Editors, «Surface, Echo & Sound»: il buio delle chitarre come risposta al rumore del mondo

Il 30 ottobre esce il nuovo album della band britannica. Dopo l'elettronica, Tom Smith ed Elliott Williams riscoprono il mandolino e denunciano il capitalismo dei concerti, tra sindrome dell'impostore e un Alcatraz già esaurito.
Gli Editors tornano il 30 ottobre con «Surface, Echo & Sound», definito dal frontman Tom Smith «una risposta emotiva a questi tempi difficili». Dopo tre dischi imperniati sull'elettronica, culminati con «EBM», la band britannica ha messo da parte i computer per ritrovare le chitarre e un metodo di lavoro artigianale, quasi vecchio stile.
«Volevamo fare qualcosa di autentico, vero e semplice», spiega Smith. L'album incamera le ansie del presente: «il rumore spaventoso della guerra, della politica, della mancanza di filtri con cui guardiamo i nostri telefoni». Non è un disco politico, sottolinea il cantante, ma il riflesso di un'ansia che oggi nasce «dal mondo in cui viviamo», in un momento di «tensioni senza precedenti».
Pur non perdendo l'oscurità che ha segnato gli esordi, le canzoni sono «scaldate» dal mandolino. «Uno strumento che ha radici nel folk e in ambiti più tradizionali», spiega il tastierista Elliott Williams, «che a noi piace usare per dare un effetto più corale e cinematografico». I brani sono nati dal confronto diretto tra i musicisti, più a loro agio con ciò che sono, anche se Smith ammette: «C'è ancora un po' di sindrome dell'impostore in ciascuno di noi».
Esplosi nei primi Duemila, gli Editors hanno percorso 25 anni a dispetto del mercato. «Noi esistiamo a prescindere dalle mode», dice Smith. Oggi non hanno il successo di band come i Fontaines DC, «ma ciò che abbiamo è molto speciale per noi». Un percorso realistico: fanno ciò che piace e hanno un pubblico che li segue.
Il punto dolente è il sistema dei concerti. Williams attacca le «zone vip e aree gold»: «Riflette il capitalismo generale e non credo faccia bene alla creatività». Smith va oltre: «A me non frega nulla degli stadi, quel che mi preoccupa è che tutti i tour di fascia medio-bassa oggi fanno molta più fatica e stanno sparendo». Persone che comprano un biglietto costosissimo per un grande evento anziché tre per concerti più piccoli. «È abbastanza triste e mi fa anche piuttosto schifo».
Gli Editors, tuttavia, hanno la loro bolla. Il concerto del 3 febbraio all'Alcatraz di Milano è già sold out da tempo, e torneranno in estate, passando per Roma. Nella loro realtà, la sindrome dell'impostore resta: «Registriamo in studi bellissimi, dove vediamo appesi i dischi d'oro di chi è stato lì prima di noi, personaggi giganteschi». Forse, conclude Smith, se avessero venduto milioni di dischi o riempito stadi sarebbe diverso. «Ma quelle non sono nemmeno cose che abbiamo cercato. Siamo delle rock star riluttanti».