Il Boss diventa nonno bis: una dinastia che corre a cavallo tra rock e ostacoli

MILANO – Bruce Springsteen si prepara ad allacciare le cinture per il secondo giro di giostra da nonno. L’annuncio è arrivato sabato, puntuale come un riff di "Born to Run", via Instagram: Jessica Springsteen, 34 anni, medaglia d’argento a Tokyo e figlia prediletta del Boss e di Patti Scialfa, aspetta il primo figlio dal compagno Nicola Philippaerts, campione belga dal cognome che nel salto ostacoli pesa quanto "Born in the U.S.A." nelle classifiche rock.

Due semplici parole – «Nuove avventure» – e un carosello di scatti mediterranei (con tanto di asciugamano griffato Porto Cervo a fare da location scouting involontario) per sancire l’ingresso della famiglia Springsteen-Philippaerts nel club delle dinastie sportive più affascinanti del pianeta. Perché qui non stiamo parlando solo di genetica privilegiata: stiamo assistendo alla fusione a freddo tra l’epica del rock da stadio e l’eleganza silenziosa, millimetrica, del salto ostacoli.

Jessica non è "la figlia di". Jessica è una che ha domato i cinque cerchi con la stessa testardaggine con cui suo padre ha domato il pubblico di Asbury Park. Nicola non è "il fidanzato di". Nicola porta nel DNA quattro Olimpiadi del padre Ludo e una batteria di fratelli (Olivier, Thibault, Anthony) che in sella sembrano nati prima di imparare a camminare. Ufficiali solo dalla primavera scorsa, ma complici da una vita passata tra paddock e rettangoli di sabbia, i due hanno scelto la via più autentica: niente comunicati stampa patinati, niente esclusive a pagamento. Solo un post congiunto, due cuori di Patti Scialfa nei commenti – «Amore!!! Sono profondamente felice per entrambi!!» – e la consapevolezza che quel bambino nascerà con le redini già in mano.

Il piccolo Lily Harper, nato nel 2022 dal secondogenito Samuel, ha già un cugino in arrivo. Evan, il primogenito 36enne, osserva da fratello maggiore una famiglia che si allarga senza perdere il ritmo. Bruce e Patti, complici sul palco come nella vita da quarant’anni, si godono il bis da nonni con la stessa disinvoltura con cui il Boss gestisce un bridge in "Jungleland".

C’è qualcosa di profondamente rassicurante, in quest’epoca di relazioni liquide e famiglie allargate per contratto, nel vedere due mondi apparentemente agli antipodi – il rock viscerale, sanguigno, e l’equitazione cerebrale, fatta di silenzio e fiducia cieca nell’animale – riconoscersi nello stesso codice genetico: la disciplina, il rispetto per il tempo, l’accettazione del rischio. Quel bambino non erediterà solo un cognome doppio e un conto in banca solido. Erediterà la lezione più importante: che non si diventa campioni – né sul palco né in sella – per diritto di nascita, ma per ore passate a ripetere lo stesso gesto finché non diventa naturale come respirare.

«Nuove avventure», hanno scritto. E noi, che li guardiamo da fuori, non possiamo che sorridere pensando a quel nonno rocker che, tra un tour e l’altro, si troverà a fare da baby-sitter in un box di scuderia, magari canticchiando una nanna mentre il piccolo impara a conoscere l’odore del fieno e del cuoio. La colonna sonora della prossima generazione Springsteen è già in scrittura. E promette di essere un capolavoro.

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