Laura Morante, 70 anni: «Il teatro è l’unico rifugio contro il tempo che sfuma»
Laura Morante, 70 anni, torna in scena a Treviglio con «Insieme». Un rituale familiare e una riflessione sul tempo, il fallimento e la memoria.
La sera di domenica 18 ottobre, al Tnt di Treviglio, la luce del palco si accende su un volto che ha attraversato decenni di cinema italiano. Laura Morante, compiuti 70 anni, è pronta a incarnare la fragilità umana nella pièce «Insieme», scritta e diretta da Fabio Marra, che la vede in scena assieme alla figlia Eugenia Costantini.
«Mi ero portata avanti. A ogni cifra tonda, ho sempre cercato di immaginare cosa sarebbe successo dieci anni dopo», confessa la Morante, che ormai avverte una «sensazione di maggiore selettività e urgenza» nelle sue scelte. Si chiede, per esempio, se riuscirà a leggere i libri non ancora letti o a visitare i posti non visti, ma non porta rimpianti, se non «un dispiacere: non essere mai stata diretta dai fratelli Cohen».
Madre di Eugenia Costantini e di Agnese Claisse, entrambe attrici, non le ha mai scoraggiate dal seguire la sua stessa passione. «Se ho un merito, come madre, è quello di aver insegnato che non bisogna aver paura del fallimento», dice, pur riconoscendo che le figlie hanno ereditato da lei, oltre alla passione, una «scarsa propensione per le pubbliche relazioni».
In «Insieme», la Morante interpreta una madre che ha dedicato la propria esistenza al figlio disabile, mentre l’altra figlia, interpretata da Eugenia, si sente tagliata fuori da questa relazione esclusiva. I temi toccati sono seri e impegnativi, ma li trattiamo con «leggerezza calviniana», spiega, aggiungendo che la pièce è un rituale familiare che esplora silenzi e tensioni.
Non è la prima volta che recita con le figlie: Agnese è stata sua figlia in «Ferie d’agosto» e in «Un altro Ferragosto» di Paolo Virzì. «È una forte emozione stare con ciascuna di loro sul set o sul palco», ammette, ma sottolinea che non si è mai permessa di interferire con le direttive del regista.
Nata in una famiglia di artisti, la Morante ha iniziato come ballerina, esibendosi a Bergamo con «I danzatori scalzi» prima di essere dirottata da Carmelo Bene verso il teatro. Nel 1980, con «Oggetti smarriti» di Giuseppe Bertolucci, è approdata sul grande schermo, incarnando personaggi entrati nell’immaginario collettivo.
Oggi, a 70 anni, si chiede se ci sia ancora spazio per lei nel cinema italiano. «Boh. Di sicuro c’è solo che non sono stata traumatizzata dal recente traguardo dei 70», sorride. Ma ammette che la scarsa meritocrazia del cinema italiano e la sua renza a produttori rendono difficile la realizzazione dei suoi progetti. «Ho altri due film in cantiere. Da parecchio. Il problema è che non trovo i produttori», spiega, citando che per «Ciliegine» ci ha messo sette anni e ha dovuto andare in Francia.
Parallelamente, la scrittura le offre un rifugio più intimo. «Dieci storie pop», la sua seconda fatica letteraria, raccoglie novelle che attraversano gli anni Sessanta, ognuna intitolata a un successo musicale dell'epoca. «Le cosiddette “canzonette” sono come le Madeleine proustiane: evocano memorie e si caricano di emozioni soggettive», dice. L’ambientazione nella scabra periferia di Centocelle richiama il mondo pasoliniano, ma con un’atmosfera più impressionista. «Gli anni Sessanta contenevano già il germe di tutte le degenerazioni successive», riflette, «ma avevano anche un’aura magica che copriva le brutture».
È nipote di Elsa Morante, la prima donna a vincere il Premio Strega. Sua zia, troppo severa, non avrebbe voluto un parere sul libro. Invece, è convinta che suo padre, scrittore anche lui, avrebbe apprezzato «Dieci storie pop».
Ora, con il teatro, la scrittura e la ricerca di una verità più oscura, Laura Morante continua a cercare, tra le ombre del palco e della memoria, un senso per il tempo che le rimane.