Tinto Brass, il ritorno a Venezia: «Madre, moglie, amante» e il premio che «mi tengo stretto»

Il regista onorato con il Premio Bianchi alla Mostra: assente per salute, manda un messaggio letto dalla moglie Caterina Varzi. In 4K il suo 'Col cuore in gola' del 1967, restaurato dal CSC.

Il Sindacato nazionale giornalisti cinematografici (Sngci) ha conferito il Premio Pietro Bianchi a Tinto Brass durante l'ultima Mostra del Cinema di Venezia, a settembre sul Lido. Il regista, novantunenne, non ha potuto raggiungere la laguna da Isola Farnese per motivi di salute: il suo messaggio è stato letto dalla moglie Caterina Varzi. In sala è stato proiettato in 4K 'Col cuore in gola' (1967), restaurato dal Centro Sperimentale di Cinematografia, opera che segna le origini del suo legame con il festival dove aveva esordito nel 1963 con 'Chi lavora è perduto'.

Il riconoscimento assume un peso particolare per Brass, da sempre scettico verso le onorificenze istituzionali: «Un riconoscimento a cui tengo. Lo ricevo con soddisfazione. Io, che ai riconoscimenti ufficiali ho sempre dato poco peso, questo me lo tengo stretto: non ci sarà un'altra occasione». La scelta di presentare il restauro a Venezia — città che nel 1971 gli aveva tributato il premio della critica per 'La Vacanza' — sancisce un ritorno a casa per un autore che considera la laguna «il cuore pulsante» del proprio percorso.

Nel messaggio letto da Varzi, Brass ha ribadito la sua dichiarazione d'amore: «Venezia mi è madre, moglie, amante», e ha respinto ogni frattura tra le fasi della sua filmografia: «Nel mio cinema non c'è una frattura tra un primo periodo impegnato e militante e un secondo periodo leggero e superficiale. Si inserisce in una continuità che fa della memoria e del destino i suoi punti di riferimento. Non esistono un punto di partenza e un punto di arrivo: esiste solo il punto in cui sono».

'Col cuore in gola', thriller con Jean-Louis Trintignant ed Ewa Aulin, anticipa già nel 1967 la sperimentazione formale e l'ibridazione di generi che caratterizzeranno l'opera successiva. Brass ricorda l'amico e critico Gianni Scarabello, che ai tempi del debutto profetizzò: «Negli anni non ci saranno né Venezia né i veneziani» — una previsione pessimistica che il regista ha sempre sperato di smentire, tornando proprio lì a presentare il film restaurato.

La sua visione del cinema resta quella degli esordi: «Se la storia si mette a correre, il cinema non può continuare a camminare. Era il momento di osare, di sperimentare ibridazioni spericolate. Solo così non avrei perduto i miei spettatori di domani». Giochi figurativi, «sulfurea rage», autoironia: elementi inscindibili dal soggetto, indipendentemente dal genere affrontato, che fanno della sua opera un corpo unico.

La consegna del Premio Bianchi e la riscoperta in 4K dell'opera prima 'noir' di Brass ribadiscono il ruolo della Mostra nel custodire la tradizione cinematografica italiana. Dalla sua dimora di Isola Farnese, il regista osserva un'eredità che, nonostante le polemiche, rimane punto di riferimento imprescindibile: la proiezione e il premio potrebbero innescare una rinnovata ricognizione critica su un'autorialità che non ha mai smesso di sperimentare.

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