Il giro del mondo in 80 giorni: il kolossal che vinse cinque Oscar e cambiò il cinema spettacolo

Il giro del mondo in 80 giorni di Michael Anderson, presentato negli USA il 17 settembre 1956 e arrivato in Italia un anno dopo, si aggiudicò cinque Oscar (miglior film, sceneggiatura, fotografia, montaggio e colonna sonora), consacrando un nuovo modello produttivo hollywoodiano.

Tratto dal romanzo di Jules Verne, il film vede il gentleman inglese Phileas Fogg (David Niven) scommettere di compiere il giro del globo in ottanta giorni, accompagnato dal fedele maggiordomo Passepartout (Cantinflas). Tra treni, piroscafi, mongolfiere ed elefanti, i due vivono avventure e imprevisti, incluso il salvataggio della principessa indiana Aouda (Shirley MacLaine), mentre il detective Fix (Robert Newton) li insegue sospettando Fogg di una rapina alla Banca d’Inghilterra.

Il kolossal fu girato in formato Todd‑AO (65 mm di negativo, proiezione in 70 mm) e sfruttò colore, immagini ampie e una parata di cameo – da Robert Morley a Frank Sinatra, da Marlene Dietrich a Buster Keaton – trasformando ogni apparizione in un happening autonomo. Questo approccio mirava a creare un’esperienza che la televisione non poteva replicare: non solo una storia “più grande”, ma uno spettacolo totale, dalla colonna sonora di Saul Bass ai titoli di coda che prolungavano lo show.

La durata di 167 minuti, però, genera una tensione narrativa contrastante: da un lato la corsa contro il tempo di Fogg, metodico e ossessionato dalla puntualità; dall’altro un racconto che sembra voler “assaporare” ogni tappa, introducendo ritardi, equivoci e incontri casuali che smorzano la tensione e aggiungono una vena farsesca. Il risultato è un ritmo a volte meccanico e discontinuo, appesantito dalla ricerca continua dell’effetto spettacolare.

Oggi alcune sequenze mostrano i loro limiti: le rappresentazioni di culture “altre” spesso riducono paesi e popoli a scenari esotici, con stereotipi antropologici poco corretti. Nonostante ciò, il film rimane un importante caso di transizione: un tentativo di Hollywood di rispondere alla concorrenza televisiva mediante il gigantismo dell’immagine e dello spettacolo, anticipando l’idea di un cinema “aumentato”.

Riconoscere il valore storico e produttivo di Il giro del mondo in 80 giorni serve a capire come l’industria abbia sperimentato forme di intrattenimento che andavano oltre la semplice narrazione, anche se il fascino totale dell’opera risulta oggi attenuato dai suoi eccessi e dagli anacronismi.

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