«Insieme - La forza che unisce»: lo speciale di Rai 1 per il 4 novembre resta cerimonia vuota

Nicola Savino e Elenoire Casalegno hanno condotto dal Circo Massimo l'evento in prima serata dedicato alle Forze Armate e ai quattro militari caduti in Bosnia-Erzegovina. Critiche al registro da varietà e al mancato collegamento tra il sacrificio dei caduti della Grande Guerra e quello dei militari impegnati oggi.

Rai 1 ha dedicato la prima serata del 4 novembre allo speciale «Insieme - La forza che unisce», evento pensato per onorare le Forze Armate e ricordare i quattro militari italiani deceduti il 29 ottobre in Bosnia-Erzegovina. Condotto da Nicola Savino e Elenoire Casalegno dal Circo Massimo, il programma è stato giudicato ben intenzionato ma cerimonialmente vuoto. La trasmissione ha privilegiato il registro dello spettacolo su quello del racconto, lasciando il rispetto sospeso tra le decorazioni di una conduzione da varietà e la gravità della ricorrenza.

Il tributo ai quattro caduti di Bosnia-Erzegovina, deceduti il 29 ottobre, avrebbe dovuto fungere da ponte tra il sacrificio di ieri e quello di oggi. Invece l'occasione è sfumata in un generico omaggio che non ha saputo collegare il dramma dei quattro nomi alle migliaia di soldati italiani impegnati oggi in scenari internazionali. La ricorrenza avrebbe potuto essere il punto di contatto tra la Grande Guerra e le attuali operazioni all'estero, ma la serata è scivolata su un ricordo storico che non sapeva parlare al presente.

L'ancora storica della serata era il 4 novembre, data che segna l'entrata in vigore dell'Armistizio di Villa Giusti, firmato il 3 novembre 1918 nella villa settecentesca di Mandria, frazione di Padova, sede del comando italiano. L'armistizio divenne efficace alle ore 15 del 4 novembre 1918, ponendo fine al fronte italiano nella Prima guerra mondiale. La ricorrenza, istituita nel 1919 e celebrata ogni 4 novembre, è diventata nel 1949 Giornata dell'Unità Nazionale e delle Forze Armate, mantenendo il riferimento alla data anche dopo che, dal 1977, è divenuta festività mobile.

Elenoire Casalegno, chiamata a mediare tra il suo stile da intrattenitrice e il peso istituzionale della giornata, ha offerto una spiegazione dell'armistizio rimasta una nota didattica. La parentesi didascalica non è mai diventata memoria condivisa, confermando come la sua cifra professionale, leggera e televisiva, fatichi a elevarsi a racconto collettivo. La conduzione ha così appiattito la solennità della ricorrenza su un registro da varietà.

Più di 650.000 italiani sono caduti nella Prima guerra mondiale, un soldato su dieci non fece ritorno a casa. L'esercito mobilitò circa 5,6 milioni di uomini, con oltre un milione di feriti e circa 600.000 prigionieri. Queste cifre, che dovrebbero costituire il cuore pulsante di ogni commemorazione del 4 novembre, sono finite ai margini dello speciale Rai 1, sacrificate a un registro cerimoniale privo di peso specifico.

Il silenzio dopo il cessato delle ostilità e il ritorno alla vita quotidiana avrebbero dovuto costituire il cuore del racconto. Il dolore nelle case italiane per i morti e i dispersi rappresenta una dimensione umana che la trasmissione ha sfiorato senza approfondire. Questo vissuto avrebbe dovuto offrire uno scaffale robusto su cui costruire il collegamento con il presente, ma la trasmissione ha scelto di restare sulla superficie.

Il confronto con il documentario di Nicola Moranesi «4.11.18 Fine: l'armistizio, la vittoria e gli sconfitti della Grande Guerra», disponibile su RaiPlay, evidenzia l'opportunità persa dalla diretta televisiva. Basato su diari e lettere dell'Archivio Diaristico Nazionale di Pieve Santo Stefano, il documentario dà voce ai soldati semplici, restituendo le paure, le lettere al fronte, le piccole morti quotidiane nelle trincee. Offre così una memoria plurale capace di parlare al presente, anziché limitarsi a celebrare una vittoria retorica.

Il riferimento all'Ucraina, invasa da un «tiranno», avrebbe dovuto trasformare la commemorazione in un monito vivo, un collegamento necessario tra il sacrificio dei giovani italiani di un secolo fa e la resistenza di un popolo aggredito oggi. La serata di Rai 1 ha invece sprecato questa chiave di lettura, riducendo il parallelo a una semplice allusione senza svilupparne il significato politico e umano. Come suggerito dalle critiche raccolte, una commemorazione che non sa parlare al presente resta rituale vuoto.

Il rispetto, insomma, non è ancora una storia. La serata avrebbe avuto bisogno di più peso nelle parole, meno volume nello spettacolo, e di un racconto che sapesse intrecciare il ricordo dei caduti di Villa Giusti con il dolore di chi muore oggi sulle frontiere dell'Europa. La memoria nazionale non può più permettersi di essere solo una cerimonia vuota.

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