Nuove serie, vecchie passioni: perché Lupin, Phony, Yaga e Grande de España stanno dividendo il pubblico

Subheading (in una sola riga, 1-2 frasi): L'arrivo di cinque nuove serie in autunno – Lupin quarto capitolo, Yaga, Phony, Grande de España e la terza stagione di Nobody Wants This – sta accendendo il dibattito tra pubblico e critici. Mentre i servizi di streaming puntano su generi noti per abbinarli a volti nuovi, l'Italia sembra sempre più spettatrice distaccata di un fenomeno che, secondo chi scrive, rimescola le carte dell'intrattenimento con audacia imbarazzante, tra citazioni colte e trash senza freni.

IL CORPO (inverted pyramid, con analisi personale)

Dal 20 ottobre, Phony (Disney+) e, dal 22 ottobre, la terza stagione di Nobody Wants This (Netflix) arriveranno sugli schermi, mentre il 23 ottobre – data in cui si concentra l'attenzione – vedranno la luce il quarto capitolo di Lupin, la serie slava Yaga (HBO Max) e Grande de España (Netflix). Si tratta di cinque nuovi capitoli che incarnano alla perfezione l'attuale dilemma degli studios: unire formule collaudate a volti nuovi per catturare la crescente audience degli abbonati.

Prendiamo Lupin: ideato da Maurice Leblanc nel 1905, il gentiluomo ladro – interpretato ora da Omar Sy come Assane Diop, il suo moderno alter ego – è diventato una sorta di specchio per ogni generazione. Nel capitolo quattro, che segna l’uscita di scena del famoso travestimento e dei colpi impossibili, Assane vuole finalmente adempiere alla promessa fatta al figlio Raoul di raggiungere la famiglia in Senegal. Ma un annuncio misterioso firmato dallo stesso Lupin annuncia una serie di furti simultanei in alcuni musei parigini, costringendo il nostro protagonista a fuggire e a indossare nuovamente i panni del celebre predone. Sotto la superficie dell’intrattenimento, la serie offre una metafora dell’instaurarsi dell’età digitale: la fuga dai sistemi tradizionali per riscoprire, paradossalmente, un nuovo senso di appartenenza.

Al contrario, Yaga rilegge il mito slavo di Baba Yaga, trasformando la strega delle fiabe in una fredda indagine su una sparizione: quella di Henry Park, giovane erede di un’impresa ittica nei pressi della costa di Whittock. La regia di Kat Sandler (che porta sullo schermo la sua opera teatrale) e il cast guidato da Noah Reid, Clark Backo e Carrie-Anne Moss danno vita a un thriller urbano che mescola il folklore con il noir contemporaneo, un po’ come fanno i geni della scrittura con i generi collaudati: prendono ingredienti vecchi e li reinventano.

Phony, invece, unisce la cupa disillusione del giallo familiare alla passione per la perdita dell’identità. Dopo un incidente d’auto, Sonny (Sam Nivola) si risveglia in ospedale e comincia a credere che sua madre Ellen (Connie Britton), unico genitore rimasto, sia stata sostituita da un’impostora. L’ossessione di Sonny diventa un’indagine comunitaria con un gruppo di amici: un po’ come il pubblico che, di fronte a un nuovo prodotto, cerca prove per spiegare l’imprevisto. La serie di Nick Paley parla di come la diffidenza possa diventare una dichiarazione controcorrente in un mondo di finzione e realtà sempre più intrecciate.

Infine, Grande de España – adattamento madrileno della classica storia della discesa sociale di un aristocratico – mette al centro della scena Don Leandro (Antonio de la Torre), un marchese indebitato che sogna il titolo di Grande di Spagna ma deve vendere la sua dimora. Sofía Carrington (Alexandra Jiménez), un’imprenditrice molto desiderosa di comprarlo, potrebbe essere la chiave per risolvere i suoi problemi economici; ma, tra negoziati e seduzioni, emerge presto che nessuno dei due è esattamente quello che sembra. La serie rappresenta il paradosso dei new rich, gli eredi di un prestigio antico ma sempre ossessionati dall’apparenza, e il loro rapporto controverso con il potere.

Il denominatore comune di queste nuove serie – e qui si è liberi di inserire un po' di ardita opinione personale – è la consapevolezza che i servizi di streaming, quando non hanno nuovi concetti da proporre, riciclano storie e miti con audacia, spesso alienando i critici ma conquista un vasto pubblico. Per chi scrive, questa – che è anche una dichiarazione d’amore per il modo in cui la cultura italiana abbraccia un po’ di trash con stile – è una valvola di sfogo necessaria per una generazione che odia l’illusione ma ne è ancora affascinata, un invito ad accettare la complessità di una narrativa che non promette più linearità ma offre, piuttosto, un mosaico in costante evoluzione di personaggi e situazioni che ci costringono a riflettere su noi stessi.

In conclusione, la valanga di nuovi episodi che caratterizza l’autunno italiano non è solo un segno della prolificità dei servizi di streaming: è un sintomo del nostro tempo, in cui il confine tra finzione e realtà si sta assottigliando, costringendo le persone a confrontarsi, sempre e comunque, con i propri mostri e desideri, nel bene e nel male.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Logo di CafféBook.it
CaffèBook
Panoramica privacy

Il seguente pannello ti permette di personalizzare le impostazioni relative al consenso all’utilizzo di cookie o di qualsiasi altra tecnologia di identificazione impiegata direttamente da noi o da terzi. Per saperne di più, controlla la descrizione di ogni categoria e la cookie policy. Potrai rivedere e modificare le impostazioni in qualsiasi momento.