Quello che facciamo con le mani ci resta tra le mani e possiamo vederlo, anche e forse soprattutto dopo averlo fatto, si oggettivizza, ce lo passiamo di mano in mano, ecc. e lo osserviamo: quello che facciamo parlando no, i suoni emessi e ricevuti, no.

Dapprima, ai primordi della parola, si soggiace così “all’idea” (letteralmente) che a parole ci si dica come stiano le altre cose con cui abbiamo a che fare, sia le nostre cose, utensili… ossia quelle che facciamo noi, che possediamo e dominiamo, sia le cose “naturali”, le manifestazioni di ciò che non è fatto da noi, quest’ultime spesso divinizzanandole, in quanto non possedibili e dominabili: ma l’idea è l’unica testimone di se stessa.

Il suono linguistico si sacrifica per noi, si sublima per farci “pensare”, facendoci credere di farlo: quindi nel contempo ci inganna (vero e falso, ecc.) con l’assoluto, la verità assoluta, mentre non c’è suono che non sia legato convenzionalmente e simbolicamente al senso contingente e egemone, alla verità spicciola della convenienza dell’individualità e del momento.

Anche scrivendole, e quindi (de)testualizzandole, le mitiche parole, continuando a tramandarsi come mito in quanto (non) intese (che) come non-verità enunciata, faticano a svelarsi per quello che sono, o i suoni della tradizione orale o i segni della tradizione scritta:

occorrono secoli di sviluppo scientifico affinché infine si possa sappia voglia debba giungere a tanto, ad accorgersi della loro natura fisica e sensibile, nonché dunque convenzionale e simbolica.

E questo solo dopo due millenni di ragionamenti filosofici, dopo e/o in virtù della filosofia accademica essenzialmente scritta, ossia che sente il bisogno di testualizzarsi, di farsi testo scritto che può sa vuole deve dunque venir detestualizzato, passivo in quanto da rileggere, a differenza di quello tramandato solo oralmente, attivo in quanto da ridire.

Si tenta ancora di ascrivere loro un significato semantico, imbavagliandole ulteriormente: solo i termini della convenzione linguistica, infine, pongono termine alla prosopopea dei termini linguistici e della loro presunta capacità di rappresentare quello che non si può far a meno di evitare di inventarsi:

il cosiddetto pensiero, la cosiddetta coscienza, l’ego…

Ora, nell’epoca dell’intelligenza artificiale, è sempre più difficile nascondersi dietro all’altrimenti inesistente, ai vari ritrovati dell’inventiva parolaia, e la verità linguistica viene a galla da sola, scientifica e tecnologica:

segni neri convenzionali e simbolici che si stagliano sullo schermo luminoso del computer, mentre tutto il resto ce lo mettiamo sempre e solo noi.

Non che la scienza ci dica la verità, ci descriva la realtà, no, intenderla in questo modo equivarrebbe di nuovo a ricadere nello stesso errore:

è che con essa a poco a poco ci si svela che non c’è che la misura della sensazione, della coscienza se si vuole, di ciò che si fa, qualunque cosa essa sia, o meglio in qualunque modo essa ci appaia, tecnologia compresa.

“L’idea” svanisce fra senso e parola, e il concetto non c’è più, perché non abbiamo (più) bisogno di nessun concetto per spiegarci linguisticamente cosa facciamo di sensibile e fisico; ci basta il linguaggio infine tendenzialmente libero dalla sua presunta proposizionalità concettuale e semantica, infine tendenzialmente libero in quanto svelato nella sua frasicità convenzionale e simbolica: il linguaggio tende di per sé a deconvenzionalizzarsi.

Il linguaggio tende a deconvenzionalizzarsi, a farci filosofare a poco a poco dandoci sempre più conto della sua convenzionalità simbolica:

ma come, si obietterà, impossibile, si sente ciò che ci si dice, o pensa, il senso dell’io è quanto di inequivocabilmente più intimo disponiamo, anzi di quanto siamo tout court… è senso davvero, ma è in gran parte solo un inganno, è vero in quanto inganno o poco più.

Sia la parola mentale che quella detta, ascoltata, scritta e letta, viene sia motivata che eseguita, è sia ciò che si può sa vuole deve dire, ascoltare, scrivere, leggere e “pensare”, che ciò che viene detto, ascoltato, scritto, letto e “pensato”:

di essa dapprima sentiamo il motivo, proviamo l’impulso ad esprimerla (convenzionalità simbolica), ma quando la eseguiamo non ne sentiamo e/o proviamo che l’esecuzione, non ne subiamo che il fascino sensibile.

Già la parola è il prodotto di un’attività sensibile propria, di un’attività linguistica, prodotto o sonoro o grafico che viene giustapposto alla sensazione interiore egemone del momento, spesso linguistica oggidì, per noi animali parlanti ossia istruiti e acculturati, civilizzati infine essenzialmente nei termini linguistici individualmente acquisiti.

Motivo sensibile e suono/segno sensibile vengono combinati in quanto due attività sensibili concomitanti, ma comunque sempre e solo distinte e separate: pertanto non c’è nessun significato che non sia il senso del vivente che si esprime parlando;

ma come è questo senso vivente?

Non è solo il senso egemone che motiva l’attività sonora o grafica, bensì è invece la sua mescolanza col senso operativo dell’esecuzione dell’attività stessa:

la sensibilità è insomma sdoppiata nel motivo simbolizzato e nel fascino operativo che si confondono in ogni parola, frase e teoria, nei “bei” discorsi della nostra cultura linguistica;

chiacchiere più o meno im-pertinenti e s-gradevoli: questo facciamo, anche filosofando.

Se aggiungiamo che ciò si raddoppia, come minimo, in quanto dialogo fra due parlanti convenzionati, ecco che risulta chiaro perché ci sia così difficile comunicare:

in pratica ci si riesce solo grazie alla convenzione stessa, alla sua stipula (evoluzione culturale ossia linguistica) fra due o più parlanti lo stesso lingaggio.

Ma sempre e solo nei termini suddetti della convenzionalità linguistica stessa, della sua doppia sensibilità rispetto alla singola attività linguistica in atto: motivo simbolizzato mescolato col fascino operativo.

Insomma, abbiamo cominciato col filosofare per finire nelle chiacchiere; così, e non altrimenti, non ci può andare che così a parole (a quelle del filosofare, ossia col fare parole e nient’altro, quando le parole non sono che parole e nient’altro): in gran parte sono solo un inganno, sempre un inganno o poco più; ma è allora proprio finito ogni assoluto?

Linguaggio come convenzionalità simbolica

No, certo che no: vigono quelli propri di ciascuna disciplina, a cominciare da quella giuridica, perché quelle disciplinari non sono solo parole, come quelle del filosofare, sono le regole stesse che ci permettono e/o consentono la vita civile:

non per dirci assolutamente cos’è la civiltà, ma per rendere civile la nostra vita stessa, per renderla assolutamente tale;

gli assoluti disciplinari in primis sono convenzioni da applicare, non solo termini convenzionali e simbolici da discutere in quanto linguaggio disciplinare e/o filosofia disciplinare.