Tu ormai hai comprato la giacca bianca

Quando lui rientrò a casa, quel pomeriggio, e l’ultimo sole della giornata inondò di riflessi quella sua giacca bianca nuova di zecca, fu per me come ricevere un pugno nello stomaco, capace di privare del fiato per scandire una sillaba.

Lo guardai un istante ammutolita, col dolore soffocante che si protraeva fino ai polmoni e forse anche alla schiena, poi trovai la forza per pronunciare un solo “ora basta!” e correre in stanza da letto con le arterie che stavano per scoppiare.

Mio marito Luca restò impalato come uno stoccafisso, lasciando che diversi minuti trascorressero vuoti; in seguito avvertii che scosse la testa come suo solito, o forse immaginai soltanto che lo stesse facendo, chiuse la porta d’ingresso con silenziosa titubanza e si avviò alla camera matrimoniale.

“Sei impazzita?”, esclamò.
La peggior sfaccettatura fu che in quella domanda ci aveva riversato tutta la sua ingiustificata innocenza, come se davvero non avesse la più pallida idea di quanto grave fosse ciò che aveva fatto.
Perseverò: “Allora? Si può sapere che c’è?”

Di primo impatto non risposi e lui continuava a insistere con lo sguardo, cercando il mio. Scosse di nuovo la testa e stavolta ci potevo giurare anche se non lo degnavo di attenzione, perché lo tradì il lievissimo fruscio dei capelli sulla camicia.
Tolse finalmente quella maledetta giacca bianca di dosso e la poggiò sulla sedia. La meticolosità con cui stirò con le mani le pieghe della giacca mi urtò, rendendomi gelosa di quelle carezze riservate alla giacca, che tra noi erano diventate utopia.

Sentii in cucina il frigorifero aprirsi e una birra venire stappata, quasi a voler brindare a quella intrusa di stoffa. Mi inviperii oltre misura e gli corsi dietro, tirandogli appresso la giacca senza troppe cautele.
“E questa? Da dove salta fuori? ”, urlai.
“Ah… è questo il problema…”, sostenne lui, con l’autorità di chi avesse finalmente compreso.
Sospirai di sollievo per essere stata capita una tantum senza necessità di eterne disquisizioni e mi limitai a guardarlo con aria interrogativa, attendendo che fosse lui a continuare sulla via delle spiegazioni.

Luca sedette allo sgabello della cucina, prendendosi un tempo eccessivo prima di parlare, durante il quale io e la nostra cagnolina Trilly, che intanto si era interessata all’argomento, lo guardammo con la stessa espressione impaziente.

“Senti”, si decise a dire, “so che non dovevo, che siamo in immense difficoltà… ma era in vetrina al 70% e la mia giacca beige è davvero consumata… Non ho speso tanto…”
Gli mollai un ceffone e me ne tornai nella tana, incazzata quanto mai per l’ennesima delusione veicolata da quella risposta che dimostrava una totale mancanza di comprensione.

Racconto Carmen TrigianteA parte lo sbuffare di Trilly, non avvertii altri fiati. Luca tenne per sé ogni lamento, come chi teme che il suo interlocutore sia pazzo e pertanto vada assecondato.
Quella serata finì che poggiai sul tavolo le lenzuola pulite ed il suo cuscino, come eloquente invito non verbale, e lui prese tutto e se ne andò a dormire sullo scomodo divano.

Alle tre e un quarto di notte successe ciò che temevo, con una puntualità che da un po’ non mi era estranea. Non riuscivo a respirare e il sonno mi impediva di aprire gli occhi per sottrarmi a quello stesso identico incubo che dopo ogni discussione con Luca tornava a torturarmi, strutturato e assodato in ogni sfaccettatura…

La sala era addobbata elegantemente, sulla tovaglia blu della grande scrivania spiccava altisonante la targhetta che riportava il mio nome “Dottoressa Lorena Etere, psicologa”, accanto alla quale giaceva il mio libro “Dinamiche del moderno divorzio”, stranamente circondato da fiori d’arancio. Avrei strozzato l’idiota che aveva avuto l’idea geniale di mettere dei fiori d’arancio durante la presentazione di un libro sul divorzio, ma il cattivo proposito fu stroncato dal materializzarsi di Luca. Si avvicinò piano ed io Io guardai pensosa, poi mi abbracciò e provai la nostalgia degli addii annunciati.
“Complimenti per il tuo libro”, sussurrò, baciandomi sulla fronte, “Ma come abbiamo fatto a perderci, amore mio?”.

