Guareschi, lo scrittore che la tv trasforma in monumento – La fiction tradisce il ribelle

**La serie di Andrea Porporati, in onda su Rai1, ripropone lo scrittore italiano spesso sottovalutato in chiave agiografica, finendo per svuotarlo del suo spirito anticonformista.**

La fiction «Giovannino Guareschi – Non muoio neanche se mi ammazzano» di Andrea Porporati riporta in prima serata uno scrittore che la cultura italiana ha trattato a lungo con una certa sufficienza (Rai1). Il limite è che lo fa in forma agiografica (è in costruzione un pantheon della destra?) e l’idea dei fantasmi di don Camillo e Peppone che intervengono nel racconto non aiuta: come se, per raccontare Guareschi, la tv avesse bisogno di travestirlo da Guareschi. Giornalista, disegnatore, umorista, scrittore, prigioniero dei tedeschi, polemista: Guareschi attraversò il Novecento senza mai lasciarsi ricondurre a una sola definizione. Fu un anticomunista radicale, ma criticò il consumismo americano; fu vicino alla Democrazia cristiana, ma arrivò a scontrarsi duramente anche con i suoi uomini. La sua coerenza non consisteva nel restare fedele a uno schieramento, ma nel conservare il diritto di contraddirlo.

Cinquantotto anni fa, alla sua morte, l’Unità titolò: «È morto lo scrittore che non era mai nato». Poi arrivò, lentamente, la rivalutazione, anche a sinistra. Si scoprì che quel vocabolario di trecento lemmi che Guareschi rivendicava con ironia non era povertà linguistica, ma economia espressiva: per raccontare certe pieghe dell’animo umano non servono parole difficili, servono parole giuste. Con «Candido» fece satira politica come pochi. «Obbedienza cieca, pronta, assoluta», «Contrordine, compagni!», i «Trinariciuti»: formule che hanno resistito molto più dei dibattiti nei quali erano nate. Nel 1948 arrivò persino lo slogan «Nella cabina elettorale Dio ti vede, Stalin no».

Guareschi poteva essere fazioso, certo. Ma la sua satira non chiedeva il certificato di conformità a nessuno. È qui sta il paradosso: sapeva fare tutto — scrivere, disegnare, osservare il costume — eppure il suo nome ha faticato a entrare nelle antologie letterarie accreditate. È rimasto più facilmente nei bilanci degli editori e dei produttori che nei programmi accademici. Troppo venduto per essere davvero popolare, troppo popolare per essere davvero letterario.

La fiction, nel tentativo di celebrarlo, finisce così per neutralizzarlo. Ne fa un monumento, quando Guareschi è interessante soprattutto come corpo estraneo. Resta, tuttavia, la speranza che il suo spirito ribelle e multiforme possa ancora trovare spazio nelle pagine vere della letteratura, al di là dei riflettori televisivi.

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