Rider: a Milano l'amore impossibile corre in rap, tra strade fredde, sogni rubati e una notte che non perdona

Chiude la Settimana della critica a Venezia 2026 «Rider», il film di Roan Johnson e Davide Pavanello. Una storia d'amore e un thriller sociale, in cui il rap diventa lingua del cinema e la Milano interclassista pulsa tra abusi, desideri e speranze.

C'è una forma di cinema che non chiede permesso: entra con la bici da consegnatore, lancia un muro di rime e ti chiede se hai ancora orecchie per una città che di notte cambia pelle. «Rider», selezionato per chiudere la Settimana della critica a Venezia 2026, è di questa freschezza. Roan Johnson e Davide Pavanello, in scena come Roan & Dade, non mettono il rap in colonna sonora: lo fanno diventare struttura, respiro, lingua. Il risultato è quello che loro definiscono, con parole precise: un album musicale che si può vedere e un film che si può ascoltare.

Non è un esperimento sgangherato. I grandi musical, da «Cantando sotto la pioggia» in avanti, hanno inseguito la continuità tra parola recitata e verso cantato; qui la melodia cede il passo all'immediatezza del rap, alla sua ruvidità, alla sua voglia di gridare, alla sua carica eversiva. Forse è proprio per questo che il film risulta difficile da etichettare: storia d'amore? thriller? spaccato sociale? Un po' di tutto, e soprattutto una prova riuscita di cinema ibrido. Roan Johnson, già assuefatto alle contaminazioni tra generi e media, e Davide Pavanello, musicista in proprio, autore e produttore, ci sono entrati con una precisione che non somiglia al caso.

Prima ancora dei titoli di testa, Milano entra in scena con una formula che incatena: «tout est noir / tout est noir / yalla yalla hey!». È l'ultimo dell'anno. Sami (Lorenzo Aloi), rider come i suoi amici, lancia la corsa notturna dentro una città fredda, aspra, che sembra non accorgersi mai di piangere. Vorrebbe smettere di lavorare e raggiungere gli amici, ma arriva l'ordine. La vita, quando ha fretta di ricordarti chi sei, non manda avvisi: consegna.

Chi aspetta il sushi è Giorgio Colombo (Mattia Mor), figlio di un ricco imprenditore milanese. La casa è piena di amici, lui è palesemente su di giri e invita Sami a restare per la mezzanotte. Un invito che pesa più di quanto sembri: Sami è un pesce fuor d'acqua, travolto da una normalità ricca che gli arriva addosso come una corrente. Finché non arriva lei: Nia (Kaze), una ragazza che ha bisogno d'aiuto. Poco prima l'abbiamo vista nascondere in bocca delle pastiglie, per evitare che fossero trovate dalla polizia. Ora chiede aiuto, e Sami cerca di darglielo con la fretta, con l'imbarazzo, con ciò che sa fare.

I risultati? Scarsi, se non quello più importante: andarsene insieme da una festa troppo rumorosa e buttare lì i primi semi di un'amicizia che incuriosisce entrambi. Lei studia architettura e sogna di diventare arredatrice d'interni; lui non ha il coraggio di confessare che fa il rider. Troppa differenza di status, e anche un dolore che pesa: Sami ha un pessimo rapporto con il padre, Claudio Santamaria. L'amore impossibile, qui, non è solo sentimentale: è geografia sociale.

Che Sami non sia un visitatore occasionale lo capiamo quando dimentica la bici nel cortile di casa Colombo. Non è un gesto d'amore; è una traccia. Vorrebbe solo riprendersela, ma Giorgio non ha ancora finito di festeggiare. Con lui resta la giovane Hana (Alice Rosso), per la quale sta preparando una bevanda abbondantemente drogata. Sami se ne accorge. Da quel momento, la serata che sembrava una parentesi diventa una linea di rottura.

Quando, in una cena non certo snob, Sami ha finalmente il coraggio di raccontarsi a Nia, la televisione riporta la morte di Colombo e l'esistenza di telecamere a circuito chiuso che aiutano la polizia a ricostruire l'accaduto. Il possibile amore, forse una nuova vita, si trasforma in un altro film: i carabinieri sono sulle tracce di Sami, e lui deve decidere cosa fare. In un battito di ciglia, la storia d'amore si lega a un'indagine e il salto di classe diventa pericolo.

Qui il punto: «Rider» avrebbe potuto scivolare nel solito ritratto proletar-giovanilistico, aggiornamento milanese di un'eterna gioventù bruciata che cerca di fare i conti con un mondo respingente. Invece è proprio la scelta delle rime al posto dei dialoghi a salvarlo. Desideri e dolori, rabbie e sogni si mescolano; la parola diventa musica e poi ridiventa dialogo, senza spezzare la scena. È questa la struttura portante: non un espediente, ma un modo di pensare la profondità psicologica. Chi guarda capisce i personaggi non solo per quello che dicono, ma per il modo in cui la voce pulsa, inciampa, si alza, chiude.

Il cast allarga ancora il respiro. Chi ha già respirato la scena musicale italiana riconoscerà nomi che aggiungono timbro e autenticità: Kaze, che si ritaglia una parte sorprendentemente naturale; Axos nel ruolo del rider Andrea; Ensi come Jari, altro rider; Johnny Marsiglia come l'amico del cuore Amir; Levante come operatrice taxi; Rosa Chemical, che interpreta se stesso; e anche Margherita Vicario nel ruolo dell'avvocatessa. Ogni presenza spinge il film a essere più un organismo che un oggetto: c'è l'energia della strada, il ritmo di una generazione, la presenza di una città che non si accontenta di fare da sfondo.

E il «tout est noir» dell'inizio torna, alla fine, a bussare con più forza. Non è solo un verso: è una dichiarazione d'intenti. Milano di notte non è mai del tutto nera, ma è piena di incertezze, di confini tra le classi, di sguardi che si cercano e di ostacoli che non chiedono permessi. «Rider» non promette riscatti facili. Promette qualcosa di più difficile: una continuità di voci, una forma nuova per raccontare ciò che resta sospeso tra abusi, desideri e speranze. E a Venezia, forse meglio che altrove, quel verso arriva dritto e non chiede più di essere decodificato.

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