Ebbi il tempo di scrutarlo nei grandi occhi color nocciola e scorgere l’amore consumato, il dispiacere e il rimpianto per scelte ormai irreversibili. Una mia lacrima cadde dritta sulla sua giacca bianca.
Alle tre e un quarto, fui sottratta al sonno di soprassalto, con il naso chiuso dal pianto per la tale veridicità di quelle immagini che difficilmente potevo scrollarmele di dosso. Stavo per ripetere a mente la solita analisi freudiana della vicenda quando, dietro le pupille ancora offuscate, prese consistenza l’elemento nuovo, non presente ai precedenti risvegli: la giacca appena acquistata. Mi alzai e la tirai per terra, suscitando la tempestiva reazione di Trilly che scese dal letto e ci si mise sopra.
Luca entrò in stanza assonnato e confuso.

“Ma insomma! Si può sapere che ti prende?!…”, mentre tentava con buffa difficoltà di recuperare la giacca dalle zampe del cane, doppiamente seccato inveì: “Anche tu ti ci metti, Trilly?!”
Quella serena staticità di Trilly, manifesta nel pelo nero così composto, in contrapposizione al fermento del nostro stato d’animo e delle capigliature arruffate, mi faceva sospettare che fosse il suo piccolo cervello quello più equilibrato e saggio dei tre. In quei suoi occhioni scuri, quando qualcosa girava storta, riscontravo sempre una pacatezza sorprendente e perfino invidiabile.

Stavolta Trilly si era impossessata dell’oggetto della discordia e, ergendosi su di esso, ci scrutava con aria di superiorità, come volesse dire che non valeva la pena di tirarla ancora per le lunghe con la faccenda della giacca bianca… fosse stato un biscotto, magari…!

Non accolsi il suggerimento occulto e decisi di chiarire, a modo mio: “Come hai potuto comprare questa giacca, dopo che ti avevo raccontato di quel sogno persistente?!”
Lui scivolò garbatamente giù dalle nuvole: “Che sogno?!”

Non ricordava nulla, e ciò mi urtò moltissimo, non essendo stato facile per me, in passato, trovare il coraggio di raccontarglielo. Stavolta, poi, alla difficoltà iniziale si aggiungeva il rischio di essere tacciata di superstizione da una persona che con ogni evidenza non voleva comprendere.
“Come puoi essere così disattento al nostro matrimonio che va a rotoli?! Pare che non te ne importi nulla! Tutti i segnali di avvertimento che il mondo ci sta inviando, che io ti sto inviando, tu fingi di non vederli”.

Sospirò ancora e si sistemò sul bordo del letto, come se avesse in mente di fare chissà quale prolisso ed esaustivo discorso; ma io non mi illusi poi tanto, dato che nelle nostre infinite discussioni ero io che cercavo disperati chiarimenti, mentre lui si limitava a ribadire il suo snervante disaccordo con illa movimento della testa. Pareva un marinaio che si aggrappa all’albero maestro durante la tormenta, denti stretti e occhi serrati contro il vento, in attesa che passi il peggio. Assumeva l’espressione di quel gattino che veniva tutti i giorni dietro il cancello sperando di entrare, e sopportava l’abbaiare di Trilly, sperando solo che si stancasse.

Eccoci: io e Luca, Trilly e Pallino… due lingue diverse ed una vita trascorsa a litigare oltre le sbarre di un cancello, per paura di avvicinarsi davvero e perdere un pezzo del proprio territorio, a vantaggio di una insperata empatia. C’era solo una differenza: Trilly non aveva scelto il suo vicino di casa, se l’era ritrovato lì, come in un beffardo matrimonio combinato; io e Luca, invece, ci eravamo scelti tra tanti, attratti dagli sguardi di intesa, legati dai progetti meravigliosi, certi di poter sfidare l’eternità. In seguito, però, era arrivata la convivenza, e con essa la quotidianità, che è un’avversaria ben più tenace dell’eternità.

“La vita matrimoniale è la tomba dell’amore”, iniziavo a sentir riecheggiare quelle frasi di uso comune che fino ad allora le mie orecchie avevano scansato.
Volevo lottare contro questa idea annidata nell’esperienza popolare, illudendomi che per noi ci fosse una strada diversa, magari anche grazie alle mie competenze professionali; ma, più passava il tempo, più mi rendevo conto che si trattava di una lotta impari. Io e Luca non sapevamo comunicare e ci allontanavamo, separati dagli episodi quotidiani, dalle infinite discussioni sugli oggetti, sulla nostra bella casa, sulla macchina, sulle bollette, sui parenti.

Dopo sei anni di matrimonio, mi veniva in mente quella foto scattata il giorno del nostro “sì”, nella quale, in piedi e abbracciati sulla scogliera con Trilly, guardavamo il tramonto all’unisono, come se tutti e tre avessimo nelle pupille la stessa prospettiva, la stessa dimensione. Se avessimo scattato una foto ora, invece, gli occhi miei e di Luca avrebbero riflesso solo i mille pensieri che ci ingurgitavano, mentre a scrutare l’infinito, libera dalla maledetta banalità che uccide la poesia della vita, sarebbe rimasta solo Trilly.

