Beautiful, l'eternità della ripetición: come una soap ci ha conquistati per quasi 40 anni
Partiamo dal dato: Beautiful va in onda dal 1987, in Italia dal 1990. Quasi quattro decadi di Forrester, Logan, amori, tradimenti, matrimoni e risurrezioni. Eppure, mentre aspettavo i Mondiali di ciclismo, sono caduto in quel loop ipnotico: la soap che trasforma la ripetizione in eternità.
Il meccanismo è chirurgico. Gli attori cambiano, i figli crescono, i morti tornano in vita, ma Ridge resta Ridge, Brooke resta Brooke. Il conflitto rimane conflitto. Perfino la morte, qui, sembra avere un contratto a tempo determinato.
E poi quel parlare, quel "parliamone" incessante. Non parla di grandi temi sociali, ma di sospensioni sulla vita di relazione. Il sesso? Diventa conversazione sul sesso. Si desidera, si tradisce, ci si pente e si riparla.
Il segreto? Aver reso familiare l'improbabile e quotidiano l'inverosimile. Dopo migliaia di puntate, la vera storia non è più quella dei Forrester, ma la nostra. Noi abbiamo cambiato casa, lavoro, relazioni, governi. Loro erano sempre lì. Sempre uguali, sempre diversi.
La soap racconta l'instabilità dei legami producendo il più stabile dei legami televisivi. Cambiano i personaggi, cambiano le storie, cambiano perfino le soap (oggi turche), ma resta quella compagnia silenziosa che la tv offre: non chiede di ricordare tutto, basta che ci riconosca quando torniamo, anche dopo trent'anni.
Perché alla fine, la vera soap non è Beautiful. È il tempo che abbiamo passato a guardarla.