rifiutarono il ruolo di donna "borderline", ma Glenn Close resse, rendendo il film un box-office record, più a lungo di "Top Gun". "Grazie al mio film, le avventure di una notte divennero ingestibili", scherza. Il libro si chiude dunque su una riflessione sulla monogamia, sull'importanza di costruire una vita equilibrata e sulla forza di un uomo che, nonostante ogni ostacolo, ha saputo trasformare i propri errori in capitoli da ricordare.

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