Aver vissuto quell’incubo più volte nell’ultimo periodo mi aveva scosso a tal punto che, se avessi avuto un fiammifero, stavolta avrei messo fuoco al nuovo acquisto di mio marito. Ero consapevole che nessun gesto estremo, furente o peggio scaramantico, avrebbe risolto i nostri problemi, ma non sentivo di avere altre armi a disposizione. In più, quel sogno mi aveva costretto a superare il limite dell’ipotesi, facendomi provare sulla pelle la tristezza di un nostro allontanamento, contro cui riaffiorava prepotente la voglia di stare insieme. Il vero problema era che non potevo trasferire le sensazioni che avevo provato a Luca, per indirizzarlo verso un approccio diverso, o almeno una maggiore presa di coscienza capace di prevenire il triste epilogo.

Durante la mia riflessione silente, Luca continuava a guardarmi senza parlare, mentre io soffrivo la debolezza di non essere in grado di spiegare e l’insofferenza di non riuscire a trovare una soluzione ai nostri problemi, dato che, in fondo, non ne comprendevo appieno la causa.
Pensavo nel frattempo al saggio che stavo scrivendo, sulle dinamiche del divorzio, e dovevo constatare che era anch’esso arenato nelle ultime pagine incompiute, lì dove giaceva il nostro matrimonio e quello delle tantissime altre coppie che restano a guardare impotenti il naufragio del loro sogno d’amore, senza capire come invertire la rotta.
Luca si addormentò lì accanto, io sul mio cuscino che odorava di lacrime secche, e Trilly su quella giacca che, a tutto dire, doveva essere piuttosto morbida.

Molti mesi seguirono turbolenti, come fino ad allora erano stati, tra alti e bassi, il lavoro che incalzava, le bollette che incombevano, gli amici e i colleghi che, schiavi del “così dev’essere”, ci infangavano con le loro convinzioni, letali per l’amore e devote al triste sistema. C’era infine quella giacca bianca che da allora era rimasta nell’armadio e di tanto in tanto sbirciava dall’anta socchiusa.
Un pomeriggio d’estate Luca non c’era ed io mi stavo dedicando a leggere il “De brevitate vitae” di Seneca.

Alzavo di tanto in tanto gli occhi dal libro e osservavo Trilly, seguendone il movimento del petto. Non riuscivo a smettere di farlo da quando il veterinario mi aveva detto che ormai era troppo anziana per molte cose, perfino per il mare che amava tanto. Ogni giorno guardavo i suoi peli bianchi che aumentavano e la pelle del muso che pendeva verso terra, vinta dalla forza di gravità che ha una strategica alleata nell’età che avanza.

Pensai a quante volte avessi ignorato la sua presenza silenziosa, perché è nella nostra indole dare per scontato quel che crediamo di possedere. Pensai, quindi, a quanto avesse ragione Seneca, riscontrando il più grande errore nel barattare il proprio tempo con l’inutile, illudendoci di averne a disposizione una quantità infinita… finché la vita ci costringe ad ammettere che non è così.

La sera precedente, un’altra circostanza singolare mi aveva indotto in riflessione sullo stesso argomento: venne a trovarmi in studio una coppia che, prima di trasferirsi al Nord per lavoro, era stata in terapia da me, per scongiurare il divorzio. All’epoca, lei lamentava una continua distrazione sentimentale da parte del marito, che si traduceva in deprivazione emotiva, mentre lui protestava per un atteggiamento maniacale della moglie verso la casa ed i figli, che la rendeva costantemente isterica.

Erano trascorsi quasi dieci anni da allora, e ciò che mi dissero sollevò il velo di Maya senza bisogno di repliche: qualche mese dopo il trasferimento a Milano, si erano rivolti ad un avvocato matrimonialista per chiudere il loro rapporto ormai stremato; in quello stesso periodo la moglie iniziò ad avere problemi di salute che in un primo momento furono addebitati allo stress; ad un esame più attento, invece, si riscontrarono i sintomi della sclerosi multipla. Una notizia cosi drammatica, che avrebbe dovuto infliggere loro il colpo di grazia, fu, invece, a detta dei due coniugi, ciò che li fece rinascere: il marito tornò a guardarla come la prima volta, con la stessa paura di perderla e lo stesso entusiasmo di averla accanto; la moglie smise di consumare il tempo in preoccupazioni accessorie e iniziò a dare ad esso l’importanza che merita, dedicando il bene più prezioso alla persona più importante.

