Zelig non basta più: la comicità è fuggita altrove
Il giro di boa è netto. Trent'anni di Zelig non bastano più a tenere fermo un presente che si è spostato altrove. La trasmissione, nata come grande contenitore della comicità italiana, oggi appare un “Techetechete’” di lusso, un museo di personaggi anni Novanta firmati da Gino & Michele, Giancarlo Bozzo e un’epoca in cui il sorriso passava obbligatoriamente per il piccolo schermo. A riportare in scena alcuni volti di allora – Raul Cremona, Nuzzo Di Biase, Maurizio Lastrico, Senso d’Oppio, Gigi Rock – ci pensano Michelle Hunziker e Ale e Franz, ma l’effetto è quello di un rimpianto costoso, un tuffo in un passato che non torna. Il momento più imbarazzante? Quando Diego Abatantuono, chiamato a scegliere il picco di hilarity della storia del programma, ha optato per sé stesso. Una boutade che dice tutto: la tv non è più l’unico luogo della consacrazione.
Un comico non deve più aspettare i cinque minuti di visibilità su Rai o Mediaset. Può costruirsi un pubblico su YouTube, Instagram, TikTok, nei podcast. La consacrazione inversa è la regola d’oro: si arriva in televisione perché si è già qualcuno, non il contrario. L’idea stessa di comico è cambiata. Zelig si reggeva sulla moltiplicazione di macchiette, imitatori, caratteristi e tormentoni. Oggi la stand‑up chiede «che cosa hai da raccontare?», e la persona del comico diventa il personaggio. Il pubblico non è più solo spettatore, ma destinatario, interlocutore, talvolta materia prima della battuta.
Il marchio Zelig, forte di una storia lunga tre decenni, fatica a trattenere un flusso di comicità che ora viaggia veloce sulle reti sociali, lontano dai riflettori televisivi. La tv non dettava più i termini, e il pubblico ha imparato a cercare il sorriso dove vuole, quando vuole. Zelig resta un capitolo importante, ma non può più fermare l’inevitabile spostamento del presente.