Chissà se nel vecchio salotto di nonna Speranza, ricco di “buone cose di pessimo gusto”, c’era anche una libreria. Nella poesia di Guido Gozzano, che ha tormentato e annoiato intere generazioni di studenti, non se ne fa cenno.

 

Dalla descrizione del salotto, è lecito presumere che nonna Speranza potesse godere del privilegio di una vera e propria biblioteca, piccola o grande che fosse. Dato il contesto, si potrebbe ragionevolmente pensare che una buona metà (forse più) della letteratura mondiale, dai primi del Novecento ai giorni nostri, in quella biblioteca, non vi avrebbe trovato posto.

Dire che uno scrittore come Aldo Busi non avrebbe avuto nemmeno l’onore di essere nominato, è come sfondare un portone spalancato. Pure, Aldo Busi qualcosa di buono l’ha scritto, prima che raggiungesse la notorietà e si dedicasse a tempo pieno alla celebrazione del sesso e delle avventure sessuali più variegate e precarie e, da scrittore, si trasformasse in cronista del sesso. “Seminario sulla gioventù” ne è la prova.

Ma forse nemmeno uno scrittore come Hermann Hesse sarebbe stato ben accolto. “E la sua virilità si commosse…” (Narciso e Boccadoro) lascia intendere troppo bene di cosa si parla. Sicuramente, nonna Speranza l’avrebbe trovata quanto meno sconveniente. Inoltre, possiamo ragionevolmente presumere che la biblioteca di nonna Speranza fosse un ambiente piuttosto umido, data la gran quantità di gocce di rugiada sui petali di rosa, di cui i libri della sua biblioteca dovevano essere ricchi.

E, nonostante sia trascorso poco più di un secolo, le gocce di rugiada sui petali di rosa imperversano ancora. Forse è per questo che molte librerie hanno quel sentore di umido e di muffa, anche ai giorni nostri.

Indubbiamente, ancora oggi, scrivere di cime innevate, di arcobaleni e di gocce di rugiada sui petali di rose dev’essere gratificante. Se c’è chi ne scrive, probabilmente, c’è anche chi ne legge. Probabilmente.

Alla fin fine, lo scrittore è libero di scrivere come e di quello che vuole. E il lettore è libero di leggere quello che vuole. Ma la critica? Mi chiedo da molti anni se, e fino a che punto, sia giusto che l’argomento di un libro debba influenzarne il giudizio. Probabilmente se nonna Speranza, leggendo il Narciso e Boccadoro, si fosse imbattuta in quella frase, ne sarebbe rimasta contrariata. Ma forse, non per questo, lo avrebbe definito un libro “brutto” o “illeggibile” o che so io. Oggi invece, grazie al web, un secolo dopo Gozzano, questo accade spesso.

Qualcuno potrebbe pensare che poi, alla fin fine, se quello che scrivi vale qualcosa, prima o poi qualche casa editrice che ti pubblica la trovi. In teoria, l’interesse di una casa editrice è pubblicare cose belle, scritte bene e che abbiano valore. Ma chiunque abbia un minimo di conoscenza dell’editoria, sa che non è così.

Circolava su facebook, nei mesi scorsi, un post nel quale era riportato un brano (più o meno venti righe) tratto da uno dei libri finalisti al Premio Campiello o Strega, non ricordo bene. Praticamente illeggibile. Non si capiva cosa volesse dire. L’ho letto e riletto più volte. Niente. Non si capiva niente. Eppure quel libro ha trovato una casa editrice che lo ha pubblicato.

Il web è una grande risorsa per chi scrive e per chi legge. Il rovescio della medaglia, purtroppo, è che ha trasformato migliaia di casalinghe di Voghera e di ragionier Brambilla in critici letterari che, ahimè, nel loro piccolo, riescono a far danni. Al netto della buona fede, ovviamente.

 

(foto petali di rosa e gocce di rugiada torange.com elaborazione A.C.)