Il tempo di cui si nutre l’amore, essendo una energia cosmica, è quello della contemplazione, che però viene generalmente sminuito, mettendo in stand-by la persona amata fino a esaurirne la fiducia, relegandola nel baule di tutti gli oggetti accumulati che oberano il nostro spazio mentale.
Trilly tossì, nel mentre di queste mie riflessioni, ed io mi volsi ad abbracciarla, ma non con l’enfasi frettolosa che avevo sempre posto nelle coccole, quanto con la delicatezza doverosa verso un fiorellino dallo stelo fragile. Uscimmo sul terrazzo e ci mettemmo insieme a guardare la campagna.

Agli occhi anziani di Trilly nulla era più interessante di quella sconfinata varietà di erba, dei suoi infiniti colori, dei suoi odori densi di curiosità. Mi accorsi come non mai di quanto amore lei dedicasse al mondo, e fu immediato il paragone con quanta superficialità quello stesso mondo ricevesse da noi uomini ingrati, concentrati solo su noi stessi e su tutti gli obiettivi che vorremmo raggiungere per appagare il nostro deleterio egoismo, nella convinzione di essere la somma intelligenza dell’universo, ma ignari di essere solo l’anima più distratta e infelice.

Osservando la mia più amata filosofa, che nei suoi sedici anni di null’altro aveva avuto bisogno, per essere felice, che di un biscotto tra i denti e di quella campagna negli occhi, compresi tutto ciò che non avevo capito e che assunse un senso compiuto, dove ogni tassello guadagnava il suo posto.

La quotidianità si sgretolò sotto i miei occhi e le sue molecole svolazzarono come polline sui fili d’erba che risplendevano sotto le infinite gradazioni dei raggi solari. Dal bagliore riflesso, apparve di nuovo quell’eternità dimenticata, così prorompente da distruggere ogni residuo della banalità che ingabbia la vita.

Sentii, come Trilly, di non aver bisogno di altro, tranne che di esprimere questa sconfinata devozione nei confronti della Natura, la quale da ogni dove ci sovrasta e ci ingloba, consegnando la chiave della felicità solo a chi sa consumare con intelligenza il tempo a noi destinato, sradicando il verme dell’antropocentrismo e uniformandosi all’armonia di un divenire infinito.

Appurai quanto difficile fosse raggiungere questo stato mentale e lo stravolgimento radicale che comporta, ma accertai anche che, oltre quel salto nel buio, ogni cosa assumeva l’immediatezza della coerenza e si riempiva di un altro sapore.

Lasciai a Luca il testo di Seneca e su di esso un biglietto:
“Mio amore segreto, noi finiremo nella cassetta dei ricordi, come tutto ciò che, trascurato, appassisce.”
Svuotai l’armadio e la casa da ciò che ritenevo superfluo e che occupava il mio spazio ed il mio tempo, inopportunamente, riversai nei cartoni e portai a chi ne aveva più bisogno di me.

Cancellai dal computer il titolo del manoscritto sul divorzio e lo chiamai “Ritrovando la felicità”. Portai il cursore sull’ultima pagina e lessi quella frase rimasta a metà: “Poteva essere un grande amore, un romanzo, uno scambio continuo di poesia, invece si traduce spesso solo in una mediocre convivenza. Ci incontriamo sempre a metà strada, poi ci perdiamo lungo la solitaria via dell’egoismo”.

Capii che non era quello il finale, così aggiunsi la parte che mancava:
“Tutto ciò avviene perché rifiutiamo di imparare dagli animali cos’è la felicità: la felicità è l’inclinazione mentale di chi corre libero dallo spazio e dal tempo, perché sa utilizzarli al meglio e non deve svegliarsi un bel giorno scoprendo di averli sprecati. Eterno viaggiatore con pochi bagagli, archeologo del mondo e di se stesso, in un abbraccio onnicomprensivo della natura e dei suoi colori trova il senso dell’amore e della vita. Potremmo vivere ed amarci per sempre, se fossimo capaci di liberarci dello strato melmoso del superfluo e di quell’io che ci sbrana, e divenissimo consapevoli che nulla siamo obbligati ad accumulare con ossessione, a parte il tempo da dedicare alla tenerezza”.
Presi Trilly, un piccolo bagaglio e me ne andai in campeggio al mare, a respirare le onde.

Erano due settimane che non vedevo né sentivo Luca. Poi mi giunse un pacco postale all’indirizzo del camping. Non c’erano biglietti né riferimenti e mi accinsi ad aprirlo con una certa curiosità. Trilly corse accanto a me, annusò e inizio a scodinzolare. Sotto la carta da regalo, il sole illuminò con uno spettacolo di riflessi che non mi era nuovo un cuscino bianco, su cui era evidente la tasca di una giacca. Trilly mi strappò il cuscino dalle mani e ci si accomodò sopra: ora finalmente anche quella giacca aveva trovato la giusta collocazione nel mondo. Alzai lo sguardo e vidi Luca che mi sorrideva.

Foto Carmen Trigiante

LASCIA UN COMMENTO

Please enter your comment!
Please enter your name here