«Tutto l'amore che resta», Bova preside controcorrente: «La scuola non deve lasciare indietro nessuno»
C'è una scuola dove il banco vuoto accanto al compagno più fragile non è un vuoto da riempire con l'indifferenza, ma uno spazio da occupare con una mano tesa, un abbraccio, un «io sto con te». È il cuore pulsante di «Tutto l'amore che resta», la nuova serie evento targata Rai Fiction e Fabula Pictures che dal 29 settembre sbarcherà in prima serata su Rai 1 e Rai Play. Otto episodi diretti da Andrea Rebuzzi, prodotti da Marco e Nicola De Angelis, che profumano di verità e hanno il coraggio di guardare la disabilità dritto negli occhi — senza pietismi, senza etichette, senza trasformare la diversità in eccezione narrativa.
Al centro della storia c'è Stefano Fogli, preside e fondatore di un liceo che fa dell'inclusione la sua colonna vertebrale. A dargli volto, anima e quella determinazione sognatrice che gli somiglia terribilmente è Raoul Bova. «Mi piace perché è un sognatore ed è determinato», confessa l'attore romano. «Da ragazzo ho frequentato l'istituto magistrale, facevo tirocinio alle elementari, poi l'Isef: volevo insegnare educazione fisica. Immaginavo una scuola dove lo sport fosse la base dei rapporti umani, dove la diversità fosse valore». Quel sogno, oggi, lo porta in scena.
Non è una scuola perfetta, quella raccontata nella serie. È una scuola vera. Accoglie ragazzi con autismo, disabilità fisiche, studenti provenienti dal riformatorio. E la responsabilità, sottolinea Bova, «comincia dagli adulti. Dagli insegnanti, chiamati a evitare che qualcuno venga deriso, isolato, escluso». Parole che pesano come macigni e che aprono il fronte caldo dell'educazione sentimentale: «Dovrebbe essere una materia vera e propria, con le sue ore dedicate. La parte emotiva degli alunni è forse la cosa più importante». Lo dice da padre, Bova: una delle figlie è stata ferita da parole che l'avevano isolata. «Gli insegnanti se ne sono accorti, lei si è sentita libera di parlarne. Questo è stato possibile solo perché si è sentita capita».
Il motore privato del preside Fogli è un figlio segnato da una grave malattia. La disabilità vissuta tra le mura di casa rende la battaglia per una scuola accessibile a tutti urgente, necessaria. «Questi passi verso l'inclusione spesso si fanno quando si ha un'esperienza personale», osserva Bova con amarezza, «mentre dovrebbero essere la norma. La nostra società non deve abbandonare chi ha problemi e lasciare che se li gestisca da solo».
La rivoluzione, però, parte dal casting. In «Tutto l'amore che resta» l'inclusività non è solo tema, è metodo. Accanto a Bova e a Giulia Bevilacqua (un'ispettrice scolastica dura come la roccia), recitano attori con e senza disabilità. C'è Gloria Harvey, «ribelle fuori, spaventata dentro». C'è Francesco Leo, ex cestista che nella serie perde l'uso delle gambe: «Mi sono allenato col basket in carrozzina, ero l'unico in piedi. Ho capito cosa si prova a entrare in una stanza e sentirsi diverso». E c'è Chiara Bordi, attrice, modella, finalista a Miss Italia, innamorata del surf e dello skate. Nel 2013 un incidente le ha portato via una gamba. Nella serie è un'insegnante: «Ho cercato in me solidità, risolutezza, un'autorità che sprona. Ironia, empatia, sarcasmo: lì mi sono riconosciuta».
Sulla rappresentazione, Bordi non gira intorno alla questione: «Il punto non è scegliere un attore con disabilità per un ruolo disabile. Vorrei vedere più attori con disabilità in progetti importanti. Ma i problemi veri sono due: le persone con disabilità faticano a intraprendere percorsi di studio o lavoro nello spettacolo. E i ruoli per loro sono pochi, la disabilità è poco presente nelle storie. Se un bambino con disabilità non vede quasi mai attori come lui, difficilmente penserà: "voglio fare l'attore", "posso fare l'attore". Rappresentare le minoranze non è forzare l'immaginario: è raccontare la realtà».
«Tutto l'amore che resta» non predica. Mostra. Conflitti, desideri, fatiche, vittorie piccole e grandi. E lo fa con un cast che è già di per sé un manifesto: la scuola che sogniamo — e che forse, finalmente, stiamo imparando a costruire — passa anche da qui. Dallo schermo. Dalle storie che hanno il coraggio di assomigliare alla vita.